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A due settimane dal voto, gli addetti ai lavori sembrano concordi: le prossime elezioni non stravolgeranno l’Europa, i sovranisti probabilmente non ce la faranno a prevalere, ma il quadro politico che uscirà dalle urne il 26 maggio sarà molto fragile. Resta l’incognita dell’influenza dei social com’è avvenuto al tempo dell’ascesa di Trump ma anche il “non voto” farà la sua parte, specie in Italia dove, alle scorse europee del 2014 si è registrata la più bassa affluenza di sempre (57,2% contro l’85 della prima volta). Dal ’79 l’affluenza è crollata dal 62% al 42,61 nell’Ue, dal 66% al 48 in Germania, in Francia dal 61% al 42.
Sebbene Eurobarometro segnali che sempre più europei pensano che essere membri dell’Ue sia positivo per il proprio Paese, solo il 36% degli italiani la pensa così, meno che nel Regno Unito, alle prese con la Brexit, dove il 43% si è espresso in modo positivo. Nella stessa ricerca del servizio della Commissione europea che misura dal ’73 le tendenze dell’opinione pubblica, alla domanda su che cosa voterebbero in un referendum sull’exit, gli italiani risponderebbero “restare” al 49% ma il 32% (il numero più alto di tutta l’Ue) non saprebbe cosa fare, e il 19 voterebbe per uscire.
Il 51% ritiene che la voce dei cittadini non sia tenuta in conto nell’Ue mentre la voce di Bruxelles pesi moltissimo sulle loro esistenze. Da qui il rischio di una disaffezione delle urne. Solo un terzo degli interpellati sa che le europee si terranno a maggio e solo il 5% ne conosce la data precisa. Il 35% voterà quasi certamente e 32 su cento sono indecisi. Le priorità indicate sono economia e crescita per il 50% seguite da disoccupazione giovanile (49), immigrazione (44), cambiamento climatico (43), terrorismo (41%). Negli stessi giorni anche WinPoll ha realizzato un sondaggio chiedendo due c…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 10 maggio 2019


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