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A Hong Kong è ormai sera. Il traffico è bloccato da questa mattina, le forze dell’ordine ancora schierate. Decine di migliaia di protestanti muniti di mascherine e occhiali di protezione – molti di loro sono giovanissimi – si stanno scontrando con la polizia, dopo aver costretto il Parlamento a rinviare a tempi non definiti il dibattito sulla nuova legge sulle estradizioni forzate in Cina, che avrebbe dovuto svolgersi oggi alle 11 ora locale (le 3 in Italia). Il governo sostiene che l’emendamento sia necessario perché Hong Kong non diventi un’isola felice per i criminali, mentre i cittadini temono che il progetto possa portare a processi e detenzioni arbitrarie per mano del sistema giudiziario cinese. Alcuni manifestanti sono stati arrestati, altri portati via in ambulanza dopo le cariche della polizia che per la prima volta nella storia di Hong Kong ha sparato proiettili di gomma. 

Da più parti si sono levate voci di protesta contro l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti (79 feriti di cui 2 gravi, il più giovane ha 15 anni) e la governatrice Carrie Lam che in un primo momento aveva dichiarato che si sarebbe comunque votato entro giovedì 20 ha deciso di rimandare tutto a una data incerta.

Le proteste – le più grandi dal 1997 – erano iniziate il 10 giugno, in seguito all’annuncio della stessa Lam in sostegno al decreto. Inizialmente pacifiche, le contestazioni hanno subito un’improvvisa escalation di violenza: si è cercato di bloccare l’edificio parlamentare, alché la polizia è intervenuta con idranti, spray urticanti, lacrimogeni e pallottole di gomma – il tutto trasmesso in diretta streaming grazie ai media locali. Alla fine, i manifestanti sono riusciti a irrompere nella sede del Consiglio, usando le barricate di metallo che circondavano il palazzo per attaccare la polizia.

L’eco dell’evento sta diventando internazionale. Contro la legge si sono espressi avvocati, organizzazioni per i diritti umani e diversi governi stranieri, tra cui quello statunitense. Martedì sera Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei Deputati americana, ha condannato la bozza, in quanto lesiva dell’autonomia dell’ex colonia britannica. Ha dichiarato che il decreto “dimostra spaventosamente la sfacciata volontà di Beijing di calpestare la legge per silenziare il dissenso e soffocare la libertà dei cittadini di Hong Kong” (South China Morning Post). La dura risposta cinese non si è fatta attendere: Geng Shuang, portavoce del ministro degli Esteri, ha sottolineato che Hong Kong è un affare interno cinese e che nessun’altra nazione può intromettersi, «la Cina esprime forte insoddisfazione e risoluta opposizione nei confronti degli Stati Uniti, per aver fatto dichiarazioni irresponsabili e osservazioni incorrette sull’emendamento» (South China Morning Post).

Notoriamente, Cina e USA sono già in conflitto su svariati fronti, dal commercio internazionale alle restrizioni americane sul colosso tecnologico Huawei. Geng ha aggiunto anche che Bejing sostiene con forza l’impegno del governo di Hong Kong nel modificare la legge sulle estradizioni e che l’autonomia dell’isola è già da tempo implementata dal principio “un Paese, due sistemi”.

Intanto, secondo quanto riportato dall’Ansa, il capo della polizia ha reso noto che gli scontri sono stati riclassificati come “rivolta”, con gravi implicazioni per tutti gli arrestati. Nonostante il rinvio della seduta parlamentare sia una vittoria per i manifestanti, l’accanito sostegno della Lam non fa sperare in un passo indietro, soprattutto perché la legge sembra essere diventata simbolo dell’autorità del Partito comunista stesso sulla città.

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