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Alla vigilia del voto del 28 aprile, nel secondo ed ultimo tesissimo confronto televisivo fra le quattro principali forze politiche spagnole, Pedro Sánchez, segretario socialista, sembra aver sciolto il principale equivoco su cui è ruotata questa campagna elettorale: non è nei suoi piani cercare, dopo il voto, un patto con Ciudadanos. Sul punto delle alleanze, necessarie per governare, i socialisti erano stati molto reticenti, se non ambigui. Le insistenti domande al riguardo di Pablo Iglesias erano rimaste senza una risposta, innervosendo non poco Unidas-Podemos, il principale alleato della breve, ma significativa esperienza di governo dei socialisti nell’ultima legislatura. Eppure è proprio con Unidas-Podemos che era stato concordato un bilancio dello Stato che finalmente metteva un freno al massacro sociale prodotto dalle politiche liberiste che le ultime legislature di destra, comprese quelle indipendentiste catalane, hanno scaricato sulla Spagna.
Ed invece finora il messaggio arrivato dai socialisti sembrava quasi ignorare che il bipartitismo è finito, seppellito dalla rivolta degli Indignados del 2011, e quindi che, per riuscire a governare il Paese, è necessario costruire coalizioni. Il sondaggio a una settimana dalle elezioni prevede due blocchi, tanto quello del Psoe con Unidas-Podemos quanto quello delle destre di PP-Cs-Vox ognuno con un massimo di 174 seggi, quasi sufficienti per governare. Con il Psoe in crescita, il PP e Podemos in calo, e i liberisti di Ciudadanos e l’ultra destra di Vox che conquistano voti.
L’obiettivo dei socialisti è sembrato rivolto a consolidare il Psoe come il partito più votato, una campagna tutta basata sul voto utile, quasi a definire una sorta di autosufficienza socialista per contenere l’offensiva delle destre e governare il Paese. C’è molto opportunismo in questa scelta di trasmettere contenuti di svolta anti-liberista, disegnare un Paese più giusto, con maggiore uguaglianza, soprattutto fra uomini e donne, impegnato a promuovere un nuovo modello energetico per frenare il cambio climatico e poi lasciare nel vago con chi lo si vuol portare avanti. Evitare cioè di dire con chiarezza all’elettorato che questo progetto può andare avanti solo con Unidas-Podemos, che ne richiede una versione ancora più radicale, non fa che confondere e seminare sospetti sulla reale credibilità e affidabilità dei socialisti.
Lasciare poi intendere che è possibile recuperare il partito più liberista di Spagna, Ciudadanos, a questo progetto di nuovo Paese, staccandolo dalla deriva di estrema destra in cui è precipitato, alleandosi con i franchisti di Vox in Andalusia, nasconde o un eccesso di furbizia o peggio una scarsa considerazione dell’elettorato, entrambe le cose destinate a dare risultati opposti da quelli sperati. Altrettanto poco credibile è pensare che, rinviando la scelta delle forze con cui formare una maggioranza di governo al dopo voto, possa attenuare l’accusa, soprattutto di Ciudadanos, di volere venire nuovamente a patti con gli indipendentisti catalani e non. Non lo è perché nessuno può credere che il nuovo Paese che si dice di voler costruire sia realmente possibile senza una soluzione giusta per la Catalogna. Al contrario non avere una scelta forte sulla crisi territoriale, in grado di indebolire contemporaneamente il consenso sociale di cui gode l’indipendentismo nonché quello del nazionalismo spagnolo che liquida le autonomie animato dalle destre, toglie ulteriore credibilità all’idea stessa che sia plausibile un nuovo Paese. In questi ultimi giorni di campagna è augurabile che sia stato speso il valore che racchiude in sé il rilancio del rapporto fra Psoe e Unidas-Podemos, cioè di una possibile scelta unitaria a sinistra.

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