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L’amministrazione Usa finge che ci sia ancora confusione e poca chiarezza attorno al progetto di pace tra Israele e Palestina elaborato dal presidente Donald Trump, noto come “L’accordo del secolo”.

Questa strategia rientra nella cosiddetta divisione di ruoli e compiti tra Washington e Israele. In questo senso, gli sforzi del governo israeliano si concentrerebbero soprattutto sul come colonizzare ed espandere la propria influenza sui territori della Cisgiordania occupata, portando avanti il progetto della ‘Grande Israele’. Questo prevede la piena sovranità israeliana su tutti i territori palestinesi dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, con l’eccezione della Striscia di Gaza. Questo è confermato dai media israeliani: i blocchi di insediamenti come sono oggi rimarranno nelle mani di Israele e ad essi andranno ad aggiungersene gli altri. Le aree dei blocchi cresceranno in base all’area coperta dai singoli insediamenti, ai quali sarà aggiunta la gran parte dell’area C, che corrisponde al 67% della Cisgiordania.

Gerusalemme è stata riconosciuta come territorio sovrano israeliano dagli Stati Uniti che successivamente, come elemento rafforzativo, vi hanno trasferito la propria ambasciata fino ad allora sita a Tel Aviv. Gli israeliani saranno responsabili sul piano amministrativo delle aree di Gerusalemme: ciò significa che i palestinesi pagheranno al comune di Gerusalemme qualunque tipo di tassa (acqua, elettricità e sicurezza….).

L’attenzione dell’amministrazione Usa si focalizzerebbe da un lato, nel far accettare ai Paesi arabi l’annessione della Cisgiordania ad Israele, convincendoli ad abbandonare definitivamente il principio della ‘Terra per la pace’, ovvero la soluzione dei due Stati basati sui confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est capitale dello stato palestinese; dall’altro, nel convincere Israele a riconoscere una relativa autonomia agli abitanti palestinesi di alcune zone nella Cisgiordania, i quali rimarrebbero comunque soggetti senza sovranità all’interno dello stato israeliano.

In realtà, gli Usa stanno procedendo con il loro progetto a 360 gradi infatti, dal punto di vista politico con la conferenza di Varsavia e, dal punto di vista economico, con l’imminente conferenza di Manama, cercano di normalizzare l’annessione della Cisgiordania a Israele e l’esistenza stessa dello Stato Ebraico.

In seguito al trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, l’amministrazione Usa ha tagliato gli aiuti all’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, Unrwa, riconoscendo l’annessione del Golan come territorio sovrano israeliano e, in ultimo, gli Stati Uniti sono disponibili a fornire le condizioni economiche (attraverso donazioni economiche sia da parte dei Paesi arabi, che dal mondo occidentale) ai palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza per persuaderli ad abbandonare il loro progetto di costituzione di uno stato indipendente.

Questo progetto è stato descritto da alcuni funzionari della squadra di Jared Kouchner (genero di Trump, suo consigliere politico e responsabile dell’operazione) come “un piano equo, realistico e attuabile, che consentirà alle persone palestinesi di migliorare la propria condizione economica”. Le nazioni che supporteranno finanziariamente l’implementazione di questo accordo sono USA, Unione Europea e gli stati del Golfo produttori di petrolio.

Queste nazioni forniranno 25 miliardi di dollari nel corso di cinque anni per la realizzazione del progetto.

Stati Uniti ed Israele hanno capito che per realizzare questo progetto dovranno adottare “un approccio non convenzionale, basato sul non nascondere le carte in tavola, ma ricorrendo invece all’apertura”. Inoltre, hanno intenzione di intensificare la loro coordinazione a livello politico, per creare ed imporre le condizioni che spingano all’accettazione del progetto di Trump, contrastando eventuali reazioni che ostacolerebbero l’imposizione del piano secondo la visione degli Stati Uniti.

Così, per smorzare qualsiasi reazione palestinese e araba o internazionale che possa impedire l’attuazione del progetto, saranno attuati sia con le minacce e le sanzioni: gli USA cancelleranno tutti i finanziamenti a loro favore e faranno in modo che nessun’altra nazione nel mondo trasferisca denaro ai Palestinesi. Inoltre, i loro leader saranno ritenuti responsabili di violenza con possibili ritorsioni da parte di Israele con il sostegno degli Stati Uniti. Sono già stati attuate sanzioni nei confronti dell’Iran e di Hezbollah e la minaccia continua non solo nei confronti di questi ultimi ma anche contro numerosi altri Paesi, perfino la Russia e la Cina.

