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«In galera i ladri di bambini e i loro complici, non avrò pace finché non saranno tornati da mamma e papà tutti i bimbi portati via ingiustamente». Con un post su Facebook Matteo Salvini è tornato a modo suo sul caso Bibbiano il 27 luglio. Replicando sinteticamente, come impone la dura legge dei social, quanto aveva già urlato il 23 luglio arringando qualche decina di persone durante un comizio organizzato per l’occasione nella cittadina in provincia di Reggio Emilia disorientata dall’inchiesta della procura sui presunti affidi illeciti.

«Non mi darò pace fino a quando l’ultimo bambino in Italia sottratto ingiustamente alla propria famiglia non tornerà a casa da mamma e papà» ha detto il capo della Lega ribattendo in questo modo a chi lo ha accusato di fare una passerella: «Dovrebbero parlare con quelle mamme e quei papà con cui ho parlato io, a cui sono stati rubati con l’inganno i bimbi». E ancora: «Ai primi di agosto sarà approvata in Senato la proposta della Lega di una commissione di inchiesta sulle case famiglia. Andremo fino in fondo. Non solo sui diecimila bambini portati via alle famiglie in Emilia Romagna, un numero che non sta né in cielo né in terra, ma in tutta Italia. È una vergogna che ci sia chi fa business sulla pelle dei bambini».

Staremo a vedere, sperando che almeno si faccia chiarezza sulla bufala dei 10mila bambini portati via alle loro famiglie con annessa allusione a un presunto business tutto da dimostrare, diffusa dalla stampa di destra e rilanciata forse incautamente dal ministro. Il quale ha concluso il suo comizio così: «Invito chiunque sia a conoscenza di altri abusi, ovunque in Italia, di segnalarli al ministero dell’Interno, se vuole anche dietro anonimato e faremo tutte le verifiche del caso». Ebbene, signor ministro, eccoci qua.
Come certamente Salvini saprà, e se non ne è a conoscenza gli suggeriamo di farselo raccontare, sin dai tempi della dittatura civico-militare le Abuelas di Plaza de Mayo sono alla ricerca dei loro nipoti scomparsi. Secondo le combattive Nonne argentine sono almeno 500 i figli di desaparecidos iscritti con falsa identità all’anagrafe da famiglie considerate dalla giunta civico-militare ideologicamente adatte a educare un bambino lontano dal possibile contagio della sovversione in quanto di provata fede cristiana e di costumi occidentali. Il generale Videla, con la benedizione della Conferenza episcopale argentina e il sostegno delle multinazionali straniere nordamericane ed europee, definiva infatti terrorista non solo la resistenza armata (che peraltro in Argentina era stata sgominata dalle squadracce fasciste della Tripla A ben prima del golpe del 1976), ma anche le persone le cui idee erano «contrarie alla civiltà cristiana occidentale». Quindi per “salvare” la società argentina era necessario che i figli dei “sovversivi” fossero separati dalla famiglia naturale perché erano come «semi dell’albero del diavolo».

«Personalmente non ho eliminato nessun bambino» ha spiegato una decina di anni fa durante il processo sul Piano sistematico di appropriazione dei bambini il capo della polizia della provincia di Buenos Aires, Ramón Camps, fedele servitore della dittatura fascista di Videla. «Quello che ho fatto è stato darne alcuni a organizzazioni benefiche affinché gli trovassero dei nuovi genitori. I sovversivi educano i loro figli alla sovversione. Per questo dovevano essere imprigionati e separati». Il 13 giugno scorso, le Abuelas hanno annunciato il ritrovamento del nipote rubato e desaparecido numero 130. Javier Matías Darroux Mijalchuk era scomparso nel 1977 dopo l’omicidio della giovanissima madre. Mancano all’appello ancora 370 nipoti, molti dei quali – almeno 70 – li stanno cercando anche in Italia. Già perché è qui da noi che decine di gerarchi argentini dopo la fine della dittatura nel 1983 hanno trovato riparo, ripercorrendo a ritroso la via di fuga in sud America intrapresa dopo la fine della seconda guerra mondiale dai nazisti (in numerosi casi sotto la protezione del Vaticano). L’ipotesi delle Abuelas, che puntano il dito anche contro la P2, è che molti dei fuggitivi potrebbero aver portato con se i figli rubati ai desaparecidos e si siano rifatti una vita nel nostro Paese grazie anche alla doppia cittadinanza che per un cittadino argentino è relativamente semplice da ottenere se consideriamo che oltre la metà della popolazione è di origini italiane. Non solo, alcuni dei figli rubati, potrebbero addirittura essere stati adottati illegalmente da famiglie di nostri connazionali. In tal caso molto probabilmente da militari, da appartenenti ai servizi deviati o da affiliati alla P2, persone cioè che in quegli anni potevano ottenere facilmente a Buenos Aires i documenti necessari per far uscire un neonato dall’Argentina senza troppi controlli.

