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Di fronte allo scenario di un Mediterraneo diviso e frammentato, divenuto teatro tragico di migrazioni disperate e di morte, è necessario ripensare le categorie culturali e filosofiche che costituiscono – tanto storicamente quanto ontologicamente – la base comune delle tradizioni e della vita spirituale dei popoli mediterranei. Il vasto fenomeno migratorio, in atto in questi anni, si sta rivelando un elemento critico in grado di minare sia l’identità delle società da cui gli uomini fuggono disperatamente, sia la cultura espressa dalla civiltà europea, che è messa alla prova rispetto alle promesse di universalismo che i diritti umani dovrebbero garantire.

L’arrivo dei migranti ha messo in luce la differenza fra l’ideale di garantire prospettive di una vita dignitosa ad ogni uomo, e la spietata realtà di una società che è libera solo per merci e transazioni bancarie, generando un collasso della visione cosmopolitica della modernità. Oggi ci corre l’obbligo di essere seri e affermare che la società capitalista ha sostituito al mito illuminista del progresso lo schema aziendale dello sviluppo, rinnegando così l’ideale democratico-giacobino di una società funzionale alla felicità di ogni uomo, con l’idea della produttività e della redditività misurate attraverso il Pil nazionale. Siccome ognuno di noi è coinvolto in questo collasso, e visto che siamo tutti operai di questa assurda società-catena di montaggio, è necessario cambiare l’impostazione del metodo di osservazione.

Partendo da questa premessa, e convinti che senza un cambio di prospettiva ogni pensiero sull’attualità si risolva in congetture personalistiche, che non sono in grado di cogliere la complessità del reale, abbiamo creato un vasto laboratorio di studio al fine di cogliere in profondità le cause della crisi della nostra epoca. Per comprendere la frattura in atto tra le civiltà che si affacciano sul Mediterraneo, abbiamo superato l’approccio intellettualistico e autoreferenziale tipico di una certa filosofia occidentale, decidendo di mettere in comune un processo di confronto e di dialogo con studiosi di tutte e due le sponde del Mediterraneo.

Per questo motivo, il nostro collettivo di studiosi di Filosofia in Movimento ha incontrato intellettuali magrebini cercando reciprocamente di regolare i registri della comprensione linguistica, ponendo l’attenzione intorno alla traducibilità dei linguaggi e sulla comprensibilità dei concetti, al fine di superare l’impasse riguardo importanti questioni irrisolte come la definizione di termini quali «diritti umani» o «laicità».

Gli scritti contenuti in Lumi sul Mediterraneo (Jouvence 2019), mentre si ispirano alle questioni generali sulla realtà mediterranea, che qui richiamiamo, contribuiscono da parte loro, attraverso saggi anche innovativi, a discutere e precisare meglio, su alcuni punti, lo stesso quadro complessivo dei problemi in campo; ricevono spunti e impulsi, in breve, da una tradizione ormai assestata di temi aperti, e danno un loro originale contributo sia alla migliore definizione di essi sia, quel che più conta, all’avanzamento dei tentativi tesi a risolverli.
Per la realizzazione di questo libro, abbiamo scelto di partire dalla riflessione sul Mediterraneo pensandolo quale spazio originario della convivenza, secondo la declinazione aristotelica della teoria del vivere-insieme nella dignità.

Uno spazio originario della convivenza umana non è una suggestione utopica, ma è un’idea che si fonda sull’evidenza di tratti comuni a tutti gli uomini di questo Bacino. Il Mediterraneo diviso, quale lo vediamo noi oggi, è uno spazio fortemente politicizzato, in cui le istanze identitarie e i diversi monoteismi hanno preso il sopravvento sulle vite delle popolazioni, condizionandone fortemente le relazioni umane. La frattura tra individuo e comunità, il risveglio dei nazionalismi, il fondamentalismo religioso che segnano profondamente il nostro tempo, sono il risultato dell’esacerbamento secolare di queste divisioni politiche e religiose.

