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Salvini parte civile nel caso Cucchi. Clamoroso sviluppo nella prima udienza preliminare del processo per i depistaggi visto che Salvini è quel ministro degli Interni, leader della Lega, travestito, spesso da poliziotto o con magliette che ammiccano ai gruppuscoli razzisti e fascisti. Il 5 gennaio del 2016, dopo che Ilaria Cucchi aveva posta una foto di uno dei tre indagati per l’omicidio di suo fratello Stefano, Salvini disse che quel post gli «faceva schifo». «Ci sarà un 1% di quelli che portano la divisa che sbagliano e devono pagare. Anzi devono pagare doppio. Ma io sto sempre con polizia e carabinieri. La sorella di Cucchi si dovrebbe vergognare per quanto mi riguarda». Erano i giorni in cui venimmo a conoscenza dei risultati dell’inchiesta bis quella che faceva luce sul pestaggio violentissimo di una persona arrestata.

Invece ora il presidente del Consiglio, il Viminale, il ministero della Difesa e l’Arma si dichiarano parti lese nell’eventuale processo per i presunti depistaggi sul caso della morte di Stefano Cucchi, che vede imputati otto carabinieri, tra cui ufficiali. Un gesto dal valore simbolico forte, che segna – nelle parole della famiglia Cucchi – il passo definitivo verso la «riconciliazione» della famiglia del giovane detenuto con l’Arma e le istituzioni. «Un fatto senza precedenti e un momento di riavvicinamento tra cittadini e istituzioni», ha commentato Ilaria Cucchi subito dopo la presentazione dell’istanza di costituzione di parte civile da parte dell’Arma e della Difesa all’udienza preliminare sul procedimento dell’eventuale “Cucchi quater”, che stavolta vede sotto accusa la catena di comando che avrebbe depistato le indagini sulla morte del giovane. Scelte che ufficializzano una netta presa di posizione già annunciata in una lettera affidata ai familiari di Stefano dal comandante generale dei Carabinieri Giovanni Nistri l’11 marzo scorso e che, al di là della retorica sulla riconciliazione sembra un’altra mossa della strategia di Viale Romania per divincolarsi, nove anni dopo, da una vicenda che ne ha minato la credibilità più di altri episodi di abusi o omicidi commessi da carabinieri di ogni rango. Salvini s’è spiegato così: «Le Forze dell’Ordine sono un esempio di professionalità e dedizione che ci fa essere orgogliosi: per colpa di poche mele marce non possiamo accettare che vengano infangate tutte le divise. È questo che ha motivato la costituzione di parte civile del Viminale nel processo Cucchi: mi auguro finiscano gli attacchi e le insinuazioni contro tutte le donne e gli uomini che tutti i giorni vigilano sulla sicurezza degli italiani».

A presentare la stessa richiesta di costituirsi parte civile, sulla quale il Gup si è riservato di decidere, ci sono anche la famiglia Cucchi, gli agenti di polizia penitenziaria coinvolti nella prima inchiesta quando un cono d’ombra aveva protetto i carabinieri, il Sindacato dei Militari, Cittadinanzattiva e l’appuntato Riccardo Casamassima, il teste-chiave nel processo per l’omicidio Cucchi: «Sto pagando, io e la mia famiglia – dice Casamassima – quindi non faccio commenti sulla costituzione di parte civile da parte dell’Arma però il Comandante Generale mi sta facendo pagare per la mia decisione di testimoniare. Questa è la verità. Lo dimostrano i tentativi fatti per danneggiare la mia persona. E’ una situazione pesante che stiamo sopportando io e la mia famiglia per aver fatto il nostro dovere. Mi hanno messo ad aprire la porta, mi hanno tolto tutto, mi hanno abbassato lo stipendio, dopo la testimonianza di un anno fa. L’Arma non mi è vicina. Dicono “Chi sa parli”, lo Stato ci ha abbandonato». Dunque l’Arma si costituisce parte civile ma poi fa mobbing al carabiniere che ha consentito il processo?  Alla domanda sul processo a suo carico per l’accusa di detenzione di droga ai fini di spaccio Casamassima risponde: «L’accusa mi è stata mossa dopo la mia testimonianza. Non hanno trovato droga in casa, ne uscirò pulito, siamo sereni, come sempre». E a Ilaria Cucchi, Casamassima scrive: «Cara Ilaria Cucchi sai quanto vi voglio bene e quanto cerco di starvi vicino. Davvero credi che l’Arma vi sia affianco? La stessa arma che sta massacrando la mia famiglia? Hanno solo anticipato le vostre mosse».