Le prime segnalazioni in tal senso risalgono al periodo centrale della presidenza di Sandro Pertini. Lo abbiamo già raccontato ai nostri lettori ma non ci stancheremo mai di rifarlo perché a quanto pare nessun altro ha mai acceso i riflettori mediatici e investigativi su questa storia. Men che meno il ministro Salvini che dice di voler «riportare i bambini rubati da mamma e papà». Ecco cosa disse Pertini il 30 aprile 1983 a un giornalista dell’Ansa: «Ho ricevuto le Madri di Plaza de Mayo quattro o cinque volte. Una madre è venuta da me a piangere, disperata, non la dimenticherò mai più, e mi ha detto: “Mia figlia in carcere ha partorito. Le è stato tolto il figlio, ed è stato consegnato a una famiglia italiana”. Nel messaggio di fine anno (1982, ndr) ho ricordato questo episodio. Ho detto che la famiglia italiana cui è stato affidato questo figlio lo restituisca, altrimenti non avrà pace». Tutto chiaro, no?

Giova ricordare che il Piano di appropriazione dei bambini rientrava in un “disegno” più ampio denominato Processo di riorganizzazione nazionale (Prn). Come ricostruì Luis Eduardo Duhalde – che durante la dittatura era avvocato di familiari di desaparecidos e in seguito è stato giudice della corte federale di Buenos Aires oltre che segretario per i Diritti umani – nel Prn si sosteneva la superiorità dell’umanesimo cattolico e di un sistema di valori rispettosi dei dogmi della Chiesa derivati dalla legge naturale. Questi dovevano essere rispettati da tutti, anche dai non credenti.

Un uomo senza Dio, dicevano, cessa di essere un uomo. Di conseguenza i marxisti o presunti tali, tutti coloro che cioè non aderiscono al Piano, cessano di essere uomini e si può fare di loro ciò che si vuole. Sequestrarli, torturarli, farli scomparire, rubare i loro figli. Ovviamente la famiglia ideale, per gli ideologi del terrorismo di Stato, era fondata sull’autorità paterna e sul ruolo subalterno della donna relegata alla cura dei figli. Il nucleo familiare sarebbe per costoro minacciato di disintegrazione dall’aborto, dal divorzio e dall’uso di contraccettivi. Il controllo della vita familiare e la regolamentazione dei suoi aspetti riproduttivi ed educativi è al centro della politica repressiva di qualsiasi Stato totalitario e la giunta civico militare argentina non fece eccezione. Ma non notate anche voi delle sinistre similitudini con i temi che sono stati al centro del Congresso mondiale delle famiglie organizzato a Verona lo scorso marzo e partecipato da ministri del governo italiano – Salvini compreso – e da fanatici religiosi provenienti da Paesi in cui la democrazia, i diritti delle minoranze e delle donne sono optional fuori catalogo? Ricordiamo ad esempio Dmitri Smirnov, arciprete della Chiesa ortodossa russa, e Katalin Novak, ministra della Famiglia di Orban. Torniamo ora per un attimo alla propaganda politica che ruota intorno alla vicenda di Bibbiano. Salvini non è stato l’unico politico a voler cavalcare pro domo sua la comprensibile ondata di indignazione popolare. A destra c’è stata la fila e – a nostro parere – spicca la manifestazione organizzata a Bibbiano da neofascisti dichiarati e da un partito come Fratelli d’Italia che ha tra le sue file nostalgici ed ex missini, i quali hanno pensato bene di esporre un cartello con la scritta “I bambini si difendono non si vendono”. Ovviamente siamo tutti d’accordo che i bambini non si vendono, ma chissà cosa penserebbero le Abuelas di Plaza de Mayo (e Pertini) se venissero a sapere che in Italia rappresentanti dell’estrema destra si mostrano indignati per un (presunto) business di sottrazione di minori ai loro genitori naturali.

