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«Orrendi incidenti» che hanno causato «seri danni allo Stato di diritto». Così Pechino ha definito le proteste che imperversano sulle strade di Hong Kong da ormai otto settimane, contro la criticata proposta di legge sull’estradizione e il rischio di un arretramento della democrazia nell’ex colonia britannica. I dimostranti hanno sfidato il divieto di manifestare imposto dalle autorità, e sono tornati in strada, erigendo barricate e scontrandosi ancora una volta con la polizia, che ha lanciato gas lacrimogeni e sparato proiettili di gomma sulla folla. Il bilancio è di almeno una decina di arresti e 45 feriti, secondo notizie non confermate da fonti ufficiali. È l’ottavo weekend consecutivo di proteste contro la controversa proposta di legge sull’estradizione, poi sospesa, e il rischio di un arretramento della democrazia nell’ex colonia britannica.

Nel primo pomeriggio del 28 luglio migliaia di persone si sono riversate nelle strade in diverse direzioni, bloccando le due principali arterie di accesso al centro, mentre un gruppo di manifestanti si è diretto verso il Liaison office, l’ufficio di rappresentanza cinese. Qui hanno trovato ad attenderli un massiccio schieramento di agenti in tenuta antisommossa, contro i quali hanno lanciato pietre e altri oggetti. La folla ha poi cercato di accedere alla rappresentanza del governo cinese. E per il terzo giorno consecutivo il centro della città si è trasformato in un campo di battaglia, dove sono volati lacrimogeni, sono state innalzate barricate e dove polizia in tenuta anti-sommossa e manifestanti in tenuta “anti-polizia”, con l’identità protetta da ombrelli, si sono fronteggiati davanti alle insegne luminose dei negozi e dei centri commerciali e al fuggi-fuggi di passanti e turisti.

I manifestanti non si sono accontentati delle garanzie dell’amministrazione di rinunciare alla legge sull’estradizione e anzi, nelle ultime proteste, hanno puntato il dito contro le gang degli “uomini in bianco”, che domenica 21 luglio li hanno attaccati presso la stazione di Yuen Long, non lontano dal confine con la Cina. Questi personaggi sarebbero riconducibili alle gang delle Triadi, la mafia cinese. Il bilancio della aggressione di domenica è di 45 persone ferite sotto i colpi dei bastoni e delle sbarre d’acciaio. Aumenta, così, anche la rabbia nei confronti della polizia, accusata di non essere intervenuta dopo l’attacco.

Sull’episodio sta indagando il Partito democratico, partito che siede tra i banchi della opposizione al Consiglio legislativo di Hong Kong, critico nei confronti della amministrazione guidata da Carrie Lam. In un comunicato firmato da 24 parlamentari filo-democratici la polizia viene accusata di collusione con le Triadi, l’organizzazione di stampo mafioso molto radicata a Hong Kong, per non avere spiccato arresti nella notte di domenica, nonostante oltre tre ore di blocco stradale e il sequestro di diverse spranghe d’acciaio. «La polizia, che è come serva delle Triadi, ha completamente perso la fiducia dei cittadini e costretto la gente a difendersi da sola», sostengono i parlamentari pro-democratici: «C’erano persino agenti di polizia che hanno finto di non vedere le azioni di chi era in maglietta bianca con nastro rosso, e se ne sono andati».

Le recenti proteste erano sfociate nel momento in cui la governatrice filo-cinese Carrie Lam aveva tentato di introdurre una legge alquanto controversa sulle estradizioni in Cina. La legge avrebbe chiaramente limitato la libertà di Hong Kong e sarebbe stata utilizzata per scopi politici. Le manifestazioni sono cresciute di settimana in settimana in intensità e violenza, sempre più accesi sono stati gli scontri con le forze dell’ordine, sempre maggiori gli arresti. Anche quando Lam ha dichiarato che «la legge sull’estradizione è morta», gli scontri non hanno fatto altro che inasprirsi, sfociando in un vero e proprio movimento pro-democrazia, che mira alle dimissioni della governatrice stessa. Il braccio di ferro continua.

Hong Kong vs. Pechino: le radici storiche della crisi
Hong Kong è stata una colonia britannica per più di 150 anni. Ecco perché la città è divenuta una modernissima metropoli occidentale, nonostante conservi un carattere prettamente orientalizzante. Hong Kong è impregnata di cultura inglese: dal battello che ti conduce da una parte all’altra del confine con la Cina, ai bus a due piani, dalle tipiche cabine telefoniche londinesi, alla guida a destra. Perfino i nomi delle vie sono inglesi.

