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Con il loro no alla finanziaria per il 2019, i partiti indipendentisti catalani, Pdecat e Esquerra Republicana, parte decisiva della maggioranza che sosteneva il governo socialista di Pedro Sánchez, hanno di fatto deciso di portare la Spagna ad elezioni anticipate, il prossimo 28 aprile. Sarà una vera e propria primavera elettorale, dato che, giusto un mese dopo, il 26 maggio, si torna a votare sia per le europee, sia per rinnovare gran parte dei Consigli comunali e dei governi delle Regioni autonome. Non sfugge l’importanza delle scadenze, ma fare previsioni è difficile. Mai come questa volta gli esiti sono incerti e destinati a segnare profondamente il futuro e la qualità della democrazia, non solo in Spagna.

Si voterà nel corso della più importante crisi di credibilità del progetto europeo, da quando è iniziato. In particolare in Spagna, alla crisi catalana si affianca una crisi economica e sociale durissima, provocata dalla cura liberista di sette anni del precedente governo del Partito popolare, tra austerity per fedeltà a Bruxelles, salvataggio di banche in default, corruzione e disoccupazione a livelli record. La fragilità della maggioranza che permetteva all’esecutivo socialista di governare era nota. Si sapeva cioè che il voto determinante degli indipendentisti catalani lo esponeva a difficoltà, se non a ricatti. Tuttavia, resta poco comprensibile il no delle due forze secessioniste sull’approvazione del bilancio.

Quindi perché far carta straccia di una manovra economica che finalmente invertiva la rotta neoliberista delle politiche economiche e sociali dei governi precedenti? E perché far saltare il tavolo di confronto, aperto da Sánchez, sulla crisi fra Catalogna e Spagna, che poteva trovare una soluzione politica al problema?

Non si comprende che utilità possa avere, per la stessa causa indipendentista, aver azzerato il confronto, riportandolo nel vicolo cieco dello scontro frontale fra due estremismi, quello degli indipendentisti, fermi a rivendicare la legittimità della dichiarazione unilaterale di indipendenza, e quello delle destre che pensano che la soluzione possa venire solo ricorrendo ad un uso permanente dell’articolo 155 della Costituzione, cioè sospendendo i poteri delle istituzioni catalane, con le buone o, meglio, con le cattive.

Intanto il confronto eletto…

 

L’articolo di Massimo Serafini e MarinaTuri prosegue su Left in edicola dal 19 aprile 2019


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