Non risulta, per dire, che – diversamente da altri partiti, da associazioni, università, sigle sindacali e altri rappresentanti della società civile di tutta Italia – Salvini, la Lega e i fautori de “I bambini si difendono non si vendono” abbiano mai aderito alla Campagna per il diritto all’identità lanciata dalle Abuelas in Italia una decina di anni fa proprio per spezzare la catena di quel piano infame ordito dalla dittatura clericofascista di Videla e soci, e restituire giustizia alle vittime del traffico di figli rubati in sud America. Ma andiamo oltre. Prima si diceva del delirio di essere Dio e di poter disporre della vita e della morte di chi non crede in Dio, che nel Piano di riorganizzazione nazionale argentino “giustificava” l’eliminazione e sparizione fisica dei “sovversivi” e il furto e la rieducazione dei loro bambini con tanto di benedizione di solerti cappellani militari. Questa visione criminale dell’essere umano non era affatto originale. La sue radici affondano difatti nella Spagna cattolica e fascista dove il furto di neonati e un sistema di false adozioni furono usati come strumento di repressione politica, sin dal 1939, durante tutto il periodo della dittatura di Franco. Il quale, è noto, salì al potere anche con l’aiuto militare dell’idolo nostrano dei nostalgici che oggi dicono: “I bambini si difendono non si vendono”. Mussolini (come Hitler) inviò difatti truppe e mezzi in supporto ai golpisti di Franco durante la guerra civile.

E cosa fece una volta al potere il regime spagnolo per guadagnarsi lo status di “modello” da ricalcare per i gerarchi argentini? Con inganni e ricatti perpetrati da suore, preti e medici corrotti mise in piedi un sistema in grado di togliere i figli alle donne repubblicane finite in carcere e alle compagne di partigiani alla macchia, rimaste sole e senza mezzi, per affidarli a famiglie vicine al regime e di stretta osservanza cattolica (v. Simona Maggiorelli su Left del 12 maggio 2012). Esattamente quel che accadde decenni dopo in Argentina. In questo modo, secondo il delirio di Franco, assecondato dallo psichiatra organicista Vallejo Nagera che si era “formato” nella Germania nazista, si sarebbe impedito al «gene del comunismo» di diffondersi. In nome della religione e del futuro della nazione, di fatto, la tratta dei neonati divenne una crociata del governo spagnolo negli anni Quaranta e Cinquanta. Per proseguire poi ben oltre la caduta della dittatura e la morte del Caudillo, avvenuta il 20 novembre 1975. Questa pratica criminale, messa in atto per stroncare l’opposizione e la guerriglia, attaccando l’identità delle donne repubblicane e colpendole nei loro affetti più profondi, diventò un business per congreghe e istituti religiosi e apparati dello Stato.

Un affare talmente redditizio e così radicato da proseguire indisturbato per circa vent’anni fino al 1996 anche durante la cosiddetta transizione quando, in nome di una illusoria pacificazione nazionale, fu siglato un patto d’omertà fra ex appartenenti al regime clericofascista e governo democratico che nasceva così con una grave debolezza intrinseca. È stato stimato in anni più recenti dall’ex giudice Baltasar Garzon (colui che nel 1998 fece arrestare a Londra il dittatore cileno Pinochet) che potrebbero essere almeno 300mila le vittime del sistema di adozioni illegali messo in piedi sotto la dittatura di Franco, con ramificazioni in tutti i Paesi ideologicamente “affini”. «I bambini si difendono, non si vendono. In galera i ladri di bambini e i loro complici che li hanno portati via ingiustamente ai genitori» dicono oggi i destri riuniti a Bibbiano e sguinzagliati sui social, consentendoci così, senza volerlo, di ricordare quanto vi abbiamo qui raccontato. Forse dovremmo ringraziarli (ma a loro interessa solo che si ricomponga la famiglia patriarcale quindi non lo faremo) perché la memoria è sempre il primo passo necessario per ricostruire la verità e ottenere giustizia. Affinché il fascismo e i crimini contro l’umanità che per natura porta con sé non si ripropongano, sotto nuove forme, mai più. Nunca más.

L’articolo di Federico Tulli è stato pubblicato su Left del 2 agosto 2019


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