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Inutile e anche un po’ ipocrita denunciare la generale disaffezione verso le istituzioni e la politica, quando proprio chi ammonisce fa passare quasi tre mesi, dopo aver vinto le elezioni, senza riuscire a trovare un accordo per dare un governo alla Spagna. La prossima settimana inizia, con la convocazione del nuovo Parlamento, il dibattito sull’investitura del candidato socialista, Pedro Sánchez, alla presidenza del Consiglio.
Sánchez, dopo l’ultimo inconcludente confronto tra Psoe e Unidas Podemos, aveva assicurato che la richiesta di Iglesias di far parte dell’esecutivo era il principale ostacolo nei negoziati per un accordo legislativo e aveva espresso in diverse occasioni che, nel caso di una mancata nomina a capo del governo, si sarebbe finiti a nuove elezioni politiche a novembre.
Veti incrociati e esigenze irrinunciabili, mentre già aleggia il resoconto socialista che parla dell’imperdonabile Iglesias disposto a votare contro l’investitura di un presidente di sinistra se non sarà ministro. Un gioco dannoso, di ruoli e di protagonismi, interrotto alla fine della settimana con le parole diffuse sui social dallo stesso Iglesias: “non sarò la scusa per evitare il governo di coalizione”. Eccola qui la saggia e attesa decisione di fare un passo indietro se questo è davvero il solo ostacolo che impedisce il governo congiunto tra Psoe e Unidas Podemos. Ora Iglesias, che i socialisti hanno chiamato lo scoglio che impediva la formazione del governo di coalizione, non c’è più. Non ci sono più alibi, perché in definitiva di questo si è trattato, c’è solo la richiesta di poter indicare i nomi del suo partito nell’esecutivo tra quelli scelti dalla sua formazione.
In questi mesi è sembrato insignificante che oltre il 75% del popolo spagnolo si sia recato alle urne, indicando con sufficiente chiarezza di voler essere governato da una forza progressista, contro le destre e l’egemonia neo-franchista di Vox.
Pedro Sánchez ha quasi ignorato il messaggio del voto, tentato di rincorrere una trasversalità anacronistica, alla ricerca di un centro che, dalle elezioni in Andalusia, è ormai evaporato. In questi giorni ha tentato e ritentato contattando telefonicamente i leader dei principali partiti, PP, Cs e Unidas Podemos, per avere almeno un’astensione per ottenere l’investitura per “responsabilità” e, nel caso del Partito Popolare, per “reciprocità”, come conseguenza dell’astensione nel 2016 dei socialisti alla nomina di Rajoy.
Le destre fanno il loro mestiere di opposizione: Casado per il PP e Rivera per Ciudadanos insistono sul no e ripetono fino alla nausea che non c’è possibilità di cambiare l’orientamento del loro voto. Mentre l’astensione dei socialisti all’epoca richiese la cacciata di Sánchez da segretario del partito, e questo la dice lunga sul Psoe. L’obiettivo sembra far naufragare la svolta a sinistra che, proprio Sánchez, ha impresso con la sua vittoria alle primarie e l’alleanza con Unidas Podemos che presuppone.
La domanda in questi giorni non è stata perché Unidas Podemos insiste testardamente per un governo di coalizione, ma perché i socialisti vi resistono così tenacemente.
La ragione più plausibile, e inquietante, è che un governo di coalizione colpirebbe interessi e poteri corposi, perché darebbe maggiore radicalità e profondità al progetto di cambiamento, andando oltre quel bilancio concordato, per la finanziaria passata, fra Sánchez e Iglesias.
Con un governo di coalizione verrebbe derogata la legge sul lavoro e cancellata la ley mordaza di Rajoy che limita la libertà di espressione; sarebbero restituiti i diritti alle persone, da quello alla sanità e all’educazione, dal diritto alla casa a quello dell’effettiva uguaglianza fra donne ed uomini.
E’ comprensibile che Sánchez faccia fatica a persuadere poteri economici ed istituzionali, europei e spagnoli, vincolati ad altri interessi, su un progetto così.
In un rapporto difettoso le responsabilità devono essere distribuite equamente e quindi anche Pablo Iglesias e il gruppo dirigente di Unidas Podemos, ha le proprie. Non per le insistenze nel proporre il governo di coalizione con suoi ministri, ma perché lo ha fatto prescindendo dai rapporti di forza, definiti dal voto, fra i due partiti di sinistra, nettamente favorevoli al Psoe.
I socialisti hanno reagito con cautela al passo indietro del segretario di Unidas Podemos: “Senza veti o imposizioni, possiamo raggiungere un accordo. Iniziamo con i contenuti. Prima il programma, e poi il governo”. Non ci sono argomenti ragionevoli per smettere di negoziare per un esecutivo progressista per il paese e per la sua gente.

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