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Perché in Italia, una penisola costellata da realtà sociali animate da spirito solidaristico, la sinistra alle recenti elezioni europee non è riuscita ad affermarsi? Possiamo dirci dunque un Paese di destra? Da qui si snoda il colloquio tra Leila El Houssi, docente di Storia dei Paesi islamici all’università di Padova e copresidente del Forum Italo Tunisino, e Pietro Adami dei Giuristi democratici.

In Italia sono molti gli attori della società civile spinti da spirito solidaristico. Penso all’associazionismo sui territori, ai sostenitori di Riace, al popolo degli striscioni sui balconi, alle femministe di Non una di meno, alla Cgil, ai sindacati di base, alle Ong. Eppure l’esito del voto europeo sembra aver definito un’Italia che inesorabilmente si sta spostando a destra. Cos’è accaduto?
Dire che gli italiani siano di destra, talora, pare essere una semplificazione autoassolutoria. Al contrario, come hai giustamente rilevato, sono molti gli attori che sono spinti da spirito solidaristico, tema che appartiene alla sinistra. Anzi, sulle questioni del lavoro e dei servizi sociali e pubblici, si può dire che l’Italia sia compattamente “a sinistra”. Paradossalmente questo costituisce un problema per i partiti di sinistra.

Ritieni vi sia stato un corto circuito tra la società civile impegnata sul fronte solidaristico e i partiti politici che si definiscono di sinistra?
Non esattamente. Mi spiego meglio. I liberali veri, classici, in Italia sono circa il 3%. Nessuna forza politica propugna, ad esempio, una transizione completa verso la sanità privata. L’Italia ha, addirittura, sindacati dei lavoratori di destra. Se provate ad andare negli Stati Uniti, a raccontare che la destra in Italia ha i suoi sindacati, restano increduli.

Non esiste quindi, a tuo avviso, in Italia una forza di destra economica in senso tradizionale?
Proprio così. Non esiste una forza di destra economica in senso tradizionale, nell’accezione in cui il mondo intero la intende. E questo è il primo problema della sinistra italiana, ed il più grave. In tutto il mondo, più o meno, la destra afferma questi principi: pareggio di bilancio, liberalizzazioni, privatizzazione di scuola e sanità (con assicurazione che i cittadini, se vogliono, si pagano), riduzione dei servizi pubblici, e privatizzazione degli stessi, taglio dei posti di lavoro nel pubblico impiego, taglio delle opere pubbliche, riduzione delle garanzie sul contratto di lavoro, e dei poteri sindacali, innalzamento dell’età pensionabile. La destra nel mondo è liberista, e più o meno applica le teorie del liberalismo classico in economia, riduzione del bilancio pubblico per ottenere una riduzione delle tasse (ai ricchi in particolare). Potremmo aggiungere anche che, in linea di massima, nel mondo la destra è centralista ed antifederalista, ma teniamo l’attenzione sugli aspetti più strettamente economico-sociali. I partiti italiani che si collocano a destra, di tutto quello che ho detto sopra, non perseguono assolutamente nulla. In Italia abbiamo sindacati di centrodestra e uno addirittura di destra (all’estero griderebbero all’abominio). Nel decennio berlusconiano il disavanzo pubblico è esploso. Sono proliferate le società Spa pubbliche degli enti locali, e si sono ridotti i servizi affidati con gara. Ricordo che la prima cosa che Berlusconi fece, fu caricare il debito di Alitalia (4 miliardi) sul bilancio pubblico per evitare fosse acquistata da Air France.
In breve, nessuna misura classicamente di destra, in campo economico sociale, è stata assunta, e neanche teorizzata, se non il tentativo di abrogazione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori contrastata da un milione di persone al Circo Massimo. Oggi l’intento leghista è di tornare ad abbassare l’età pensionabile. Lotta con l’Europa per poter incrementare il disavanzo, riduce le tasse ai più ricchi (questo è di destra, certo, ma non lo è far saltare il bilancio pubblico). Nessun partito di destra si sogna di affermare una riduzione della sanità pubblica, o della scuola e università pubblica. Morale della favola, la destra italiana vuole certamente favorire i ricchi, ma attingendo al debito, e non con i sistemi tradizionalmente seguiti all’estero, che invece mirano a una riduzione della spesa pubblica.