«In vicende come la nostra – ha aggiunto Ilaria Cucchi – troppe volte ho visto i sindacati di polizia intromettersi contro le nostre famiglie. In quest’aula per la prima volta un sindacato si è schierato al nostro fianco e non contro di noi». La frecciata di Ilaria è diretta in primis a Gianni Tonelli, deputato salviniano ex segretario del Sap (fondato nel 1981 con Almirante come ospite d’onore) ai tempi in cui quel sindacato tributò una standing ovation ai quattro colleghi condannati in tre gradi per l’omicidio di Federico Aldrovandi. Tonelli, spesso considerato sprezzante con i familiari di Cucchi e Aldrovandi è convinto che esista una verità alternativa sulla morte di Stefano così come sulla morte di Aldrovandi, quando gli agenti penitenziari furono assolti nel primo processo dichiarò: «Bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato la responsabilità di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive ai limiti dell’illegalità»..

Nell’istanza presentata dall’Arma, che chiede una provvisionale di 120mila euro, c’è un duro attacco ai colleghi imputati, che «nel commettere i reati contestati, hanno cagionato un grave danno patrimoniale e morale alle amministrazioni». Le imputazioni contestate sono particolarmente gravi «perché hanno sortito l’effetto criminoso di sviare l’accertamento pieno di altrui attività delittuosa nel corso di particolari, complesse ed articolate indagini, avendo militari abusato delle loro qualifiche e funzioni».

Ma il procedimento più delicato è sicuramente quello che riguarda gli otto militari dell’Arma accusati di aver orchestrato il tentativo di insabbiamento della verità sulla morte del geometra romano. Una partita giocata «con le carte truccate», l’ha definita il sostituto procuratore Giovanni Musarò. Le richieste di giudizio da parte della Procura sono nei confronti, tra gli altri, del generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti capo del Gruppo Roma, e per il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo di Roma. I reati contestati, a seconda delle posizioni, sono falso, omessa denuncia, favoreggiamento e calunnia. Ad essere coinvolti nella catena di comando ci sarebbero anche altri sei imputati. Per l’accusa i depistaggi partirono da Casarsa, all’epoca numero uno del Gruppo della Capitale, e a cascata furono messi in atto dagli altri secondo i vari ruoli di competenza. Per i pm alcuni degli indagati avrebbero attestato il falso in due annotazioni di servizio datate 26 ottobre 2009, relativamente alle condizioni di salute di Cucchi, arrestato dai carabinieri di Roma Appia e portato nelle celle di sicurezza di Tor Sapienza, tra il 15 e il 16 ottobre del 2009. Falsi confezionati – secondo i magistrati – «con l’aggravante di volere procurare l’impunità dei carabinieri della stazione Appia, responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che nei giorni successivi gli determinarono il decesso».

Gli imputati, si legge, «hanno cagionato un grave danno alle Amministrazioni in epigrafe indicate. Le imputazioni contestate, tutte procedibili d’ufficio, sono particolarmente gravi anche per le modalità d’azione – avuto particolare riguardo alla qualità di appartenenti dell’Arma dei Carabinieri – ed hanno sortito l’effetto criminoso di sviare l’accertamento pieno di altrui attività delittuosa nel corso di particolari, complesse ed articolate indagini, avendo i militari abusato delle loro qualifiche e funzioni in evidente violazione degli obblighi di servizio e dei doveri del proprio status e per finalità assolutamente contrarie agli interessi e ai compiti propri dell’Istituzione di appartenenza, prioritariamente impegnata nella prevenzione e repressione dei fenomeni criminosi». Per l’Avvocatura dello Stato, «le singole condotte ascritte hanno infatti intralciato il normale esito e sviluppo delle operazioni di polizia giudiziaria creando grave nocumento all’azione delle autorità ciò preposti inoltre gli atti e comportamenti tenuti sono palesemente contrari ai principi di moralità e rettitudine che devono improntare l’agire di un militare nonché ai doveri attinenti al giuramento prestato e a quelli di correttezza ed esemplarità discendenti della condizione di militare nonché gli appartenenti all’Arma dei carabinieri tali atti e comportamenti hanno avuto risalto negativo all’esterno dell’istituzione ledendo nell’immagine e il prestigio e inficiando il vincolo di fiducia sul quale fondato il rapporto di impiego e di servizio». 

«Nulla in contrario» alla costituzione di parte civile del Comando generale dei carabinieri nel processo Cucchi, «ma chiediamo che lo stesso atto formale venga svolto ogni volta che i nostri uomini vengono insultati o subiscono lesioni nelle piazze o nel corso di manifestazioni». Lo dice all’Adnkronos Massimiliano Zetti, Segretario generale aggiunto del Sim (Sindacato Italiano Militare) Carabinieri. «Il principio resta lo stesso: se un collega sbaglia deve pagare, ma deve avere tutti i diritti e le garanzie. E diciamo no al tritacarne mediatico-giudiziario. Più in generale, si intervenga non solo quando ad essere danneggiata è l’immagine dell’Arma, ma anche quando ad essere danneggiati sono i singoli carabinieri», aggiunge Zetti. «Per il resto -conclude- non ci esprimiamo sul merito del processo, attendiamo il lavoro della magistratura e vedremo cosa ne scaturirà». 

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