Riaffermare oggi il Mediterraneo come paradigma genealogico di possibilità del vivere-insieme rappresenta una sfida audace, certamente inattuale, ma che è necessaria per inaugurare un nuovo umanesimo che si ispiri a quello dell’epoca rinascimentale, in cui l’intesa tra la latinità e l’islam consentì un progresso dell’intera umanità, soprattutto nel campo filosofico-letterario ed artistico. Tanto storicamente quanto geograficamente, il Mediterraneo, come insegnava Braudel, si caratterizza come uno spazio movimento, un crocevia antichissimo di uomini e linguaggi, in cui da millenni tutto confluisce, complicandone e arricchendone la storia. In questo senso, il Mediterraneo è un sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in un’unità originale, in cui il non autoctono viene assorbito e poi riconosciuto, con tempi più o meno lunghi, come proprio. Lo spazio originario, di cui parliamo, è proprio questo spazio-movimento, favorito dalla particolare geografia di un mare-bacino, in cui il corso degli eventi e i paesaggi stessi si sono modificati continuamente, grazie ad un’intensificazione costante dei contatti e alla condivisione di contenuti e tecnologie che hanno favorito la costituzione di un’interculturalità ante litteram.

L’unità del Mediterraneo è una condizione in cui gli uomini sviluppano una serie di strumenti utili al miglioramento delle proprie condizioni di vita. Tra le tecnologie che gli uomini mediterranei hanno condiviso e che hanno generato un percorso evolutivo delle civiltà c’è certamente la scrittura. L’invenzione della scrittura, presso i Sumeri, fu provocata dalla necessità di razionalizzare la conservazione delle merci nei magazzini pubblici. L’invenzione delle tasse, la necessità di generare una contabilità delle risorse comuni, crearono le condizioni per lo sviluppo di una tecnologia capace di tradurre il pensiero calcolante in un documento per condividere una conoscenza utile alla comunità. La scrittura è l’invenzione che ha segnato lo sviluppo della razionalità come matrice dell’uomo mediterraneo. Ogni pensiero che è scritto diventa codice di una relazione che è passaggio di conoscenza da uomo a uomo, che è atto immediatamente e immanentemente sociale. La scrittura è passaggio, movimento, attraversamento del pensiero umano tra un essere umano e l’altro nello spazio comune, e tra civiltà e civiltà nel tempo che si fa storia.

Dalla contabilità dei magazzini dei Sumeri, la razionalità mediterranea si lega indissolubilmente allo sviluppo della tecnica dello scrivere, e si evolve nel tempo diventando testimonianza e regola della vita della comunità. Si scrivono le preghiere per i morti nell’Egitto del Medio Regno, per fornire un rituale valido per tutti e insegnare ad ogni singolo a prepararsi all’aldilà. Con la scrittura si codificano le regole del vivere comune nella Babilonia di Hammurabi, si comunica il Verbo divino nella comunità dell’esodo ebraico. Grazie alla scrittura, il pensiero razionale aristotelico viaggia dalla Grecia e, attraverso il mondo arabo, tradotto e commentato da Averroè in latino, riemerge nel Medioevo occidentale e giunge a noi come patrimonio comune di tutta la mediterraneità. Ma il movimento del pensiero non è riducibile alla sola evidenza della ricezione dell’aristotelismo. Tutto il sapere scientifico si muove dall’Egitto verso la Grecia, e poi circolando dal mondo arabo fino all’Europa, contaminando tutte le culture che nascono da questo incontro.

Non esiste, nel Mediterraneo prima che fosse diviso, una razionalità tipica di una sponda che si oppone alla spiritualità dell’altra parte dei popoli mediterranei. L’ingegno umano, che è patrimonio di specie, ha generato tecnologie funzionali allo sviluppo e al progresso dell’intera umanità. Il progresso scientifico è connaturato all’essere umano, e, per questa ragione, lo sviluppo del pensiero critico non può essere considerato una caratteristica del solo Occidente. Il movimento del pensiero è, dunque, la base della fondazione del pensiero critico, che trae origine dalla scrittura quale tecnologia di trasmissione del sapere, in grado di consentire il passaggio del pensiero da una cultura all’altra, e generare un dibattito e una riflessione tra gli intellettuali in un dato spazio e tra le civiltà attraverso il tempo.

La ricerca di una Ragione comune, ed originaria, è necessaria alla rinascita di una società fondata sulla dignità dell’essere umano. Perché ogni strumento, a cominciare dalla società politica, ha significato solo se è funzionale alla felicità e alla buona vita di ogni essere umano.

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