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«La libertà è una sola e le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti» (Nelson Mandela)

Mi chiamo Camilla, ho 26 anni e sento l’impellente esigenza di gettar luce sul cataclisma che si sta abbattendo sul sistema italiano di accoglienza dei richiedenti asilo. Cataclisma che in pochi – pochissimi – stanno raccontando, e che invece dovrebbe interessare tutti quanti per le implicazioni sociali, politiche, morali che inevitabilmente porta con sé.

Dal 2017 lavoro come operatrice legale nei Centri di Accoglienza Straordinaria, che fanno parte del circuito cosiddetto “di prima accoglienza” gestito dalle Prefetture. La mia mansione consiste nell’orientare e supportare i richiedenti asilo nell’arco di tutto l’iter burocratico, dalla formalizzazione della richiesta di protezione internazionale in Questura fino all’eventuale ricorso dopo il diniego da parte della Commissione Territoriale responsabile della valutazione delle domande. Il mio è un lavoro delicato e complesso, che comporta un’inevitabile condivisione di vissuto umano con ciascun richiedente ed un conseguente carico emotivo non da poco. Per gestire al meglio un ruolo di questo tipo servono chiaramente delle competenze specifiche: parlo inglese, ho una laurea e due specializzazioni, nonché svariati corsi di formazione e aggiornamento. Inutile dire che, nonostante le difficoltà e le fatiche, amo moltissimo il mio lavoro e non riesco, non posso immaginarmi a fare altro.

Eppure fra due mesi tutto questo finirà. Perché sono state fatte delle scelte politiche ben precise, è stata dichiarata guerra “all’invasore nero” e il sistema di accoglienza è di fatto stato smantellato a suon di slogan e decreti sicurezza di dubbia costituzionalità. Ma non sono dispiaciuta per me: sono giovane, mediamente intraprendente e probabilmente in qualche modo me la caverò. Quel che mi fa male, ma male davvero, è la situazione nel suo insieme.

Un paio di settimane fa alla trasmissione Otto e Mezzo Marco Damilano, riprendendo una notizia riportata da Avvenire, chiedeva conto al ministro Di Maio degli ingenti tagli operati sui fondi destinati all’accoglienza. La risposta mi ha lasciata di stucco: Avvenire riporta informazioni basate solo ed esclusivamente su dichiarazioni rilasciate dal ministro Salvini, noi non abbiamo tagliato nulla.

Poche ore prima, nel pomeriggio, i coordinatori della cooperativa per cui lavoro ci avevano comunicato la volontà di non partecipare al nuovo bando pubblicato dalla Prefettura. I Centri di Accoglienza Straordinaria in cui lavoro sono gestiti secondo il modello dell’accoglienza diffusa: ciò significa che sono appartamenti che ospitano poche persone, tendenzialmente ubicati nel centro o in prossimità delle cittadine in cui si collocano, ed implicano un margine di gestione della vita domestica molto più ampio ed autonomo rispetto a quello normalmente accordato in altre strutture. Si tratta di un modello che generalmente funziona, perché consente un fisiologico “assorbimento” dei nuovi arrivati nel tessuto sociale locale, facilitando moltissimo l’incontro e la conoscenza con i residenti. Posso dire di aver assistito in prima persona a cambiamenti radicali di approccio da parte degli abitanti locali, che hanno totalmente abbandonato diffidenze e pregiudizi dopo aver imparato a conoscere i nuovi vicini di casa. Ebbene, per questa tipologia di centri il nuovo bando – interamente elaborato dal ministero dell’Interno ed imposto a tutte le Prefetture d’Italia senza distinzioni – prevede un taglio drastico dei fondi, che passano da 35 a 18 euro pro capite pro die. Questi 18 euro, secondo il ministero, dovrebbero andare a coprire il canone di affitto degli appartamenti, i costi delle utenze, la spesa settimanale al supermercato e il pagamento del personale impiegato nei servizi (operatori, assistenti sociali, psicologi, operatori legali, ecc.). In altre parole: una vera e propria presa in giro, un palese tentativo di boicottare una gestione intelligente ed efficace dell’accoglienza.

Invito tutte e tutti a verificare personalmente le condizioni imposte dai nuovi bandi, facilmente consultabili sui siti internet delle Prefetture.

Il risultato immediato di tutto questo è che in molte province d’Italia i bandi stanno andando deserti. Cooperative ed associazioni si sono accordate per non presentarsi, in modo da mandare un messaggio chiaro al Governo: accettare condizioni economiche simili significherebbe compromettere gravemente la qualità dei servizi, con pesantissime ripercussioni sia sugli accolti (pessime condizioni igienico-sanitarie, servizi di supporto scarsi o assenti) che sui lavoratori (sottopagati, nella migliore delle ipotesi; licenziati nella peggiore).