Una delle più importanti misure nordamericano-israeliane è quella concordata nell’incontro annuale del gruppo antiterrorismo USA-Israele, che ha iniziato il suo lavoro il 16 aprile 2019. L’incontro è stato descritto come il più lungo dialogo tra i due stati al fine di combattere il terrorismo e affrontare le minacce comuni, come Iran ed Hezbollah, sviluppando strategie che rafforzino la cooperazione in questi ambiti critici.

L’ambasciatore Nathan Sills, coordinatore antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano che ha guidato la delegazione Usa in questo dialogo strategico con Israele, ha definito tale missione parte di “misure preventive per contrastare le prospettive di un rifiuto da parte palestinese della proposta Usa”.

L’ambasciatore ha riconosciuto che gli Stati Uniti si stanno preparando per la possibilità di una effettiva resistenza al piano; in questo senso, non è sorprendente la visita di Sills presso la barriera tra Israele e la striscia di Gaza, in cui sono stati ascoltati i pareri e le aspettative degli ufficiali dell’esercito israeliano sulla situazione lungo il confine con la striscia di Gaza.

È possibile lanciare un’aggressione contro la Striscia di Gaza all’interno di quelle misure preventive americano-israeliane? Di sicuro, Stati Uniti e Israele si impegneranno nel rovesciamento dell’Autorità Palestinese, bloccandole finanziamenti e qualsiasi tipo di sostegno nel mentre cercano un’alternativa politica locale.

Riuscirà l’amministrazione Trump a imporre l’accordo ai Paesi arabi e ai palestinesi, tenendo in considerazione gli aspetti politici ed economici (ma sapendo anche che tutti i palestinesi rifiutano completamente e sono contro questo progetto)? Riuscirà a far accettare ai Paesi arabi la soluzione dello stato ebraico su tutta la Palestina?

Il progetto nordamericano prevede un sostegno finanziario per placare le rivendicazioni dei palestinesi: questa strategia è finalizzata da un lato, a forzare i palestinesi ad accettare lo status quo, sia che si trovino nella Cisgiordania, o nella striscia di Gaza; dall’altro, a proseguire il lavoro di normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e i Paesi arabi, allo scopo di creare un’alleanza congiunta contro l’Iran, con lo slogan della guerra al terrorismo.

Questa soluzione, derivante dall’attuazione del contenuto della legge nazionale ebraica emanata dalla Knesset nel luglio 2018, mette i palestinesi della Cisgiordania di fronte ad una delle due opzioni: o accettare di abbandonare il sogno dell’identità, della terra e della sovranità e vivere all’interno dello stato di Israele sotto sovranità Israeliana, con al massimo una autonomia nelle aree sparse; o fuggire all’estero, e dimenticare tutte le rivendicazioni arabe e palestinesi di uno stato autonomo formato dai territori occupati il 5 giugno 1967, con Gerusalemme est capitale.

Netanyahu, anche se non è riuscito a formare il nuovo governo israeliano, ha sciolto la Knesset (il parlamento israeliano) e così Israele andrà a nuova elezione il prossimo 17 settembre.

Netanyahu sarà probabilmente confermato alla guida del Paese. A dirlo è la maggioranza degli israeliani che si è espressa alle elezioni del 9 aprile scorso. Inoltre, è ben noto il sentimento antipalestinese e razzista che determina un’opinione comune favorevole all’annessione della Cisgiordania allo Stato ebraico. Tutto lascia pensare che, come sempre Israele, sarà governato da forze di estrema destra, nazionaliste e apertamente razziste.

D’altronde, è plausibile che Netanyahu farà di tutto per lasciarsi alle spalle le proprie vicende giudiziarie, ricevendo il sostegno degli Stati Uniti che hanno nell’attuale premier il loro migliore alleato. Il primo ministro israeliano è ora ansioso di accelerare l’espansione e l’annessione dei territori situati nell’area C della Cisgiordania. Le reali decisioni americane del progetto e i suoi obiettivi sono stati tralasciati e non è stato rivelato il progetto nel vero senso della parola: la questione dei profughi, quella di Gerusalemme, degli insediamenti, temi che sono stati tralasciati delle alture del Golan. Due mesi fa , nel forum della rivista Time, Jared Kouchner, ha annunciato che avrebbe svelato il suo piano per “la pace in Medio Oriente” all’inizio di giugno, cioè alla fine del mese del Ramadan, dopo la formazione del nuovo governo.

