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Dopo una sessione terminata all’una e mezza di giovedì notte, i Lord britannici hanno approvato e emendato la proposta di legge che dovrebbe prevenire un’uscita dura dall’Unione europea del Regno Unito, quella che viene chiamata una hard Brexit con un no deal.
Quando il 24 luglio scorso Boris Johnson (BoJo) ha preso il posto di Theresa May il destino sospeso della Brexit, decisa con un discusso referendum nel 2016, è apparso subito chiaro. Ma la scelta di procedere con il pugno di ferro dell’inquilino del numero dieci di Downing Street non ha convinto tutti i parlamentari, primo tra tutti Jeremy Corbyn, leader del partito Laburista.

Così, alla riapertura delle Camere dopo le vacanze estive, è stata subito presentata una proposta di legge, il Benn bill (da Hilary Benn, il laburista che l’ha firmata), che impedisce l’uscita dall’Unione europea con un no deal e costringe il premier a chiedere una proroga della scadenza dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona a Bruxelles. Con un rivolgimento che ha visto ben ventuno parlamentari conservatori cambiare schieramento (espulsi subito dopo dal partito) e spostare così l’ago della bilancia della maggioranza alla Camera dei Comuni, Johnson si è trovato alle strette.

A nulla è servito il tentativo di proporre una mozione in cui venivano richiesti lo scioglimento della Camera e nuove elezioni il 15 ottobre: non solo non è stata approvata, ma il Benn bill è passato con 327 voti favorevoli e 299 contrari. Dei 434 deputati necessari a far passare la mozione, cioè due terzi dei Comuni, solo in 298 hanno appoggiato la proposta di Johnson.

Lunedì 9 settembre il Benn bill sarà di nuovo sul tavolo dei Comuni, in attesa di una definitiva approvazione. L’ultimo passaggio, quello della ratifica da parte della Regina Elisabetta II, verrà saltato in nome del principio del royal assent. Sia che la legge venga approvata o no, per Boris Johnson le cose si fanno difficili. Attualmente, infatti, il governo non ha la maggioranza, per cui non può esercitare appieno le sue funzioni. Nel caso in cui il Benn bill non dovesse passare, l’opposizione sta già pensando a un voto di sfiducia. Quanto alla data di possibili nuove elezioni, il leader dell’opposizione John McDonnell, il cosiddetto shadow chanchellor, ha dichiarato che i laburisti si stanno consultando con gli altri partiti del loro schieramento «per definire una data».

Dal canto suo, Johnson vorrebbe tornare alle urne con l’ardita speranza di formare un Parlamento meno ostile nei confronti suoi e della sua visione della Brexit. Ma la mossa di aver programmato la sospensione dell’attività delle Camere rende i tempi molto stretti, giocando a suo sfavore nella ricerca della maggioranza di due terzi necessaria. Corbyn ha dichiarato che appoggerà la mozione per il voto anticipato solo dopo che una legge anti no deal sarà stata approvata, suscitando malcontento nel suo partito, che invece vorrebbe aspettare la decisione dell’Ue di posticipare la data della Brexit per aprire nuovamente le urne. Questo consentirebbe di dare tempo a tutti e ventisette i Paesi dell’Unione di accettare il prolungamento dei termini previsti dall’articolo 50, che sposterebbe la data di uscita al 31 gennaio 2020, rendendolo inattaccabile. In ogni caso, Johnson ha già dichiarato che proporrà una nuova mozione per il voto anticipato già lunedì prossimo, sfidando apertamente il Parlamento a rifiutarsi di votarla nel caso in cui la legge venisse approvata.

E mentre anche Jo Johnson, fratello del premier, abbandona la nave dimettendosi dal suo seggio tra i Tories e dalla carica di ministro per non dover votare contro il suo familiare (già nel 2016 aveva votato remain), i mercati dichiarano che preferirebbero vedere Corbyn a trattare a Bruxelles invece di BoJo. Oltre il fronte economico, se il no deal dovesse verificarsi si teme una nuova accensione delle tensioni tra Irlanda e Irlanda del Nord, il cui confine diventerebbe quello tra Unione europea e la fuoriuscita Gran Bretagna.

Uno dei nodi cruciali che rende pericoloso l’approssimarsi del 31 ottobre è la confusione politica che si è creata intorno alla Brexit. Se è vero, infatti, che la maggior parte degli elettori che hanno votato leave al referendum appartiene al partito Conservatore di Johnson, i contrari ad uscire dall’Ue sono divisi tra il Labour Party e il più piccolo Liberal Democratic Party. Questa frammentazione potrebbe essere sufficiente ad assicurare all’attuale premier la maggioranza in possibili elezioni future, sia essa assoluta o relativa. In ogni caso, però, se dovesse realizzarsi la rottura con un no deal, le conseguenze economiche e politiche per Londra sarebbero molto più pesanti di quanto porta avanti BoJo con la sua ostinazione.

 

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