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«Ho sempre avuto in testa una idea: se lo sport è fatto con reale amore e passione diventa elemento straordinario di trasmissione delle problematiche sociali». Vittorio Barbanotti, 67 anni appena compiuti, ha fatto di questa consapevolezza una pratica di vita. Anni fa ha subito un serio intervento chirurgico al cuore di quelli che spaventano e di solito fermano le persone. Vittorio invece si è letteralmente rimesso in pista, anzi è più esatto dire su strada. La bicicletta è per lui una sorta di prolungamento del corpo con cui attraversare mondi e confini, uno strumento per incontrare.

Già lo scorso anno salì agli onori della cronaca per una pedalata longa in solitaria che da Milano lo portò fino alla sede del Parlamento europeo a Strasburgo. La ragione? Sensibilizzare le istituzioni locali, nazionali ed europee verso il rispetto della Convenzione per i diritti del fanciullo, ratificata dall’Onu e troppe volte, anche nei “civili” Paesi europei, dimenticata. Fu un viaggio epico, interrotto da una caduta che lo costrinse a fermarsi e poi a ripartire giorni dopo, raggiungendo alla fine l’obiettivo. Quest’anno si è ripetuto. Il 13 aprile ha rinforcato la bici scendendo verso sud. Oltre 20 tappe, disavventure di vario tipo, fra strade interrotte, pioggia, vento, cadute e incontri. Da Milano ha attraversato la Liguria, poi la costa tirrenica fermandosi nelle cittadine toscane, quindi nel Lazio fino a Roma e poi Napoli e la Calabria, per arrivare fino a Palermo, sotto l’albero di Falcone e Borsellino, passando prima per Cinisi, rendendo omaggio a Peppino e Felicia Impastato e alla Casa memoria a loro intitolata. In totale ha percorso in bici circa 1900 km, concedendosi ogni tanto una giornata o due di riposo.

L’obiettivo era arrivare, non davanti a qualcuno ma con tante e tanti. Lo abbiamo seguito giorno dopo giorno. L’impresa, condotta senza sponsor, grazie al contributo di volontari e alle risorse che lo stesso Vittorio ha messo di suo, è stata resa possibile grazie al fatto che, come la voce si spargeva, in molte località si sono aperte le porte delle case di persone che lo hanno ospitato, invitato a cena o a pranzo, organizzato con lui conferenze stampa e iniziative. Via whatsapp comunicava giorno dopo giorno quanto gli era accaduto. Portava con se una bandiera che ha fatto firmare ai tanti e alle tante che lo hanno aiutato nell’impresa e a cui ha spiegato le ragioni del viaggio. Chiede alle istituzioni, in particolare al ministero della Pubblica istruzione, di adoperarsi per insegnare i diritti umani, l’educazione civica, la lotta alle mafie, al bullismo, il contrasto alla violenza sulle donne.

«Non sono neanche dimagrito – racconta ridendo – perché ogni volta che “i compagni” mi ospitavano, mi riempivano di prelibatezze e non potevo rifiutare. Certo che la faticata è stata grande ma ne valeva la pena». Il suo volto e la sua storia sono finiti soprattutto nelle testate locali, quando si fermava in città e paesi che di solito vengono ignorati dal circuito mediatico. Lo hanno intervistato, raccontato, con sorpresa e, dai resoconti, lo hanno fatto anche con stima mista a meraviglia. A sentire coloro che lo hanno ospitato, che hanno condiviso con lui una serata con i muscoli stanchi e il freddo nelle ossa (la stagione non è stata certamente delle migliori) ti raccontano di aver incontrato una persona straordinaria, al di fuori dagli schemi, capace di far credere che non esista l’impossibile. E mentre il Giro d’Italia, uno degli avvenimenti sportivi più autenticamente popolari veniva violato nella sua ragion d’essere, evitando di scendere a sud, ignorando letteralmente Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna, e stabilendo di fatto anche una “autonomia regionale sportiva differenziata”, Vittorio da solo attraversava i paesini calabresi e siciliani.

Nella sua strada a sud ha incontrato l’ex eurodeputata Eleonora Forenza, durante la altrettanto faticosa campagna elettorale per le europee, e poi Mimmo Lucano, ancora esiliato dalla sua Riace, infine Barbara Evola, consigliera comunale a Palermo, in una delle poche città che insieme a Napoli evita di adeguarsi ai diktat salviniani. «Ma soprattutto ho incontrato persone vere». Ripete e utilizza il termine “compagni” non solo per rivendicare una propria appartenenza politica ma una pratica di vita e di condivisione che non si limita ad una tessera di partito. Uno strappo muscolare ha ritardato di un giorno il suo arrivo a Palermo e il suo giro si è concluso il 20 maggio. Poi è ripartito in nave alla volta di Genova.

Terminata la “pedalata longa” come ama chiamarla, ha ricevuto ufficialmente, il 28 maggio, il titolo di Ambasciatore dei Diritti umani da due associazioni impegnate su questi temi e collegate all’Onu. Poi si è dovuto sottoporre ad esami cardiaci, la valvola che gli hanno impiantato anni fa andava controllata. «Non è che ti è cresciuto un altro cuore?». Gli ha detto scherzando un amico che lo ha seguito giorno per giorno da casa. Ha finito qui le sue pedalate Vittorio? «Se il cuore non fa scherzi l’anno prossimo ne provo un’altra dice ridendo – da Milano al Campo di sterminio di Auschwitz. Voglio arrivare al memoriale perché lì c’è una parte del mio cuore». E poi, quasi prendendosi in giro aggiunge: «In fondo è una pedalata anche più breve. Solo 1.300 chilometri». Buon viaggio Vittorio.

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