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«Quanto scritto da me su di lui subito dopo la sua morte, è stato redatto in condizione di grande abbattimento, di fretta e male. Alcune cose, non sono riuscito a scriverle per questioni di “tatto”, spero perfettamente comprensibili. Acuto e saggio era quest’uomo, ma “nella grande sapienza, c’è grande dolore”». Con questa citazione dall’Ecclesiaste Maksim Gor’kij, scrittore noto in tutto il mondo, nel 1930 inizia il laborioso rifacimento del saggio che aveva steso a fine gennaio 1924, sull’onda dell’emozione per la morte di Lenin. La notizia lo aveva raggiunto a Sorrento, nella dolce terra partenopea dove ancora una volta, e proprio su consiglio di Lenin, aveva cercato ristoro alla sua salute non solo fisica, mettendosi al riparo dalle violente tempeste che sconvolgevano la patria russa. L’artista lo aveva intitolato, allora, semplicemente Čelovek (Un uomo), scegliendo di disegnare il ritratto privato dell’uomo, lasciando ad altri il necrologio ufficiale: «Non è mio compito parlare di Vladimir Lenin politico».
Lo aveva visto per la prima volta a Pietroburgo nel 1905, a una riunione del Comitato centrale del Partito socialdemocratico. Ma Lenin aveva compreso da tempo quanto potesse essergli prezioso l’appoggio dello «scrittore proletario», amico di Tolstoj e di Čechov, e dalla Svizzera si era schierato a suo favore già nel 1901, quando era stato arrestato dalla polizia zarista.
Dopo alcune pubblicazioni parziali in Russia, la prima stesura integrale del saggio, uscita a Berlino nel 1927, fu dimenticata in favore di quella canonica, redatta in piena epoca staliniana, uscita nel 1931 e poi tradotta e divulgata in tutto il mondo. È merito di Marco Caratozzolo, slavista e docente di Lingua e letteratura russa presso l’Università di Bari, averci offerto la prima traduzione italiana del saggio originale Lenin, un uomo (Sellerio) con una nota introduttiva, che inquadra tutte le vicissitudini del testo, completata da una preziosa tavola delle varianti e da un’appendice dei passi del 1931 non presenti nelle edizioni pubblicate dal 1924 al 1927.
In Italia, nota Caratozzolo, il saggio del 1931 con le frasi altisonanti della retorica di regime è reperibile in traduzioni vecchie mezzo secolo, che sarebbe utile rifare. Occorre diffondere una conoscenza filologicamente corretta di quel periodo storico cruciale, aggiunge, perché i ragazzi di ora credono solo che Lenin fosse il buono e Stalin il cattivo. Ad esempio è istruttivo apprendere che un autore era rispettato anche affinché non scrivesse certe cose. Così l’affermazione di Lenin che ogni leader deve essere un dittatore, presente nella versione del 1924, scompare nel 1931, come la dichiarazione di fiducia nella «bellezza» del popolo russo. Ed è interessante sapere che Lenin e Stalin possedevano entrambi un’edizione tascabile del Principe di Machiavelli, che però utilizzavano sbrigativamente – a differenza dell’originale esegesi gramsciana – per la massima pseudo-machiavelliana “il fine giustifica i mezzi”.
Gor’kij e Lenin si erano poi incontrati, negli anni dell’esilio, a Londra per il Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo. Ma tra i due grandi il rapporto non fu mai facile. Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905, nell’aspra contesa di Lenin con Bogdanov, che sosteneva la necessità della formazione di un’autonoma cultura proletaria come prerequisito necessario alla rivoluzione, Gor’kij con gran parte degli artisti del tempo si era schierato con il filosofo dell’Empiriomonismo. La battaglia era continuata, come Gor’kij rievoca con pagine colorite, a Capri. Là nel 1908 Gor’kij aveva invitato Lenin nel tentativo, finito male come la celebre partita a scacchi, di comporre il dissidio sull’istituzione della prima scuola per operai. Lo scontro con il «bolscevico di sinistra» e la «combriccola di letterati», accusati da Lenin di essere «controrivoluzionari», era culminato nell’espulsione di Bogdanov dal Centro bolscevico. A Capri Lenin era tornato nel 1910, ospite di Gor’kij, che tuttavia ancora in un articolo del 7 novembre 1917 avanzava dubbi sul leninismo: «Lenin, Trockij e i loro compagni di strada si sono già intossicati con il putrido veleno del potere, cosa che si riflette nel loro vergognoso atteggiamento verso la libertà di parola, della persona e verso tutti quei diritti per la cui conquista si è battuta la democrazia. … Ecco dove sta conducendo il proletariato il suo odierno capo, e bisogna comprendere che Lenin non è uno stregone onnipotente, ma un prestigiatore dal sangue freddo, che non risparmia né l’onore né la vita del proletariato».