All’inizio del XIX secolo, la Cina era l’unico Paese al mondo a produrre té su larga scala, motivo per cui il Regno Unito aveva iniziato a commerciarvi assiduamente. Ma l’imperatore cinese accettava come pagamento solo lingotti o monete d’argento, e ben presto le riserve britanniche cominciarono a scarseggiare. Fu una vera e propria crisi di Stato. Per pagare il té, di cui ormai erano dipendenti, gli inglesi avviarono il commercio illegale dell’oppio, vietato in Cina. Quando il governo cinese tentò di sopprimerlo, iniziarono le cosiddette guerre dell’Oppio, i cui trattati di pace del 1898 stabilirono che l’isola di Hong Kong sarebbe diventata una colonia inglese per 99 anni. Iniziarono, da quel momento, a formarsi dei confini invisibili, che dividevano la società cinese da coloro che avevano abbracciato maggiormente la cultura europea e britannica. Le due culture hanno iniziato a fondersi, comprendersi e convivere solo in seguito.

Durante la dominazione inglese, Hong Kong è diventata un importante porto di interscambi economici, e nel 1950 uno dei poli manifatturieri principali dell’Asia. Il garantismo dei diritti fondamentali e delle principali libertà, come quella di espressione, attirava un numero sempre più grande di attivisti politici e intellettuali che fuggivano dalla Cina repressiva. Così le “due Cine” già in principio si trovarono in opposizione.

Negli anni 80, Londra e Pechino iniziarono a contrattare il futuro della città-Stato, con il governo comunista cinese che ne auspicava il ritorno al proprio dominio e sistema legislativo. Si raggiunse un accordo nel 1984, negoziato da Deng Xiaoping, l’allora leader del Partito comunista cinese e Margaret Tatcher: dal 1997, terminati i 99 anni di dominio britannico, Hong Kong sarebbe tornata a far parte della Cina, ma con una peculiare soluzione politica detta “un Paese due sistemi”, che stabiliva che l’isola avrebbe potuto continuare ad avere un governo democratico separato dal monopartitismo cinese e una certa indipendenza (tranne che per affari esteri e difesa), per 50 anni. Ecco perché, per esempio, Hong Kong è uno dei pochi posti in Cina in cui sono ammesse le commemorazioni del massacro di piazza Tienanmen del 4 luglio 1989, quando l’esercito aprì il fuoco contro i manifestanti inermi, a Pechino.

Nel 1997, la televisione nazionale trasmetteva le scene della bandiera cinese sostituita sull’asta alla Union Jack. L’ampio livello di autonomia che i cinesi avevano garantito dal momento del “passaggio di proprietà”, tuttavia, è stato minato dopo pochi decenni. Dando il via a forme di protesta in origine latenti, e poi sempre più strenue.

La frontiera Cina-Hong Kong è costituita, oggi, da un lungo fiume che si snoda lungo il bordo della città-Stato. Per attraversare il confine – in vigore fino al primo luglio 2047 – ci vogliono alcune ore, firme, timbri, documenti e fototessere. Ma, a dimostrazione che il dragone sta cercando un avvicinamento con l’isola prima della scadenza dell’accordo, vi è un altro collegamento tra le due entità: uno dei più incredibili ponti sull’acqua che siano mai stati costruiti, lungo 55 km e con un tratto sommerso, unisce Hong Kong a Macao e da lì alla Cina.

Le libertà pattuite sono state rispettate finché Hong Kong è rimasto uno dei centri economici principali del Paese (nel 1993 la sua economia rappresentava il 27% dell’intera economia cinese, più di un quarto del totale). Verso la fine degli anni Novanta, però, le città cinesi, da Shenzhen a Pechino esplosero, diventando “megalopoli”. Gli equilibri economici cambiarono e Hong Kong perse di importanza (oggi produce solo il 3% del Pil dello Stato).

Così, è iniziata la diffusione dei notiziari in cinese mandarino – a Hong Kong la lingua ufficiale è il cantonese -, con l’inno del Partito a fare da sigla: il messaggio è chiaro, Hong Kong è parte della Cina. Anche i libri scolastici sono cambiati: secondo i manuali utilizzati alle scuole elementari il sistema multipartitico fa soffrire le persone e porta allo shutdown dello Stato; la Cina è il miglior modello politico al mondo; gli Usa sono un fallimento sia politico che economico. Nel 2015, Pechino tentò di controllare le elezioni governative di Hong Kong, mettendo a repentaglio il processo democratico. Per tutta risposta, i cittadini scatenarono la Rivoluzione degli ombrelli, repressa dalle forze armate con manganelli, gas lacrimogeni e idranti. Per quanto le manifestazioni non portarono a risultati concreti, perlomeno risvegliarono gli animi degli abitanti dell’ex colonia.

Anche se la maggior parte degli abitanti dell’ex colonia è di etnia cinese, altrettante persone non si identificano come “cinesi”. Invero, alcuni sondaggi portati avanti dall’Università di Hong Kong mostrano che, in effetti, la maggior parte degli abitanti si sente Hong Konger, mentre solo l’11% cinese, e il 71% del totale non prova orgoglio all’idea di diventare effettivamente cittadino cinese. La disparità è particolarmente visibile nei giovani, come indica la ricerca: «Più è giovane chi partecipa al sondaggio, più è contrario alle politiche del Governo centrale e ad un avvicinamento con la Cina».

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