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Secondo testimonianze inedite, un cargo italiano ha ricondotto a Tripoli un gruppo di migranti soccorsi nel Mediterraneo. Un caso che sembra simile a quello della Asso 28. Chi ha dato gli ordini? È stato violato il diritto internazionale? Che fine hanno fatto queste persone?

Partire dalla Libia. Salpare le onde su un gommone, con la speranza che una nuova vita stia per iniziare, al di là del Mediterraneo. Trovarsi in difficoltà, in mezzo al mare. Avere la fortuna di essere soccorsi e venire trasbordati su una nave mercantile italiana. Essere salvi, insomma. Essere già in Europa. Ma solo in teoria. «Adesso dormite – avrebbe detto loro l’equipaggio – domani vi sveglierete in Italia». Ma la mattina dopo, all’orizzonte, si intravede il porto di Tripoli. E per i naufraghi, sbarcati e presi in custodia dalla Guardia costiera libica, finisce un sogno e si aprono i battenti dei lager per migranti.

È questa la testimonianza di un ragazzino che si trova tutt’ora nel Paese nordafricano – di cui ometteremo la nazionalità e il vero nome, lo chiameremo Ato – che ci racconta di un’operazione di soccorso dal dubbio profilo giuridico condotta in gran segreto o per lo meno mai intercettata fino ad oggi dalla stampa.

Occorre a questo punto fare un passo indietro nel tempo. Perché la vicenda di Ato fa tornare alla mente quella dei 101 migranti della Asso 28, la nave commerciale di cui si occuparono le cronache il 30 luglio 2018 per aver riportato in Libia un gruppo di persone soccorse nel Mediterraneo in acque internazionali, su indicazione della marina di Tripoli. Il natante, che fa parte della flotta di Augusta offshore, una Spa con sede a Napoli, operava a supporto della piattaforma di estrazione Sabratah, gestita dalla Mellita oil & gas (una joint venture tra Eni e la National oil corporation libica). Il caso fece esplodere le polemiche tra chi affermava che si trattasse di una operazione legittima e chi invece sosteneva che fosse un grave abuso: il primo respingimento collettivo operato da una nave commerciale verso un porto non sicuro in violazione delle norme internazionali di soccorso marittimo e sul diritto d’asilo. Un’ipotesi considerata plausibile da numerosi giuristi, e anche dall’Unhcr, che in una nota del 31 luglio affermava: «La Libia non è un porto sicuro e questo atto potrebbe comportare una violazione del diritto internazionale». Nessuna autorità ha però mai fino a oggi messo sotto inchiesta la società proprietaria della Asso 28, né il capitano della imbarcazione.

Ma che fine hanno fatto i profughi riportati dal mercantile italiano in Libia? Sarita Fratini, scrittrice e blogger da tempo impegnata nel documentare ciò che accade ai migranti intrappolati nel Paese nordafricano, ha iniziato a condurre ricerche proprio a partire da questo interrogativo. «Volevo capire che ne era stato di loro e ho iniziato a studiare i rapporti di Oim e Unhcr, in cui si rendicontano le presenze nei lager libici», racconta a Left. «Da un mese all’altro, nel campo di Tariq al Matar, è risultato un aumento di donne incinte che corrispondeva al numero di quelle segnalate a bordo della Asso 28, ossia cinque. Così mi sono rivolta ad un contatto in Tunisia, Amil, un ragazzo eritreo transitato da quel campo che nel frattempo era stato sgomberato. Lui ricordava con precisione un gruppo di persone scese da una nave italiana, e mi ha indicato i due lager nei quali il gruppo era stato diviso dopo lo sgombero».

«Grazie a una rete di attivisti e a Giulia Tranchina, avvocatessa specializzata nella difesa dei diritti umani, sono quindi riuscita a mettermi in contatto con un ragazzino segregato in uno dei lager. È lui Ato». Sì, proprio colui dal quale inizia il nostro racconto. «Parla poco inglese, è molto chiuso. Così ho chiesto ad Amil di scrivergli. Ad Ato fa piacere parlare con qualcuno che è riuscito ad uscire dal sistema dei lager. Così, dopo un po’, è saltato fuori che lui stesso era stato deportato da una nave italiana di cui ricordava il nome, “Napoli Ssevantaoto”. Non era però successo il 30 luglio, bensì tra l’1 e il 2 luglio». 

Ato tutto questo lo spiega in un file audio, che un interprete ha tradotto, di cui siamo in possesso. Se tutto fosse confermato, il trasporto di profughi in Libia operato da una nave mercantile italiana a fine luglio 2018 non sarebbe stato un caso isolato. La domanda è: chi ha autorizzato questo modus operandi? Di sicuro c’è che le operazioni di salvataggio in quel tratto di mare sono state numerose. In una nota diffusa dalle agenzie di stampa la scorsa estate, la stessa Augusta offshore ha dichiarato che «dal 2012» le sue unità «sono state impegnate in 262 operazioni Sar» (search and rescue, ricerca e soccorso). E proseguono ancora oggi se pensiamo che la Asso 25, un’altra nave della stessa flotta, il 6 giugno scorso ha salvato portandoli a Pozzallo 62 migranti rimasti alla deriva su un gommone in acque Sar libiche. Ciò a dimostrazione del fatto che i casi in cui ad intervenire per soccorrere i migranti sono proprio le navi commerciali, in seguito alla diminuzione della presenza delle Ong, e al disimpegno militare italiano ed europeo nel Mediterraneo, sono numerosi.