In questo quadro potremmo dire che esiste una peculiarità italiana quando parliamo della destra nel nostro Paese?
Direi di sì. Se vogliamo fare esempi concreti sul come la destra opera in questo paese chiediamoci quale sia stata l’intuizione di Berlusconi, quel giorno in cui un milione di persone hanno letteralmente occupato l’intero centro di Roma, il Circo Massimo e le vie circostanti, per contestare la riforma dell’art.18 dello statuto dei lavoratori. Intuizione seguita oggi da Salvini.
Hanno fatto un semplice conteggio ed hanno capito che per formare partiti di massa occorre puntare sul voto di grandi masse di persone. È un banale dato matematico. Gli imprenditori in Italia sono molti, per carità, ma la stragrande maggioranza degli italiani è lavoratrice dipendente. Dunque non puoi mai schierarti, in modo palese e dichiarato, contro gli interessi di questi soggetti. Li puoi svantaggiare nel lungo periodo ed in modo sottile (ad esempio abbattendo le tasse ai ricchi, aumentando l’Iva, che è una tassa non progressiva, ecc.). Ma non puoi andare contro frontalmente. Lo dimostra il referendum acqua del 2011. È stato il colpo di grazia della destra liberale in Italia.
La destra italiana ha, quindi, una propensione a occupare il settore pubblico, in modo parassitario, e non a diminuirne l’azione. Dunque più appalti, più società controllate dagli enti locali, più assunzioni, più stipendi agli amici. Altro che ridurre le reti televisive pubbliche: mettiamoci gli amici al comando!

In tutto questo la Sinistra sembra tuttavia pagare un prezzo altissimo. Incertezza economica e insicurezza hanno minato la fiducia nei partiti tradizionali e dischiuso nuove opportunità per le formazioni in grado di interpretare le proteste di ampie porzioni della società. Il risultato del voto europeo e amministrativo ci ha fornito un quadro allarmante. Non credi che la progressiva perdita di “un’identità” abbia creato un divario crescente tra gli italiani e i partiti politici che si definiscono di sinistra?
È chiaro che chi paga un prezzo alto è la sinistra. Anche per colpe proprie. L’identità non è solo stata progressivamente persa, è stata anche volutamente abbandonata per un malinteso senso di modernità, in una rincorsa al centro. Nel contempo, in una paradossale inversione di ruoli, gli altri partiti occupavano gli spazi rimasti liberi.
Se si leggono i programmi ci si avvede che solo i radicali sono liberali classici (non a caso hanno il 2,5%), per il resto tutti si dichiarano keynesiani, socialdemocratici, difensori del pubblico. Sotto alcuni aspetti potremmo anche affermare che sia positivo. Il diritto alla scuola pubblica ormai è considerato acquisito, come la forma repubblicana. Non va dimenticato, però, che la peggior cosa che poteva succedere al partito repubblicano italiano era di vincere la sua battaglia.

