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La morsa di Trump si stringe attorno al fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. Dopo l’emissione, a fine maggio scorso, di 18 capi d’accusa nei suoi confronti, l’11 giugno il dipartimento di Giustizia Usa ne ha formalmente richiesto l’estradizione al Regno Unito e la mattina del 13 giugno il ministro dell’Interno britannico, Sajid Javid, ha rivelato di aver firmato e certificato l’ordine di “espatrio”. Secondo Javid, Assange «è giustamente dietro le sbarre. La richiesta di estradizione degli Stati Uniti sarà al vaglio del tribunale venerdì».

Il capo dell’organizzazione mediatica internazionale che diffonde documenti sensibili per l’interesse pubblico era stato arrestato per la prima volta nel 2010 dalla polizia britannica, a seguito di un mandato d’arresto europeo e internazionale – poi ritirato nel 2017 – su richiesta delle autorità svedesi, con l’accusa di stupro e aggressione sessuale nei confronti di due donne. Scampata l’estradizione in Svezia, nel giugno 2012 aveva ottenuto asilo politico all’ambasciata dell’Ecuador a Londra, in cui ha vissuto per 7 anni fino allo scorso 11 aprile, giorno del secondo arresto. Infatti, il Presidente ecuadoriano Lenin Moreno gli ha revocato l’asilo politico accusandolo di aver violato svariate volte l’accordo di convivenza stanziato per la sua permanenza all’ambasciata.

Motivo della richiesta di estradizione statunitense è la sua presunta collaborazione con l’ex analista dell’intelligence militare Bradley Manning (oggi Chelsea Manning) nell’hackerare una password per introdursi nei sistemi informatici governativi, in particolare in un network per l’archiviazione di materiale classificato – il Secret protocol network. Lo scopo era sottrarre documenti e comunicazioni riservate, «in modo che WikiLeaks potesse diffonderli sul suo sito web». Circa 250mila dispacci e 500mila documenti riservati relativi all’attività militare americana in Afghanistan e Iraq e sulle condizioni di detenzione nella prigione di Guantánamo sono stati diffusi da WikiLeaks nel 2010, in quello che è conosciuto come Cablegate. Tra questi, anche il video “Collateral Murders” che documenta una strage di civili di un raid aereo a Baghdad nel 2007, in cui sono state uccise dodici persone, di cui due giornalisti di Reuters.

Inizialmente, Assange doveva rispondere alla giustizia americana solo di cospirazione e intrusione informatica ma lo scorso mese gli sono stati imputati altri 17 capi d’accusa. Il più controverso è proprio quello che riguarda la violazione dell’Espionage act, ossia «incoraggiare, ricevere e pubblicare informazioni sulla difesa nazionale». «Molti di questi documenti erano classificati a livello “secret”, dunque la loro divulgazione non autorizzata può causare seri danni alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti», si legge nella nota del dipartimento di Giustizia. Nessuno, sottolinea la Cnn, è mai stato condannato negli Stati Uniti per quello che, secondo alcune associazioni per i diritti civili, potrebbe costituire un pericoloso precedente. Invero, c’è chi ritiene che ciò sia «un assalto diretto al Primo emendamento», ovvero alla libertà d’espressione, come l’Unione americana per le libertà civili.

Per confermare l’estradizione del 47enne australiano, il tribunale britannico, il 14 giugno, deve stabilire se in questo caso sussiste il principio della double criminality: esiste cioè nel Regno Unito una legge simile a quella che Assange ha violato negli Usa? Comunque, dall’inizio della vicenda due funzionari delle Nazioni Unite avevano preso le sue parti. Agnes Callamard, relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, e Nils Melzer, relatore speciale sulla tortura. Quest’ultimo, dopo averlo visitato, affermava che Julian mostrasse già sintomi associati a una prolungata esposizione a torture psicologiche e che l’estradizione lo avrebbe esposto «a un rischio reale di violazione dei diritti umani, inclusi la libertà di espressione, il diritto ad un processo equo e al divieto di trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti».

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