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Le bandiere della pace, le bandiere della Cgil, le bandiere No Tav, lo striscione che chiede lo sciopero generale «subito!» per abrogare la legge Fornero. È la festa nazionale, tenutasi a Torino a fine giugno, di “Riconquistiamo tutto”, la minoranza di sinistra interna alla Cgil. Il titolo è evocativo: «Ritorno al futuro 1969-2019, perché il nostro futuro è nel nostro passato», partendo dagli operai della Pirelli in sciopero nell’autunno caldo del 1969. Nell’ambito di questa tre giorni di lavoro, è spiccata una giornata colorata di fucsia, rappresentata dalla prima assemblea nazionale di #RibelleCiao, le donne dell’area, quelle donne che non si sono chiuse in un teatro a discutere tra di loro, secondo l’idea dell’allora segretaria Camusso che convocò l’assemblea Belle Ciao, ma appunto, si sono ribellate e hanno costruito, dove hanno potuto, lo sciopero globale femminista dello scorso otto marzo.

«#RibelleCiao non è solo un hashtag, è uno slogan che è soprattutto uno spazio politico»: è nettissima Eliana Como, portavoce dell’area Riconquistiamo tutto, quando parla del femminismo delle operaie, delle impiegate, delle precarie, delle insegnanti, delle infermiere, delle pensionate, delle studenti. Quando ripete che non può bastare la contrattazione di genere, i convegni e le belle parole. Che quello che interessa non è il potere alle donne, ma la disparità salariale, le condizioni di lavoro spesso umilianti con le cosiddette pause fisiologiche per le mestruazioni, il mobbing alle donne che si impegnano politicamente o le molestie sessuali all’operaia in cambio dell’assunzione; la cassiera infastidita dal cliente, l’infermiera che subisce le battute allusive del collega, del medico o del paziente, le continue richieste di essere sempre di bella presenza e sorridente se vuoi fare la commessa, la hostess in fiera o l’insegnante di sostegno.

Il percorso di Eliana Como è un percorso femminista iniziato non in un collettivo, ma in una fabbrica manifatturiera di Bergamo, ad altissima presenza femminile, dove lei svolgeva lavoro sindacale. Quando si racconta dice che per lei, per la sua storia e il suo modo di essere, il femminismo è qualcosa di strutturale. «Il mestiere di sindacalista dentro la Cgil non è mai facile se sei una donna, se sei giovane, o almeno percepita come giovane, con un corpo pieno di tatuaggi e di piercing, ma non imponente fisicamente e che quindi non incute timore e riverenza. Vengo dall’area dei metalmeccanici, ma non ho quel physique du rôle adatto alla parte di portavoce secondo l’immaginario dominante, ma sono le nostre idee a imporsi nei meccanismi burocratici del sindacato, oltre ai corpi, le idee di tante lavoratrici proprio come me. Vorrei rendere quest’area più femminista o almeno più comoda per le donne che ci stanno dentro».

È proprio questo lo spirito della prima assemblea nazionale delle #RibelleCiao tenutasi a Torino, ed è anche una scommessa divertente, sprezzante del sarcasmo e del mugugno dei maschi che, per ora, non sono ammessi. Uno spazio di sorellanza dove discutere cosa fare e come, perché il prossimo 8 marzo è dietro l’angolo, sarà di domenica e questo, per chi si interessa soprattutto dello sciopero dal lavoro produttivo può essere una difficoltà in più. Bisogna inventarsi forme di sciopero diverse, convincere la Cgil che non è sufficiente esporre qualche fazzoletto viola, ma occorre sfidare le abitudini consolidate nel sindacato per entrare in comunicazione con il movimento Non una di meno. È importante esserci in quel movimento femminista, con la propria autonomia anche, ma nel rispetto reciproco. Ed è sicuramente una scelta sbagliata il fatto che la Cgil non ci sia, non si senta coinvolta.

Un rapporto non facile, per linguaggi e pratiche diverse. Quando le femministe di Nudm rivendicano il reddito per l’autodeterminazione, Eliana Como preferisce parlare di riduzione dell’orario a parità di salario, di un’altra politica salariale, del rispetto della sicurezza che troppo spesso nei luoghi di lavoro è tarata sul maschile, del controllo sui ritmi e sui tempi, del contrasto ai part-time involontari, alla precarietà e al lavoro domenicale e festivo. Ma sa bene, e non si stanca di ripeterlo in una assemblea vivace e partecipatissima, che il welfare contrattuale, a danno di quello pubblico già ampiamente danneggiato da tagli e privatizzazioni, non lo vuole, piuttosto vorrebbe un sindacato disponibile a lottare per congedi parentali uguali tra maschi e femmine o congedi retribuiti per donne vittime di violenza. E rifiuta nettamente quell’idea che vorrebbe le donne non al lavoro, ma confinate a casa a sfornare figli e ad accudire alla famiglia. Le idee non mancano. Adesso c’è anche lo spazio politico dove elaborarle, uno spazio che serve a tutte e tutti, perché se la Cgil secondo lo statuto è una organizzazione mista, non può più permettersi la comodità di essere neutra.

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