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«Comune, Atac e Tribunale hanno deciso: la Casa delle donne Lucha y Siesta va chiusa tra pochi giorni. La gravissima decisione ci è stata comunicata ieri (28 agosto) con una lettera che annuncia l’interruzione delle utenze per il 15 settembre e l’immediato sgombero dello stabile. È così che Comune, Atac e Tribunale vogliono decretare la fine di una delle esperienze socio-culturali più preziose in città, e la soppressione del Centro e della Casa rifugio per donne che vogliono uscire dalla violenza più grande di Roma e della Regione Lazio».

Così le donne, attiviste e femministe della Casa hanno sottolineato in un comunicato. La struttura è un vero e proprio rifugio per chi ha subito abusi, un punto di riferimento per le donne attivo dal 2008. Fornisce informazione, orientamento, ascolto e accoglienza ed ospita numerose  attività culturali. La decisione riguardo lo sgombero è giunta all’improvviso, non tenendo conto delle 15 donne e dei 7 bambini che vi alloggiano attualmente. Roma conta ben tre milioni di abitanti, e secondo la Convenzione di Istanbul dovrebbe avere una casa rifugio ogni 10mila residenti. I posti in tutto nella capitale sono, invece, 25. Lucha y Siesta ne garantiva 13 in più, arrivando così a 39.

«La brutale accelerazione delle procedure di sgombero nonostante le inconsistenti rassicurazioni dell’ultimo anno, oltre a causare sconcerto e apprensione per il futuro tra chi vive nella struttura, fa supporre che esista già un acquirente – continuano le attiviste -. Da una parte quindi, il Comune di Roma, che fa della violenza sulle donne una vetrina politica, sceglie la precarietà dei bandi e lo svuotamento dell’approccio femminista al contrasto di questo fenomeno senza tutelare la prevenzione, la sostenibilità dei percorsi di fuoriuscita e la cultura che lo alimenta. Dall’altra l’Atac, affogato dai debiti per una storica cattiva gestione, svende il patrimonio a favore dei soliti noti speculatori».

«Dobbiamo pertanto – concludono nel comunicato – mettere in conto che non solo le interlocuzioni avute si sono rivelate, alla prova dei fatti, solo bugie e manipolazioni, ma che questa città allo sbando è in mano a liquidatrici e a tribunali fallimentari. La politica ha abdicato alla sua funzione pubblica per nascondersi dietro procedure giudiziarie e burocratiche, preoccupandosi come sempre degli interessi di pochi piuttosto che del benessere di milioni di persone che ci vivono».

«Questa accelerazione ci ha colto di sorpresa proprio per le tempistiche» dice a Left Mara, un’attivista di Lucha y siesta. «Sono anni – prosegue – che cerchiamo di avere un dialogo con Atac e il Comune e non c’è mai stata da parte loro una risposta costruttiva. Fino a pochi giorni fa ci erano state date altre tempistiche, ma ora spostare le donne che abitano nella casa insieme ai loro figli non è cosa facile. Si tratta di un bene pubblico, perché Atac é una partecipata del Comune, ma anche perché noi l’abbiamo reso tale negli ultimi 11 anni. Le istituzioni pubbliche non si stanno occupando di politica e cittadini ma di interessi privati e fino a questo momento è mancata la volontà politica di risolvere la questione».

Anche l’occupazione di viale del Caravaggio 105/107 è in cima alla lista degli sgomberi. «La nostra battaglia va avanti e continuerà finché non ci sarà un epilogo felice per la nostra occupazione e per tutte le occupazioni. Gli abitanti del Caravaggio non sono dei parassiti ma sono dei lavoratori e delle lavoratrici, sono sfruttati, nonostante i loro sforzi non riescono a pagarsi l’affitto», ha raccontato Anna, occupante dal 2013 dello stabile a Tor Marancia, composto di due palazzi di proprietà della famiglia Armellini. Della lista che la prefettura di Roma ha stilato a luglio, contenente 25 immobili da sgomberare a partire dalla primavera del 2020, in via prioritaria (entro la fine dell’estate) troviamo tra gli altri lo stabile di via Antonio Tempesta 262, nel quartiere di Torpignattara, e proprio quello in viale del Caravaggio. In quest’ultimo abitano 380 persone e almeno 80 minori. La decisione è stata approvata dal Prefetto di Roma in seguito all’attuazione del decreto Sicurezza, anche se con il nuovo governo la situazione potrebbe cambiare.

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