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Che la storia la scrivano i vincitori non è sempre vero. C’è tra gli storici una minoranza di ricercatori che potremmo definire inattuale, non nel senso di un ritardo, ma perché in anticipo sui tempi. Una minoranza che per l’originale metodo di lavoro non è largamente accolta dai contemporanei. Bisogna attendere la crisi di conformismi culturali e di ideologie radicate perché le loro scoperte vengano accettate. È il caso di Cesare Bermani che, nel solco dell’invito gramsciano, da molti decenni lavora per la totale «inversione di valori sociali e storici», corollario indispensabile alle «vere rivoluzioni, che fanno epoca nella storia». E nella certezza che nulla oppone «tanti ostacoli alle innovazioni quanto il linguaggio».
Per questo è stato tra i primi a utilizzare sistematicamente le fonti orali, usualmente ignorate dalla storiografia ufficiale.
Le vive testimonianze di quelle masse subalterne che, pur non avendo mai avuto voce nella storia, da oltre un secolo la fanno sul campo. Munito, oltre che di registratore e microfono, di passione civile e rigore scientifico, a partire dai primi anni Sessanta ha portato alla luce e consegnato alla storia tesori altrimenti destinati ad essere perduti.
A Cesare Bermani, che è stato tra i fondatori dell’Istituto Ernesto de Martino e collaboratore di Gianni Bosio, chiediamo di rievocare gli esordi della sua formazione di storico.
Sono stato un militante del Partito comunista italiano dal 1955 al 1970. Poi nel Manifesto e in Rifondazione. Nell’estate 1963 Roberto Leydi stava lavorando al primo volume di Canti sociali italiani. Mi convinse a collaborare con lui e c…

 

L’intervista di Noemi Ghetti a cesare Bermani prosegue su Left in edicola fino al 30 maggio 2019


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