Sette giudici della Corte costituzionale hanno incontrato i detenuti di sette penitenziari italiani. Un viaggio da cui emerge «l’idea della forza positiva dello Stato democratico», dice Fabio Cavalli, regista di “Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri”, il docufilm che ha raccontato «l’incontro di umanità»

Sette giudici della Corte Costituzionale (Lattanzi, Cartabia, Amato, Coraggio, De Pretis, Sciarra, Viganò) hanno incontrato i detenuti di sette istituti penitenziari italiani: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni, Lecce sezione femminile, il carcere minorile di Nisida. Per la prima volta da quando è entrata in funzione nel 1956, la sentinella che vigila sulle mura della Costituzione ha deciso di entrare in carcere. «La Corte ha avvertito l’esigenza di uscire dal Palazzo della Consulta, di conoscere e allo stesso tempo di farsi conoscere, di incontrare persone e di mettersi in discussione», spiega il presidente Lattanzi nel docufilm Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri, prodotto da Rai Cinema e Clipper Media per la regia di Fabio Cavalli e trasmesso il 9 giugno su Rai Uno – pochi giorni prima era stato presentato in anteprima a Roma alla presenza del presidente Sergio Mattarella. Con questo docufilm il desiderio di saperne di più e il coraggio di dubitare delle proprie credenze in merito al carcere vengono trasferiti allo spettatore. Infatti, il carcere come non lo conosciamo è quel luogo nascosto da alte mura dove a fronte di una capienza regolamentare di 50.528 posti sono recluse 60.472 persone, dove nel 2018 si sono suicidati 64 detenuti, con una età media di 37 anni, e di cui 22 non condannati in via definitiva. È quel purgatorio giuridico dove in questo momento circa 10mila cittadini sono ancora in attesa del primo giudizio. Dietro a questi numeri, ci sono esseri umani, innocenti e colpevoli. Ma le loro storie di errori e riscatti sono in un cono d’ombra. Grazie a questo docufilm è stata data loro luce attraverso il singolare dialogo con i giudici delle leggi, che hanno toccato con mano una realtà che fino ad ora avevano interpretato solo attraverso la Carta costituzionale. «Non è un film sul carcere – ci spiega il regista Fabio Cavalli – ma una grande occasione di scoprire il valore della Costituzione». Fabio Cavalli è attore, regista, autore, scenografo, produttore, docente universitario. Nel 2012 è stato l’autore della sceneggiatura di Cesare deve morire dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani (Orso d’oro alla 62esima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, candidato italiano agli Oscar 2012). Fondatore del Teatro libero di Rebibbia, dal 2003 ha realizzato una ventina di spettacoli con i detenuti-attori.