Quando è stato domandato a Kouchner se il progetto del secolo si basa sul principio “soluzione a due Stati”, ha insistito dicendo che il progetto si concentra sulla situazione economica dei palestinesi e sulla questione della sicurezza di Israele.
Ciò significa che Kouchner e ciò che rappresenta hanno trascurato l’equazione “terra per la pace” in favore del “miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi in cambio della resa”.

Friedman, continua a dire anche in questi giorni, che Israele deve annettersi la Cisgiordania perché ne ha il diritto. Kushner continua a lavorare per la conferenza economica nel Bahrain dicendo: “I leader arabi finanzieranno l’accordo del secolo e lavoreranno per eliminare i diritti e le aspirazioni dei palestinesi, i profughi palestinesi sono reinsediati nel luoghi attuali”. Ma per evitare che si diffonda frustrazione e disperazione, questo “accordo”, nonostante le sue grandi sfide e i rischi reali che esso pone, viene presentato come uno dei tanti tentativi americani di riappacificare la situazione. In realtà, si tratta dell’ ennesimo tentativo di imporre la resa del popolo palestinese, che ha come obiettivo ultimo le realizzazione della “Grande Israele Ebraica”. La violenza, la forza e il razzismo predominano sulla storia. Questo concetto è basato sul fatto che “l’arabo è sottomesso alla forza” e “ciò che non è ottenuto con la forza viene raggiunto con maggiore forza “, ma quale sarà il risultato? Secondo la storia reale del conflitto in un secolo o più, il popolo palestinese ha resistito e combattuto e non si è mai arreso: è emerso dalle macerie della catastrofe del 1948 e la sconfitta del 67, e ha ripreso la marcia e rivoluzioni; passando numerose fasi dalla battaglia di “Al-Karama “, a eroici atti interni e esterni alla Palestina, alla mitica fermezza di Beirut, alla rivolta popolare del 1987 e all’Intifada del 2000; alla sconfitta delle guerre di genocidio e distruzione nella Striscia di Gaza e le continua lotta e resistenza che negli ultimi anni ha confermato la persistenza di questo popolo, i diritti nazionali e storici, di non arrendersi nonostante lo squilibrio del bilancio delle forze.

Pertanto, come possono Kouchner, Greenblatt, Bens, Pompio, Bolton e Friedman prevedere che questo popolo, che ha un’identità nazionale profondamente radicata, nonostante la sua dispersione forzata, in ricordo di una società disobbediente, unita da obiettivi liberali che hanno modellato e continuano a governare la sua lunga lotta nazionale e il suo motore, possa arrendersi?

L’insistenza Usa oggi sullo smantellamento della struttura dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è solo un’illusione: come può avvenire ciò adesso che ci sono più di 5 milioni di persone quando ciò non avvenne, dopo l’aggressione del 1967, che erano poco più della metà? Rimanevano in piedi quando contavano 150.000 abitanti dopo il 1948, e ora 1,7 milioni? Ancora allo stesso modo, è possibile che circa 6 milioni di rifugiati abbandonino il loro diritto al ritorno con il loro sangue e il loro sacrificio, nonostante i 70 anni di amara vita di diaspora e asilo?

Di conseguenza, un secolo di conflitto non ha prodotto una equazione o formula (pienamente vittoriosa o completamente sconfitta), quindi come può il team di Trump aspettarsi la resa dell’intero popolo palestinese, ora 13 milioni che ha tutta la volontà di resistere? Questo non significa che i 25 anni di negoziati di Madrid e di Oslo non hanno permesso di raggiungere ai successivi governi di Israele quello che cercavano sotto gli auspici degli Stati Uniti, senza negare il risultato di questo sterile percorso negoziale di confusione, rovina e divisioni distruttive.

Il filo comune di tutti i colonialismi che adottano la stessa equazione è la forza, la repressione e l’oppressione nei confronti di popoli costretti ad arrendersi: mentre i popoli liberi, in primo luogo quello palestinese, considerano i loro sacrifici nient’altro che una tassa per la libertà e l’indipendenza. Allo stesso modo l’esperienza di tutti i popoli che sono stati colonizzati e che hanno combattuto e vinto, in quanto il colonialismo non è altro che un progetto basato sul profitto e quindi conserva in sé stesso, dalla nascita, la sconfitta. E l’occupazione «israeliana» qui non fa eccezione.

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