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La tv ci ha abituato a pensare la mafia secondo un modello La piovra. Sceneggiati e film hanno alimentato per anni un immaginario di scoppole, lupare, attentati e stragi. La mafia certamente è criminalità, violenza, ricatto, logica identitaria del sangue, manifestazione di arcaicità, legata alla famiglia, ad un’idea patriarcale di onore, alla religione. Ma da tempo ormai le organizzazioni mafiose lucrano ed esercitano un potere criminale in modo multiforme, mimetico, più difficile da individuare a prima vista. Insinuandosi ai più alti livelli della finanza, nei cicli produttivi, nel governo del territorio, in modo diffuso, capillare, “normale”.

Trovando un terreno di coltura non solo nelle aree geografiche più arretrate e depresse del sud, ma anche a Roma (basta pensare a Mafia capitale) e nel ricco nord dove è egemone l’ideologia neoliberista del profitto ad ogni costo, della speculazione, della deregulation, dove più estesa è la finanziarizzazione dell’economia.

Perfino in una Regione una volta rossa come l’Emilia Romagna e in una città come Reggio Emilia è arrivata la lunga mano della malavita organizzata, come raccontano in questo sfoglio Nando Dalla Chiesa e Federica Cabras, autori di Rosso mafia (Bompiani).

La mafia modello siciliano, quella della trattativa con agganci ai piani alti dello Stato non rappresenta l’intero, lo spiega bene Giuseppe Pignatone con Michele Prestipino in Modelli criminali, mafie di ieri e di oggi, da poco uscito per Laterza, e su questo numero Francesco Forgione, che è stato presidente della commissione parlamentare Antimafia dal 2006 al 2008.

La mafia più diffusa oggi non mette bombe, ma strangola silenziosamente la vita civile del Paese. Camorra, mafia e ‘ndragheta, le cui cosche proliferano anche fuori dalla Calabria sul modello delle attività in franchising. Si innestano sulla corruzione locale, vanno a braccetto con la politica “del fare”. Lo vediamo anche in queste settimane punteggiate di inquietanti casi di cronaca come quello che ha coinvolto Paolo Arata, arrestato con l’accusa di intestazione fittizia, con l’aggravante di mafia, corruzione e autoriciclaggio. (Parliamo di un politico che ha contribuito alla scrittura del contratto di governo!). La mappa dei casi analoghi è ampia e drammatica, la tratteggia qui Giulio Cavalli spigolando nelle vicende della Lega, sulla quale ancora grava la scandalosa vicenda dei 49 milioni spariti.

Ricordiamo che il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, il 25 aprile ha disertato la festa nazionale della liberazione del nazifascismo per andare a Corleone, ipse dixit, a combattere la mafia. Ma il ministro che si è fatto fotografare in una piscina sequestrata a dei mafiosi, poi con il decreto sicurezza e immigrazione ha fatto sì che i beni sottratti alla criminalità organizzata possano andare all’asta ed essere acquistati dal miglior offerente. L’uso pubblico delle ricchezze accumulate dalle mafie non è una priorità per questo governo che, anzi, preferisce svenderli offrendoli così su un piatto d’argento ai malavitosi che, attraverso prestanome, possono agilmente tornarne in possesso. Lo avevamo denunciato fin da quando circolavano le prime bozze del provvedimento poi diventato legge. Torniamo ora ad approfondirne le gravissime conseguenze.

Il 18 giugno sono stati arrestati i responsabili di un’impresa impegnata nei lavori di demolizione del ponte Morandi. Ci sarebbero le mani della camorra. Certo non aiuterà la lotta alla criminalità organizzata l’aver sospeso per due anni il Codice degli appalti, come il governo giallonero ha fatto varando lo Sblocca cantieri. Su questo il presidente dell’Anac Raffaele Cantone è intervenuto subito con parole chiare e qui, intervistato da Stefania Limiti, dichiara: «La corruzione è pulviscolare e spesso attuata da cricche senza altro orizzonte che il saccheggio delle risorse pubbliche a fini privati». La lotta per contrastarla dunque è una battaglia quotidiana, della magistratura, ma anche di tutti noi cittadini. L’antimafia sociale è lo strumento.

La mafia è una formazione storica e come tale si può combattere. Il pericolo maggiore è tratteggiarla come potere invincibile e onnipotente, perché involontariamente si rischia di fare l’apologia del fenomeno che si vuole combattere. Anche sotto questo riguardo l’esempio di Peppino Impastato rimane un faro. «Con la sua Radio Aut agì un uso corrosivo della satira come critica del potere, come sarcasmo per desacralizzare l’autorità del capomafia, la percezione popolare della sua onnipotenza» scrive Giovanni Russo Spena. Anche per questo era una spina nel fianco per la mafia che lo uccise il 9 maggio del 1978. Oggi la sua lezione va rinnovata ad ogni livello. Nel segno della memoria di Impastato, di Pio La Torre e di tutti coloro che hanno coraggiosamente combattuto la mafia sono nate, sparse in tutta la penisola, esperienze importanti di opposizione e resistenza. A vari livelli.

Perché la lotta alla mafia si fa nel sociale come racconta Sabrina Certomà che è andata nel rione Sanità per raccogliere la testimonianza attiva dei ragazzi che si sono ribellati alla camorra dando vita alla cooperativa La Paranza. E si combatte a livello culturale. Lo scrive Gaetano Savetteri, direttore della coraggiosa rassegna Trame sui libri contro la mafia che questo fine settimana torna in piazza a Lamezia Terme, come tenace espressione di una opposizione civile all’ndrangheta; parliamo di un festival che è riuscito a far rialzare la testa al Comune calabrese, tre volte sciolto per mafia, diventando fucina di resistenza e punto di riferimento per tanti giovani.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 21 giugno 2019


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