«Dal racconto di Ato ho provato a ricostruire tutta la storia – spiega Sarita Fratini -. Gli ho chiesto i contatti di altri naufraghi. E ho scoperto così che le donne sarebbero state trasferite in un altro campo. E dai nomi delle compagne di viaggio che lui ed altri ragazzi mi hanno segnalato, abbiamo scovato i loro profili facebook che per molti di loro sono l’unico (segreto) contatto con il mondo esterno». Il racconto di Sarita prosegue: «Tra queste ragazze ce n’era una che stava per partorire, Dahia (anche qui, come nel resto del testo, useremo nomi di fantasia, ndr). Nel suo centro c’era un’epidemia di Tbc e nessuno si preoccupava di fornirle aiuto medico. Così ha partorito sul pavimento. Suo figlio, Loni, è riuscito comunque a sopravvivere».

Ma non è l’unica ragazza che si riesce a rintracciare. Tra loro c’è anche Eden. «È stata lei a ricordare che a bordo della nave in cui si trovava quella notte tra l’1 e il 2 luglio, un marinaio avrebbe detto ai naufraghi che era stata inoltrata una richiesta all’Italia, per capire se li voleva accogliere, ma dall’Italia sarebbe arrivata una risposta negativa». Eden lo ha sostenuto in uno scambio via social che abbiamo potuto visionare. Davvero ci fu un contatto tra autorità italiane e il capitano della nave quella sera?

Per fare luce sulla vicenda, è fondamentale innanzitutto accertare se davvero i migranti siano arrivati con una nave cargo, e capire di quale imbarcazione si stia parlando. Alcuni indizi aprirebbero all’ipotesi che sia stata proprio la Asso 28 a compiere trasbordo di cui parlano i migranti. Innanzitutto, il nome che ricorda Ato, «Napoli Ssevantaoto», è piuttosto simile a quello del mercantile italiano. Ma ci sono altri elementi che sosterrebbero questa eventualità. Secondo uno screenshot che immortala i registri marittimi di AirNav ShipTrax, il rimorchiatore in questione si sarebbe trovato il 2 luglio alle 7.30 Utc ormeggiato a Tripoli. Alcuni dei naufraghi, inoltre, sostengono di aver ricevuto a bordo della nave bottigliette di acqua minerale made in Malta. Era una delle poche cose che avevano con sé, per questo lo ricordano bene. E, sempre secondo lo screenshot in questione, il precedente scalo della Asso 28 sarebbe stato il 23 giugno 2018, a Marsaklokk, Malta.

Ci siamo dunque rivolti alla Augusta offshore, chiedendo di confermare o smentire questa ipotesi. Ma, al momento in cui andiamo in stampa, dall’armatore non è giunta alcuna risposta. Restiamo comunque in attesa di un eventuale chiarimento e, nel caso, saremo lieti di informare i nostri lettori.

Ma, in questa storia, c’è di più. «Nella lista di coloro che i migranti mi hanno indicato come compagni di viaggio del 2 luglio – riprende Sarita – c’è un altro nome che mi sta particolarmente a cuore. È quello di Josi, che conservo accanto ad una sua foto. Josi era un ragazzo, ed è morto di tubercolosi sul pavimento del lager dove era rinchiuso, lasciato agonizzare senza essere soccorso». Uno, purtroppo, dei tanti casi di morte per malattie facilmente curabili nei lager del Paese nordafricano, documentati ormai da sempre più inchieste giornalistiche. Lager, questi, in cui alcune Ong italiane hanno accettato di intervenire, per portare aiuti finanziati dall’Italia, di cui spesso – secondo quanto affermano i detenuti – si perdono le tracce, una volta consegnati alle guardie.

«Per ora ho trovato i nomi di buona parte dei migranti deportati il 2 luglio – spiega la blogger -. Sono di varia nazionalità, ci sono ragazzini minorenni, ragazzine sui vent’anni che sostengono di venire sistematicamente violentate. Ho comunicato le loro generalità a team legali europei che si occupano di immigrazione. Queste persone devono avere giustizia».

Per fare luce sulla vicenda, Sarita ha dato vita ad un collettivo. Si chiama Josi e Loni project. Sono i nomi del neonato venuto alla luce nel lager e del ragazzino che, in uno di questi luoghi disumani, ha perso la vita. Lo scopo del gruppo di attivisti è fermare le deportazioni verso la Libia, raccontandone gli effetti, ricercando i deportati dalle imbarcazioni europee, monitorando le navi cargo nel Mediterraneo.

