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Gennaio 2019. Siamo in Bulgaria, nel villaggio di Voivodinovo, non lontano dalla città di Plovdiv: due adolescenti, nel corso di una rissa, picchiano un giovane soldato e lo mandano in ospedale. I due vengono denunciati e dovranno affrontare un processo; la vittima, per fortuna, non è grave, e dopo un breve ricovero può tornare a casa. È una vicenda che merita un’ampia copertura sui giornali locali, ma tutto potrebbe finire qui, se non fosse che i due aggressori sono di origine rom: e quando ci sono di mezzo «gli zingari» le cose si complicano sempre.

Così, sul caso interviene addirittura il vicepremier Krasimir Karakachanov, esponente dell’estrema destra nazionalista (o sovranista che dir si voglia), una specie di Salvini locale: in una dichiarazione di fuoco rilasciata alla stampa, Karakachanov spiega che «gli zingari sono diventati sempre più arroganti, e i bulgari hanno perso la pazienza» (da notare il contrasto tra «gli zingari» e «i bulgari»: come se i rom non fossero cittadini a tutti gli effetti…). Pochi giorni dopo il sindaco di Voivodinovo ordina la demolizione delle case di tutti i rom che abitano nel villaggio.

I colpevoli, dunque, non sono più i due aggressori, ma l’intera comunità di cui fanno parte: una «punizione collettiva», ch…

L’articolo di Sergio Bontempelli prosegue su Left in edicola dal 24 maggio 2019


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