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Reggio Emilia e Cutro. Da un lato la città dei fratelli Cervi e della buona scuola, simbolo indiscusso della Resistenza. Dall’altro un paese dell’entroterra calabrese di appena diecimila abitanti, nella provincia di Crotone. Il caso reggiano si inserisce nel sistema delle riflessioni e degli studi sul fenomeno mafioso sotto un profilo inedito. Investe una città che possiamo definire esemplare, se la si colloca all’interno della più ampia storia sociale, politica, economica e culturale del Paese. Civiltà per antonomasia dell’“anti-metropoli”, Reggio Emilia è per tutti la città delle biciclette e dell’integrazione ben governata: un capoluogo di 172mila abitanti, contro il milione e 350mila di Milano, i due milioni e 870mila di Roma, gli 886mila di Torino e i 983mila di Napoli. Ma di qualità simbolica elevatissima, un modello divenuto materia di studio per sociologi, storici e politologi.

All’indomani delle prime stragi, a partire dagli anni Ottanta, furono le sue scuole, incoraggiate e sostenute dalle istituzioni politiche locali, a mobilitarsi per far conoscere il fenomeno mafioso. E a distanza di un decennio furono invece le sue cooperative a promuovere i prodotti nati sui terreni confiscati alle organizzazioni mafiose. Ancora una volta Reggio stava dando prova della sua rodata solidarietà, dimostrando una straordinaria attenzione per i diritti e le libertà collettive. Sino a quando, nello sgomento generale, l’immagine di una Emilia sicura e incontaminata iniziò a sgretolarsi. La mafia era giunta anche a Reggio, partendo dalla Calabria silenziosamente vi aveva messo radici già dai primi anni Ottanta.

E al cospetto dei boss i suoi anticorpi erano…

L’articolo di Federica Cabras e Nando Dalla Chiesa prosegue su Left in edicola dal 21 giugno 2019


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