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L’Iran ha cominciato ad arricchire l’uranio a un livello vietato dall’accordo sul programma nucleare (JPCOA) firmato nel 2015 da Zarif, attuale ministro degli esteri di Teheran, con il 5+1 (Usa, Ue, Francia, Germania, Cina e Regno Unito). Soffocato dalle sanzioni economiche nordamericane, il regime degli ayatollah dà infine seguito alla minaccia a sua volta seguita all’ultimatum ai Paesi europei firmatari dell’accordo. «Tra poche ore» l’Iran riprenderà l’arricchimento dell’uranio «al di sopra del 3,67%», ha spiegato ai giornalisti Behrouz Kamalvandi, portavoce dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, non dando, tuttavia, indicazioni riguardo il livello effettivo a cui il Paese sta pianificando di arricchire l’uranio 235.

Sabato scorso, Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei, aveva affermato che fosse necessario per il Paese un arricchimento fino al 5%, per il rifornimento del reattore nucleare di Bushehr – quello di Teheran richiederebbe un arricchimento del 20%. Molti sono stati i commenti dei capi di Stato esteri nei confronti della dichiarazione: un «passo molto, molto pericoloso», secondo il premier israeliano Netanyahu, che ha chiesto ai Paesi europei firmatari di «ripristinare le sanzioni»; l’Unione Europea si è detta «estremamente preoccupata» dell’annuncio e lancia un appello a Teheran a «fermarsi e fare marcia indietro su tutte le attività che non sono in linea con gli impegni» presi nel JPCOA, ha sottolineato Maja Kocijancic – portavoce del Servizio europeo di azione esterna diretto dalla Mogherini.

L’Iran ha, inoltre, minacciato di cancellare nei prossimi 60 giorni altri obblighi, senza specificare quali, a meno che non sia trovata una soluzione con i partner europei. Lo stesso Zarif, su twitter, ne ha auspicato l’intervento: «Tocca a voi», per eliminare le sanzioni economiche americane imposte nell’agosto 2018 che hanno causato la fuga delle aziende straniere e affossato l’economia del Paese. L’Aiea, l’agenzia internazionale per l’energia atomica, incaricata di verificare che l’Iran stia rispettando gli impegni di Vienna, ha dichiarato di aver preso atto dell’annuncio: un rapporto degli ispettori stranieri è atteso a brevissimo, forse già da domani. Su richiesta degli Stati Uniti, l’agenzia ha anche annunciato che si terrà una riunione straordinaria il 10 luglio per fare il punto sugli annunci iraniani.

La tensione nel Golfo Persico era, comunque, già aumentata a fine maggio, come riportato da Roberto Prinzi su Left del 31 maggio 2019. «Gli Stati Uniti hanno ammassato imponenti forze militari nelle basi e postazioni americane sparse nelle ricche petromonarchie arabe. (…) La militarizzazione dell’area era programmata da tempo ma, come ha precisato il Consigliere della sicurezza nazionale Usa John Bolton, è stata accelerata dalle “informazioni” fornite da alcune fonti israeliane su un “imminente attacco iraniano” contro target americani nel Golfo», scriveva Prinzi. Anche in quel momento, l’Iran aveva chiesto «alla comunità internazionale “passi concreti per la pace” attraverso la normalizzazione delle relazioni economiche tra Bruxelles e Teheran pesantemente colpite dal ripristino delle sanzioni Usa». Solo pochi giorni dopo, il 13 giugno, due petroliere erano andate misteriosamente a fuoco nel Golfo Persico. Subito il segretario di Stato Usa Mike Pompeo aveva accusato l’Iran per l’attacco, nonostante le cause non fossero ancora note: « Sono loro i responsabili, per colpire gli alleati degli Stati Uniti. Gli spudorati attacchi nel Golfo di Oman fanno parte di una campagna dell’Iran per aumentare le tensioni e creare sempre più instabilità nella regione. La risposta sarà economica e diplomatica». L’Iran dal canto suo aveva negato ogni responsabilità, respingendo e condannando le affermazioni degli Usa. «La guerra economica degli Stati Uniti e il terrorismo contro il popolo iraniano, nonché la loro massiccia presenza militare nella regione  sono stati e continuano ad essere le principali fonti di insicurezza e instabilità nel Golfo Persico».

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