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Mentre si procede, a colpi di fiducia, verso la conversione in legge del decreto sicurezza bis – di cui tanto abbiamo già scritto – emendato in senso peggiorativo dopo il passaggio alla Camera, è il caso di soffermarsi sugli effetti prodotti dalla legge 132/2018, frutto del primo decreto emanato nell’ottobre scorso. Smantellamento lento e inesorabile del sistema di accoglienza, attacco alla solidarietà, repressione del dissenso e sgomberi di centinaia di persone in emergenza abitativa, questo il risultato con conseguente aumento delle persone in strada, nell’invisibilità, mentre cresce l’odio verso chi è solidale, non solo verso migranti e rifugiati.

Fare un bilancio dei danni prodotti da questa legge che, vale la pena di ricordare, è l’ennesima riproposizione di “pacchetti”, “decreti”, “misure eccezionali” che hanno, almeno dal 2009 (pacchetto Maroni) eroso passo dopo passo lo Stato di diritto, richiederà una riflessione articolata. Intanto proviamo a concentrarci su un punto, marginale in termini quantitativi ma micidiale nell’amplificare la lesione di diritti di molti immigrati. Con la legge 132 si è riportato a sei mesi il tempo massimo di trattenimento presso i Centri di permanenza per il rimpatrio, i Cpr (ex Cie), per chi è in attesa di espulsione. E durante i lavori per l’approvazione del Dl sicurezza c’è stato persino chi in Commissione ha provato a portare a 18 mesi i tempi di detenzione.

Sin da quando la detenzione amministrativa è entrata in vigore in Italia (nel 1998 con la legge Turco Napolitano) i governi che si sono succeduti hanno dilatato o ristretto il periodo di privazione delle libertà personali di uomini e donne colpevoli unicamente di non avere i requisiti per risiedere sul territorio nazionale. Ricercatori indipendenti, esponenti politici di uno schieramento ampio, ma soprattutto funzionari di polizia impegnati quotidianamente in queste problematiche hanno sempre dichiarato che i tempi lunghi non servono. Per identificare una persona basterebbero pochi giorni, invece si preferisce estendere il trattenimento trasformando i centri in strutture simili alle carceri con tutti gli elementi di tensione che questo comporta ma senza le garanzie stabilite dall’ordinamento penitenziario. Quanto avviene nei Cpr raramente è raccontato pubblicamente.

Nel Centro di Torino, la notte del…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 26 luglio


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