Nel frattempo, dei deportati del 30 luglio, quelli finiti sulle prime pagine dei giornali, non si è più trovata traccia. Diversi avvocati d’Europa stanno cercando queste persone, senza successo. Per fare luce sulla vicenda, e chiedere l’intervento della magistratura, lo scorso agosto alcune personalità del mondo della cultura, di quello giuridico e della politica, hanno presentato un esposto. Tra le firme, Moni Ovadia, Luigi de Magistris, Luigi Ferrajoli, Domenico Gallo. Nel documento, si chiede alle autorità di accertare se la vicenda configuri «una forma di respingimento collettivo per di più da parte di privati», una pratica per cui l’Italia è già stata sanzionata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2012 (con la cosiddetta sentenza Hirsi, ndr) per aver esposto profughi a trattamenti inumani e degradanti (art.3, Cedu) e per aver compiuto espulsioni collettive proibite (art.4 prot.4).

«L’esposto non risulta archiviato ma, nonostante diversi incontri avuti presso l’ufficio del sostituto procuratore Falcone, incaricato delle indagini, non abbiamo notizia di ulteriori sviluppi», commenta Danilo Risi, avvocato che ha depositato il testo alla magistratura. «È un po’ strano che su questa vicenda non si sia voluta fare chiarezza – prosegue -. Molto si è detto sui soccorsi operati dalle Ong, e dalle navi della marina militare, ma si tratta della punta dell’iceberg rispetto ai soccorsi operati dalle imbarcazioni commerciali». Le quali ora, dopo la lotta alle organizzazioni umanitarie del governo Gentiloni prima e Conte poi, e con la riduzione dell’impegno militare di Italia ed Unione europea nel Mediterraneo, rappresentano spesso le prime realtà che intervengono in soccorso ai migranti naufraghi. Molti armatori, per questo motivo, sono preoccupati. Per loro, le attività di salvataggio si traducono spesso in un calo della produttività, una spesa non sempre del tutto recuperabile tramite le assicurazioni.

«La nostra idea è che un abitante del mondo, quando sale su una nave italiana e dunque entra in Italia, ha diritto ad essere identificato e a presentare una domanda di asilo – afferma l’avvocato -. Certo, se poi a coordinare i soccorsi c’è la marina italiana, si pone un problema di responsabilità diretta, se invece è la marina libica la questione è di sovranità».

Ma il tema della sovranità non assolve certo l’Europa dalle sue responsabilità. Un altro esposto di 250 pagine che sarà depositato alla Corte penale internazionale dell’Aja punta il dito contro i politici europei responsabili di crimini contro l’umanità. «Esternalizzando le pratiche di respingimento dei migranti in fuga dalla Libia alla Guardia costiera libica – si legge nel documento -, pur conoscendo le conseguenze letali di queste deportazioni diffuse e sistematiche (40 mila respingimenti in 3 anni), gli agenti italiani e dell’Ue si sono resi complici degli atroci crimini commessi contro nei campi di detenzione in Libia». L’esposto è stato redatto da Omer Shatz, esperto di diritto internazionale dell’Istituto di studi politici di Parigi, e Juan Branco, giornalista franco-spagnolo, consigliere di WikiLeaks. Sotto accusa sono Renzi, Gentiloni, Minniti, ma anche Salvini, Macron e la Merkel.

«Attraverso un complesso mix di atti legislativi decisioni amministrative e formali accordi – si legge ancora nel testo – l’Ue e i suoi Stati membri hanno fornito alla Guardia costiera libica sostegno materiale e strategico, incluso ma non limitato a navi, addestramento e capacità di comando e controllo». È così che, secondo gli estensori dell’esposto, i Paesi Ue avrebbero aggirato il diritto marittimo e internazionale, con lo scopo di chiudere le frontiere.

Ma che il potere delle autorità di Tripoli nei confronti delle navi che prestano soccorso, in virtù della giurisdizione che esercitano nella loro zona Sar grazie all’accordo Italia-Libia del 2017, non sia sufficiente a considerare i porti del Paese nordafricano come “sicuri”, lo conferma una sentenza del Tribunale di Trapani. Nell’assolvere i due migranti soccorsi lo scorso luglio dall’equipaggio del rimorchiatore italiano Vos Thalassa, accusati di aver provocato disordini a bordo per evitare che fossero riportati in Libia, il giudice Piero Grillo spiega che: «Se si riflette un momento sul fatto che i 67 migranti imbarcati dalla Vos Thalassa avevano subìto, prima della partenza dal territorio libico, le disumane condizioni rappresentate dalla Unhcr, appare evidente come il ritorno in quei territori costituisse per loro una lesione gravissima di tutte le prospettive dei fondamentali diritti dell’uomo». Per questo, la ribellione dei due migranti in opposizione alla volontà della Guardia costiera libica è stata considerata “legittima difesa”.

Anche per questo, è importante che sui casi di possibili respingimenti collettivi verso la Libia sia fatta luce. «Su un episodio come quello della Asso 28 – torna a dire l’avvocato Risi – c’era la possibilità di fare chiarezza, ma ancora la magistratura non si è mossa in questo senso». Noi ci auguriamo invece che si arrivi ad una svolta. Per la dignità del nostro Paese. Ma, prima ancora, per Loni e per Josi.

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 14 giugno 219


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