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Ora il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Serraj «sta valutando la chiusura di tutti i centri di detenzione dei migranti e del rilascio di tutti i detenuti in Libia, con l’obiettivo di garantire la loro sicurezza». A scriverlo è The Lybia observer, riportando quanto dichiarato dal ministro dell’Interno, Fathi Bashagha. La presa di posizione arriva dopo che almeno 53 persone sono rimaste uccise e 130 ferite la notte del 2 luglio – secondo le cifre indicate dalle Nazioni unite – nel bombardamento aereo ad opera dell’aviazione del generale Khalifa Haftar del centro di detenzione per migranti di Tajoura, sobborgo di Tripoli. Il centro è adiacente alla base militare di Dhaman, uno dei depositi in cui le milizie di Misurata e quelle fedeli al presidente al-Serraj conservavano le riserve di munizioni e veicoli per la difesa di Tripoli, sotto attacco dal 4 aprile scorso.

«Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 è al di là della capacità governativa di proteggerli» avrebbe dichiarato ancora il ministro dell’Interno libico. Mentre l’Esercito nazionale libico – capeggiato dal maresciallo Khalifa Haftar – afferma sui social tramite il suo portavoce che è pronto a «sostenere l’azione del governo Serraj» per rilasciare i migranti rinchiusi nei centri di detenzione.

L’hangar della prigione colpito dalle bombe nella notte del 2 luglio conteneva circa 200 migranti provenienti da diversi Paesi dell’Africa. Durante la nottata le ambulanze hanno fatto la spola con gli ospedali per trasportare i feriti. Si tratta del bilancio più sanguinoso relativo a un attacco aereo o a un bombardamento di artiglieria dall’inizio dell’offensiva di Haftar per la conquista della capitale e del Paese. «Questo bombardamento contro i civili costituisce chiaramente un crimine di guerra», ha condannato il Rappresentante speciale dell’Onu per la Libia, Ghassan Salamé. L’inviato delle Nazioni unite ha invitato la comunità internazionale a condannare questo crimine e ad imporre sanzioni a coloro che l’hanno ordinato ed eseguito. Secondo una ricostruzione delle Nazioni unite, in seguito al bombardamento, alcuni migranti avrebbero tentato la fuga, ma sarebbero stati colpiti dal fuoco aperto dalle guardie fedeli al governo di Tripoli. Anche per questo «il fatto che oltre 3mila profughi e migranti intercettati in mare siano stati riportati in Libia nel 2019 è profondamente preoccupante», ha aggiunto l’Onu in una nota.

Nel frattempo, nei centri per migranti in cui sono quotidiane le denunce di torture subite dai detenuti, ora la vita dei profughi è a rischio anche per l’intensificarsi della guerra civile. Anche se ciò non ha impedito al ministro dell’Interno Matteo Salvini di criticare nei giorni scorsi la scelta della Sea-Watch 3 di non riportare verso la Libia i 53 migranti soccorsi in mare.

«Questo non è un attacco accidentale, il generale Haftar e gli Emirati Arabi Uniti sapevano che il centro migranti era a fianco della base di Dhaman, l’avevano già bombardata un mese fa. Hanno accettato la possibilità di colpire il centro, sapendo che era pieno di civili», ha commentato Wolfram Lacher, analista tedesco che segue l’evolversi della crisi in Libia. L’attacco sarebbe, infatti, stato deciso da Haftar dopo aver perso il controllo della cittadina di Gharian la settimana scorsa, a favore delle milizie alleate al governo nazionale. Da due mesi era diventata base operativa strategica dei ribelli, in cui si conservavano anche le armi americane vendute agli Emirati e passate, poi, ad Haftar. Invero, entrambe le parti godono del sostegno militare di governi stranieri, Emirati Arabi Uniti ed Egitto accanto a Bengasi, Turchia e Qatar al governo nazionale. Sono state registrate addirittura reciproche forniture di armi, come il recente invio di mezzi da parte di Ankara a al-Sarraj.

Le drammatiche immagini dell’attacco hanno fatto il giro del mondo sui social network: mostrano i corpi senza vita dei migranti, quelli trasportati d’urgenza nei centri medici e sottoposti a interventi chirurgici, o ancora i feriti sui letti, gli arti bendati. La Libia continua ad essere il principale punto di partenza per i migranti dall’Africa diretti principalmente verso l’Italia attraverso il Mediterraneo. Secondo le ong che operano nel Paese nordafricano, sono circa 3.800 i migranti attualmente detenuti nei centri di detenzione libici considerati “a rischio” a causa dei combattimenti. I civili morti sotto i bombardamenti delle opposte fazioni sono almeno 800, per il momento.

«Apprendo, con sgomento, del bombardamento notturno a Tajoura, nei pressi di Tripoli, che ha colpito un centro per migranti, causando la morte di decine di persone, tra i quali donne e bambini. Un’ulteriore tragedia che mostra l’atroce impatto della guerra sulla popolazione civile», ha dichiarato il ministro degli Affari esteri Enzo Moavero in seguito alla strage. «Occorre garantire, immediatamente, misure di seria protezione per i civili e, in particolare, trasferire i migranti che si trovano nelle strutture di raccolta in luoghi al sicuro dai combattimenti e sotto la tutela delle Nazioni Unite».

La mattina del 3 luglio alla Camera i deputati si sono espressi sulla deliberazione del consiglio dei Ministri circa la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali nel 2019. In particolare, il voto sul rifinanziamento della missione in Libia e il sostegno alla Guardia costiera libica si è concluso con 387 sì, 16 no e 3 astensioni. Il Pd, a causa di divisioni interne tra chi continua ad appoggiare la “linea Minniti” e chi chiede di mettere fine agli accordi con la Libia firmati dall’ex ministro dell’Interno dem, ha deciso alla fine di non partecipare al voto.

***Articolo aggiornato il 4 luglio 2019, alle 19.20***

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