Fabio Cavalli, cosa rappresenta questo docufilm?
Una grande occasione per scoprire il valore della Costituzione, l’idea della forza positiva dello Stato democratico. Quello che il viaggio mi ha lasciato è la comprensione profonda, concreta, della Carta e di come essa incida sulle nostre vite: noi purtroppo, spesso, non apprezziamo quest’aspetto della legge fondamentale della Repubblica, che abbiamo ereditato dalle donne e dagli uomini dell’assemblea costituente. Questo intreccio fra carta e vita mi si è disvelato proprio accompagnando con le macchine da presa i giudici nelle prigioni.
Lei ha conosciuto il mondo del carcere oltre venti anni fa, come regista. Come sintetizzerebbe il sentimento che si prova quando si varcano i cancelli?
Ogni anno tengo un corso all’Università Roma Tre, dal titolo “Etica ed estetica del teatro in carcere”, e porto decine di studenti a fare tirocinio sul palcoscenico di Rebibbia, assieme ai detenuti-attori della mia compagnia. Pochi giorni fa, nella sua relazione finale, un’allieva ha scritto una frase che mi ha davvero sorpreso. La cito per intero: «Vi è una linea sottilissima che intercorre tra amore ed odio o tra questo ed umanità, e se per umanità intendiamo un sentimento il cui obiettivo è il benessere dell’altro, allora non c’è luogo più umano di un carcere e di chi per esso opera». Questa ragazza di vent’anni ha riassunto magistralmente il sentimento che si prova entrando in contatto col carcere e con tutte le sue dolorose contraddizioni: la prevalenza dell’umano, la sua infinita ricchezza.
Ciò che lei che mostrato in questo docufilm.
Ho provato a fare un film che raccontasse quello che ho visto: incontri di umanità, storie forti. Voglio sottolineare che questo non è un film sul carcere, ma un film sull’incontro tra due mondi, tra uno dei più bei palazzi d’Italia – quello della Consulta – e i luoghi più infimi della società, le celle di un carcere. È un film sulla necessità di incontrarsi, di conoscersi come appartenenti alla stessa società e coperti dallo stesso ombrello che si chiama Costituzione. Il carcere, il luogo in cui lo Stato esercita tutta la sua forza, ha entrambi i volti: il furore e la bellezza, “l’odio e l’umanità”. Ho voluto che l’umanità prendesse la forma bonaria di un vero e proprio Caronte, che accompagna i giudici e gli spettatori in questo viaggio quasi iniziatico verso l’abisso. È Sandro Pepe, agente di Polizia, di carnagione nera, nato in Africa, 140 kg di stazza, fermo e umano, come sempre dovrebbe essere il rappresentante di uno Stato democratico.
Avete avuto massima libertà per le riprese?
In uno Stato democratico, l’amministrazione penitenziaria autorizza a riprendere quasi ogni angolo dell’oscurità penitenziaria. Così è stato. Ho potuto filmare con la più ampia libertà, e nulla è stato nascosto agli occhi dei giudici della Corte.
Come si colloca questa opera in un contesto dove uno degli slogan preferiti di qualche politico e di molte persone è “marcire in galera”?
Mi occupo di carcere e arte da venti anni e non ho notato grandi cambiamenti nel sentimento di fondo dell’opinione pubblica verso la questione penitenziaria. La popolazione non ne vuol sentir parlare, crede che occorra buttare la chiave e disinteressarsi dei criminali. Cambiano ministri e governi ma la visione popolare rispetto alla devianza, quella è stata e quella rimane, per mancanza totale di autentica informazione. Questo aspetto mi preoccupa fino ad un certo punto, perché si può comunque tentare ogni giorno di attuare l’articolo 27 della Costituzione, nonostante il pregiudizio: il compito del carcere è quello di risocializzare il condannato, e non di perseguitarlo.
Ci può raccontare il suo incontro con il mondo penitenziario?
Inizia molto tempo fa come spettatore di Armando Punzo nel carcere di Volterra, nel 1999. Ho incontrato quella realtà che poi è diventata parte di me quando per caso un amico mi ha chiesto di entrare a Rebibbia in un nuovo complesso dove un gruppo di detenuti dell’alta sicurezza aveva voglia di fare teatro ma aveva difficoltà artistiche e organizzative. Quando sono arrivato, nel 2003 – direttore era Carmelo Cantone, un amico – ricordo che potevamo provare lo spettacolo per qualche ora a settimana, in una stanzetta, in 25 persone. Riuscimmo nel miracolo di debuttare con Napoli milionaria, di Eduardo. A quel tempo il palcoscenico di Rebibbia era più piccolo della metà. Oggi Rebibbia, con i suoi 340 posti, è una delle principali sale di Roma per affluenza di pubblico esterno. È dotata delle più aggiornate tecnologie di trasmissione per il live streaming in fibra ottica. Allestiamo spettacoli ed eventi e li riprendiamo in diretta per trasmetterli sul web e nei teatri italiani. O nelle carceri, come è accaduto per la partenza del Viaggio della Corte, il 5 ottobre dell’anno scorso. Erano collegati 120 carceri e migliaia di detenuti.
Dal 2003 presso il Teatro libero di Rebibbia sono stati prodotti 40 spettacoli con oltre 300 alzate di sipario con un’affluenza di pubblico di oltre 60mila spettatori. Come descriverebbe il binomio teatro e carcere?
Il teatro, come luogo dell’arte, è una zona franca. Si dice che solo il lavoro restituisca il recluso alla società, ma non è vero. L’arte lo fa sicuramente, il lavoro forse. Su 550 detenuti che ho incontrato dal 2003 a Rebibbia il tasso di recidiva è bassissimo: il 10 per cento contro il 67 della media nazionale. Provo a gridare ai quattro venti questo fatto, a raccontarlo in giro, ma pochi capiscono veramente questo concetto. È perché gli artisti non hanno voglia di far politica. L’arte ha una grande capacità di liberazione dal dolore. Imparare a memoria le parole altissime dei poeti – Dante, Shakespeare – e comprenderle e interpretarle nella recitazione, spalanca l’immaginazione. Noi siamo natura e cultura, le nostre esperienze ci trasformano, e in questo l’arte ha un ruolo fondamentale. L’esperienza teatrale costruisce nuovi sentieri, rispetto a quelli obbligati dal regime penitenziario. Certo, interpretare un personaggio è difficile, faticoso.
Ci sono le regole ferree del teatro o del cinema da rispettare, è obbligatorio il gioco di squadra. Sul palco non si può sbagliare. Ma questo ostacolo, che l’arte mette di traverso all’abitudine del carcere, si supera: con l’applauso del pubblico. Che ripaga di ogni fatica e ci fa scoprire parti sconosciute di noi. Una detenuta di Rebibbia femminile sostiene in un’intervista nel film che nulla produce adrenalina come compiere azioni criminali. Lo dice perché non ha mai fatto teatro. I miei attori, dietro le quinte, alla prima dello spettacolo, mi confessano che la paura che provavano prima di una rapina in banca è meno forte di quella che provano entrando in scena.

L’articolo di Valentina Stella è stato pubblicato nel numero di Left del 28 giugno


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