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Bisogna combattere le disuguaglianze. È una frase che si ascolta sempre più spesso (e per fortuna). La novità è che a pronunciarla sono forze politiche anche con segno diverso. Anche quelle che un tempo facevano della diversità di censo un elemento distintivo della propria idea di società e la interpretavano come uno stimolo alla dinamica meritocratica che avrebbe dovuto smuovere talento e competizione tra le persone. Ma è davvero così? Siamo davanti a una conversione reale verso il principio dell’uguaglianza, trasversalmente alle forze politiche? Ho qualche dubbio. Certo, la disuguaglianza, tra persone, popolazioni, lavoratori, generazioni, aree geografiche, uomini e donne, è talmente sfacciata che nessuno può più far finta di nulla. Ma la politica non è un eterno convegno. È fatta di programmi, idee e scelte. Sono queste che determinano il profilo reale della proposta di ciascun partito. Allora inutile girarci attorno. La disuguaglianza si combatte in due modi. Non alternativi ma contestuali. Si eradica a monte. Cioè prima ancora che si produca. E questo lo si fa innanzitutto con la promozione, l’investimento e la difesa dei beni pubblici e dei beni comuni. Scuola pubblica, sanità pubblica, accesso alla cultura per tutti, formazione continua. Ci metto persino la sicurezza come miscela tra politiche di socialità, controllo del territorio, contrasto del degrado urbano. Se lo Stato, innanzitutto lo Stato, garantisce questi beni essenziali, allora sta facendo la politica più potente di contrasto alle disuguaglianze e di promozione dell’uguaglianza. Insomma, evita che chi nasce in una famiglia sfigata (mi si perdoni lo slang), sia destinato, per tutta la sua vita, a restare intrappolato in quella condizione. Ma la disuguaglianza si contrasta anche quando, ahimè, si è già prodotta. Allora lì non si scappa. C’è innanzitutto una cosa da mettere in campo: muovere la leva della fiscalità in senso fortemente progressivo e immaginare una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Non sto parlando della famiglia che risparmia tutta la vita per poi comprare un monolocale al figlio precario che non potrà mai accendere un mutuo. No. Sto parlando delle ricchezze lì dove in questi lustri si sono concentrate in modo spropositato. Come quelle delle multinazionali del web che fatturano miliardi di euro in un Paese e hanno sede nei paradisi fiscali. Proporre questo non deve essere più una bestemmia ma un grande tema di una politica economica degna di questo nome. Perché altrimenti accade una cosa paradossale, che è già in corso: che saranno i grandi ricchi della terra a voler pagare più tasse (e magari a combattere contro i cambiamenti climatici). Perché hanno capito che le disuguaglianze materiali e la grande questione climatica impedisce lo sviluppo dei Paesi e soprattutto blocca i sistemi produttivi. Ora, uno potrebbe dire che se accadesse questo sarebbe una buona notizia. Forse sì, non lo so. Temo solo che alla fine saremmo davanti all’ennesimo tornante di un capitalismo che vede il rischio della sua implosione e applica degli aggiustamenti. Forse avremmo bisogno di spingerci più in là. E dirci che in fondo il tema della disuguaglianza è tutto dentro l’organizzazione del modello produttivo, economico e sociale. Insomma, è il capitalismo stesso che genera, naturalmente, disuguaglianza. E che se non se ne inventa uno nuovo, fatto di democrazia economica e di un’idea radicalmente diversa di ciò che definisce la qualità delle nostre stesse esistenze, allora il mondo continuerà ad essere diviso per classi. E sarà un mondo di infelici.

Francesco Laforgia già deputato, è senatore eletto con LeU, portavoce del movimento politico èViva

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