Nei mesi successivi alla presa del potere, tuttavia, lo scrittore accettò di avvicinarsi a Lenin assieme a Lunačarskij, nominato commissario alla Cultura. Bogdanov invece, che nei mesi precedenti aveva fondato il Proletkult, declinava con un’articolata risposta l’invito del cognato a seguirli, ribadendo le ragioni della critica a una rivoluzione destinata a deteriorarsi rapidamente, perché fondata sul determinismo economico e sull’alienazione religiosa. Anche le perplessità di Gor’kij erano rimaste: «Ma io temo che anche l’amore per Lenin in molte persone non sia altro che la fede oscura che i perseguitati e i disperati nutrono per un taumaturgo, quell’amore che attende il miracolo, ma che non fa niente per incarnare la propria forza nel corpo della vita». E vogliamo qui ricordare che, sui due momenti cruciali della rivoluzione bolscevica, ulteriori spunti di riflessione offrono gli articoli di Gramsci “La rivoluzione contro il Capitale”, uscito il 1° dicembre 1917 ne Il Grido del Popolo, e “Capo”, pubblicato in morte di Lenin il 1° aprile 1924 ne L’Ordine Nuovo.
Così a quasi un secolo di distanza si arricchisce di una tessera importante il mosaico sommerso del decisivo scontro sulle alternative al marxismo-leninismo che, fattosi dottrina assoluta, duramente avversò, poi con Stalin perseguitò anche fisicamente ed eliminò ogni traccia di dissenso dalla storiografia ufficiale. Dal 1927 al 1931, mano a mano che il totalitarismo si irrigidiva, la versione iniziale del saggio era sottoposta a occhiute censure e opportune revisioni, mirate alla mitizzazione di Stalin e alla demolizione dei suoi avversari. Con innesti di fonti esterne, la biografia di Lenin divenne sempre più “politica”, perdendo l’originalità anche affettiva della prima stesura. Scomparve l’umanità di Lenin, raccontata nel bene e nel male dalla penna di Gor’kij attraverso le sue risate contagiose, i momenti di tenerezza, le esitazioni. Ma anche le esplosioni di furore, e la capacità di essere crudele, insofferente alle ragioni della clemenza, a cui lo richiamava Gor’kij. Perché a Stalin la figura di Lenin, che nel testamento lo aveva giudicato brutale e inadatto alla successione per la feroce rivalità con Trockij, serviva a legittimare il proprio potere, ma non doveva fargli ombra. Andava ridotta ad icona, santificata come la salma imbalsamata del padre della rivoluzione, esposta all’adorazione delle moltitudini nell’imponente mausoleo della Piazza Rossa. Edificato nel 1929 lungo le mura del Cremlino, ove sono allineate le sepolture dei grandi della storia sovietica, dal primo proposito di Boris Eltsin ad oggi nessuno ha ancora ha osato toglierlo, destinando le spoglie a giusta sepoltura. Impressionante monumento individuale della Rivoluzione d’ottobre, il più significativo evento della storia collettiva moderna, resta come simulacro e garanzia dell’unità di tutte le Russie. E intanto Putin, assieme al culto di Stalin, con la ricostruzione della gigantesca cattedrale di Cristo Salvatore fatta saltare in aria nel 1931, rinnova anche quello della Chiesa ortodossa.
Quel minuzioso lavoro di riscrittura, come Caratozzolo ci rivela, costò un’insolitamente sofferta lavorazione a Gor’kij. Lo scrittore sarebbe morto nel 1936 in circostanze oscure, avendo messo a dura prova nell’ardua dialettica con la dittatura staliniana gli anticorpi di quel «sangue sano» che il poeta Aleksandr Blok gli aveva riconosciuto.

L’articolo di Noemi Ghetti è stato pubblicato su Left del 26 aprile 2019


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