Insoddisfazione, incertezza economica e insicurezza sono gli elementi che hanno minato la fiducia nel partito tradizionale e dischiuso nuove opportunità per le formazioni in grado di interpretare le proteste di ampie porzioni della società. Il populismo, di cui oggi si parla, viene interpretato con un’accezione prettamente negativa, facendo riferimento a un cambiamento di rotta della società italiana all’indomani della crisi economica. Vorrei da te una definizione di populismo chiedendoti: tu ritieni davvero che l’Italia possa davvero oggi essere definita tale?
Dobbiamo, innanzitutto, intenderci sul significato da dare al populismo. Si dice che il populismo sia dare ascolto alle pulsioni più basse e becere del popolo, fomentandole. Non nego che ci sia questo elemento, ma vorrei tentare di dare una definizione più precisa del fenomeno, per come si presenta in Italia, ancora una volta anticipatrice del mondo, sul piano politico.
Casaleggio, padre, ha intuito alcuni elementi. Prima di tutto, che non solo le ideologie erano al tramonto, ma anche le semplici idealità coordinate. Tradizionalmente, al centro c’era un’idea di società, e tutte le soluzioni pratiche discendevano da quella. Il sistema ideale era quella cosa per cui, chi sosteneva un partito, accettava anche gli elementi del programma che non condivideva. Ad esempio nei partiti d’ispirazione cristiana la base era spesso conservatrice, tendenzialmente non entusiasta di alcuni valori di accoglienza. Ma il pacchetto era completo. Prendere o lasciare.
Nel contempo, il socialismo credeva alla riabilitazione del criminale. Molti a sinistra non condividevano, ma sul manuale delle istruzioni per il socialismo così era scritto.
Il pregio dell’ideologia (e quindi di un sistema organizzato di idee che derivano da alcuni valori base) è evidente. Ha valore educativo. Spiega che, se credi alla solidarietà cristiana o socialista non ci puoi credere solo quando ne hai bisogno. Dunque, non puoi dire: io voglio essere accolto ma non voglio accogliere nessuno. I sistemi ideali sono costrittivi, ma trattano i cittadini come adulti. Spiegano loro le conseguenze delle scelte ideali. Il sistemi ideali erano però un grande handicap nella lotta politica. Il partito cattolico non poteva sostenere le punizioni corporali, anche se la grande massa degli elettori avesse voluto frustare i violentatori.
Ed ecco che si svela l’intuizione di Casaleggio: l’idea non serve. Meglio tante piccole idee modulari, intercambiabili, selezionate in modo professionale. Casaleggio non era un guru, ha solo fornito un metodo professionale alla scelta delle idee, rilevando le opinioni, non con i sondaggi, ma ascoltando le persone. In tal modo ha individuato le esigenze degli elettori. Il partito populista è quindi il partito post ideale. Accompagna l’opinione pubblica. Rinuncia al valore fondante (o quantomeno lo declassa) acquisendo grande libertà di manovra. Costruisce il vestito all’elettore su misura, con stoffe di vari colori e rinuncia al ruolo educativo. Non contrasta mai l’elettore, lo tratta da adolescente. Quando gira il vento gira la prua.

Eppure i 5 stelle hanno perso una percentuale consistente di voti e la Lega ha invece ottenuto il 34%. La campagna elettorale di Salvini ha puntato sul tema dell’immigrazione alimentando un profondo senso d’insicurezza negli italiani. Credi che tra le priorità degli italiani ci sia davvero la risoluzione di questo tema?
Gli italiani hanno accusato il colpo della riduzione e dei tagli ai servizi sociali. Con la crisi economica e del debito, i tagli alla spesa sono stati pesanti. A fronte della crisi umanitaria degli ultimi anni, sarebbero serviti, invece, più fondi e più coraggio nelle politiche per l’accoglienza. Questa crisi si è scaricata ovviamente sulle fasce più deboli. Nella guerra tra poveri per il pronto soccorso o per il sedile sull’autobus è maturata la vittoria di Salvini.
Per la sinistra alle elezioni non c’era nulla da fare. L’italiano, assodato il fatto che nessuno gli toglierà i servizi pubblici essenziali, quando avverte come prioritario il tema “sicurezza”, non c’è niente da fare: vota a destra. O meglio la pseudodestra cialtrona italiana che abbiamo descritto. In compenso, quando avverte come prioritario il tema lavoro, vota a sinistra. O meglio, votava a sinistra.