E il ministro Salvini come commenta?

«Se siete generosi accogliete anche con meno soldi, oppure accoglievate per far quattrini? Mi viene il dubbio che qualcuno accoglieva per far quattrini non perché aveva il cuore buono e generoso».

Al ministro vorrei rispondere che non sono una volontaria, sono una lavoratrice qualificata e ritengo a dir poco vergognoso che il massimo esponente di quello stesso ministero che gestisce l’accoglienza faccia affermazioni simili. Credo di parlare a nome di tanti miei colleghi dicendo che mi sento infamata e umiliata pubblicamente. Per anni noi lavoratori impiegati nell’accoglienza siamo stati usati per gestire quella che veniva spacciata come “un’emergenza”, usati per arginare alla bell’e meglio un fenomeno sociale senza che mai si pensasse ad interventi seri e strutturali, usati e sottopagati per mediare e sopperire alle carenze di istituzioni impreparate e incompetenti, usati all’occorrenza per strumentalizzazioni varie ed eventuali. E ora gettati via come se nulla fosse. Le stime parlano di quasi 20mila lavoratori, perlopiù giovani. Persone qualificate, competenti, che credono in quello che fanno e lo fanno bene, nonostante lo scarso ritorno economico in busta paga. Dopo il danno, pure la beffa: siamo sull’orlo del baratro, in tantissimi stiamo per perdere il lavoro e tutti i giorni dobbiamo sorbirci calunnie su calunnie sputate malamente qua e là per beceri fini politici.

A lei, signor ministro, vorrei dire che da interna al sistema di accoglienza riconosco le innumerevoli pecche e falle e sono la prima sostenitrice di una riforma organica, che porti trasparenza e trattamenti dignitosi da parte degli enti gestori nei confronti di accolti e lavoratori. E proprio per questo, signor ministro, mi ostino ad affermare che la sua riforma del sistema di accoglienza è un mero strumento propagandistico spacciato al popolo disinformato come risolutivo, ma che in realtà esaspererà gli annosi problemi che abbiamo purtroppo imparato a conoscere. Perché ridurre drasticamente in questa maniera i fondi significa spazzar via le esperienze di accoglienza diffusa, quelle che funzionano e che dimostrano che sì, si può fare, possiamo convivere e anche bene, senza paure e senza pregiudizi, innescando processi virtuosi che siano di beneficio a tutti. Al contrario, con quei 18 euro si incentiva l’apertura delle uniche strutture che potranno sopravvivere con fondi così scarni: i maxi agglomerati, ghetti-dormitorio auspicabilmente isolati dai centri cittadini, privi di servizi di supporto. Un boccone ghiotto che farà sgomitare mafie e delinquenti vari. Delle bombe sociali pronte ad esplodere, in altre parole. L’ennesima fonte di tensione – questa volta vera – che andrà ad aggiungersi agli innumerevoli problemi che già affliggono questa Italia esangue. A quel punto, signor ministro, dopo aver portato a termine il piano, potrà dirlo: ecco, avevo ragione, sono sempre i neri a portare i problemi, ora più che mai avete bisogno di me e del mio pugno duro.

Rivolgo quindi un disperato appello a tutte e tutti, prima che sia troppo tardi: leggete, informatevi, pensate! Non fatevi fregare così facilmente, non credete a queste semplicistiche promesse di sicurezza e benessere per “noi” a scapito “loro”. Come diceva Mandela, la libertà è una sola e le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti.

È davvero questa la società che volete lasciare in eredità ai vostri figli? Spaventata, arrabbiata, divisa?

In ultimo, rivolgo un sentito appello a tutte le pseudo sinistre che tanto si affannano alla ricerca di una nuova identità.

Lavoro con i richiedenti asilo e i rifugiati solamente da due anni, ma ho avuto l’opportunità di incontrarne – e conoscerne – tanti. Spesso nel dibattito pubblico chi si erge a paladino dell’accoglienza argomenta sostenendo che “rifiutare di accogliere dei poveracci che scappano da guerre e miserie è inumano”. Ecco, se c’è una cosa che ho imparato con il mio lavoro è che i migranti non chiedono di essere compatiti, non vogliono pietà. Invocano rispetto. Rispetto per la loro dignità in quanto esseri umani e rispetto per i loro diritti. In primis il diritto alla mobilità, oggi quasi esclusivo appannaggio di chi possiede un passaporto occidentale.

Quindi smettetela e smettiamola di descrivere il migrante, il richiedente asilo, il rifugiato, lo straniero in generale come un essere fragile e indifeso che aspetta solamente di essere salvato e cominciamo a considerarli per quello che realmente sono: resistenti, preziosi e indispensabili compagni nella lotta per la costruzione di una società più equa ed egualitaria.

Esistiamo e resistiamo, sempre.

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