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Perde le staffe, alza la voce. Si blinda dietro cordoni di polizia. Cerca rifugio in palchi originariamente pensati per esporsi ai suoi fan, ma che – con sempre più frequenza – si trasformano in recinti per proteggerlo. La figura di Salvini, quella stessa silhouette che esce irrobustita dalle urne europee, mostra crepe sempre più evidenti quando entra in contatto diretto col magma sociale italiano, per un comizio o un evento pubblico. Lo dimostrano le contestazioni accorate ed energiche che il ministro in felpa colleziona dal Nord al Sud del Paese. Come è possibile? Si tratta forse di un paradosso?

In realtà, prestando un po’ di attenzione, non è difficile intuire ciò che lo stesso Salvini ha ben chiaro. Ma non dice. I sorrisi sgangherati, quasi digrignati, che oppone a chi lo contesta dissimulano a stento il segreto di Pulcinella della Terza Repubblica. Ossia che le merci politiche populiste, al pari dei beni di consumo, si fanno ogni giorno più deperibili, con una data di scadenza sempre più ravvicinata. E che ossessionare via twitter un intero Paese con refrain che non incidono di una virgola sul benessere materiale e esistenziale delle persone (dai migranti che «ci invadono», alla cannabis «emergenza nazionale») alla lunga, porta ad una reazione. Ad un risveglio.

E non ci riferiamo qui soltanto a movimenti vivaci come Non una di meno, a quelli contro le grandi opere, agli studenti, ai giovani per il clima, ai sindacati più battaglieri, alle rivolte dei migranti, su cui teniamo i riflettori accesi ogni settimana. Il missionario della paura di stanza al Viminale incontra una diffusa e spontanea resistenza in…

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue da Left in edicola dal 31 maggio 2019


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