Ma allora qual è il percorso che la sinistra deve perseguire?
La sinistra deve ritrovare l’identità perduta. Deve fare pace con gli ultimi anni, in cui ha vagato senza meta, e riscoprire i suoi valori. Prima di tutto deve ricordarsi di essere un’emanazione dei lavoratori. Può litigare con tutti, ma non con loro. Ho assistito allibito al modo in cui il Pd renziano ha trattato gli insegnanti. Persone che non solo, in larga parte, hanno sempre volto il proprio sguardo a sinistra, ma soprattutto, donne e uomini che hanno fatto molto per il pensiero democratico, nel loro lavoro quotidiano. E, per una riforma, la Buona scuola, che non si è ben capito che cosa volesse ottenere, il Partito democratico si è alienato in larga parte le loro simpatie. Questo perché ha deciso di procedere come un rullo compressore, rinunciando alla capacità di ascolto. Nello stesso modo si è comportato con molti dei tradizionali interlocutori sindacali. Come se io, svegliandomi la mattina, per prima cosa, decidessi di fare un giro per prendere a ceffoni tutti i miei clienti storici. Il partito politico è prima di tutto l’emanazione di gruppi sociali. La sinistra deve, prima di tutto, capire chi vuole rappresentare.
Voglio chiarire una cosa. Questi gruppi sociali, o classi, se preferite, non hanno sempre ragione. Ma la dialettica democratica funziona solo se ciascuno fa il proprio mestiere, e le posizioni sono chiare. È come il processo: non funziona se Pubblico ministero ed avvocato si mettono improvvisamente entrambi ad accusare l’imputato. Il minimo che può accadere è un disorientamento.

Il tema immigrazione resterà comunque sempre un punto debole per la sinistra?
È il tema su cui occorre più coraggio ed orgoglio. Le ricette della sinistra, per ogni problema sociale, sono le più efficaci. Lo sono sempre state. Il Salvini di turno offre la risposta più facile ed istintiva. Bastonare. Ma la storia ha dimostrato che la bastonata non risolve nulla, inasprisce il problema, e costa moltissimo. Gli italiani dovrebbero ricordare che la soluzione alle baraccopoli che circondavano le nostre città fu data costruendo le case, e non bastonando i baraccati, che poi sono i nostri padri e nonni. Dopo il 1960, i grandi investimenti nel sociale hanno funzionato, la terra delle bonifiche ai contadini ha funzionato, e la criminalità è crollata.
Dunque, a parte le ubriacature di breve momento, la soluzione vera è solo una: dare casa e lavoro. Meglio che chi arriva diventi un contribuente, che pagare un tizio per sorvegliarlo. Ovviamente questo presuppone un salto: casa e lavoro per tutti. Tra breve la passione per Salvini finirà. Così come sono finite tutte quelle precedenti. Per una specie di legge che mi pare, senza prendermi troppo sul serio, di poter enunciare: più il politico personalizza la propria azione, più la riempie di caratterialità, di modi di dire, di battute, più rapidamente attinge al proprio tesoretto. Insomma, alla lunga, abbia operato bene, oppure male, conta relativamente poco: viene a noia, o addirittura nausea. In sostanza, per l’italiano la cosa è: mi continua a fare male la schiena, e quello sta ancora lì con le sue battutine.
Salvini, come già Renzi, sta prelevando come un forsennato, al suo tesoretto, personalizzando sempre più, e presentandosi, o essendo percepito, come un salvatore della patria. Ma per come si muove, certo, la patria, non la salva e dunque in breve, qualche anno, gli italiani si stancheranno. Non vorrei sbagliarmi, ma, peraltro, mi pare che il tempo di marcescenza dell’immagine pubblica si stia accelerando. Ovviamente queste cose nella casa 5 Stelle le sanno bene, e stanno già pensando al domani. Stanno costruendo la trama della vita della persona che in futuro verrà proposto al posto di Di Maio, e che non si sarà usurata nel governo.

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