Condividi

Un Paese a mezza pensione dove la fuga dal lavoro – quando non è il lavoro ad andare in fuga – prende le dimensioni di un’emorragia nel pubblico impiego grazie ai meccanismi di Quota 100 che, al di là degli effetti benefici su chi riesce a raggiungere il traguardo, prefigura un ricambio generazionale, una staffetta che avrà l’aspetto di una cura dimagrante dei diritti. A prendere il posto di chi va in pensione saranno lavoratori sempre più atipici.

Sono state 10.336 le domande di pensione Quota 100 presentate dai dipendenti pubblici con decorrenza agosto 2019: 5.694, come emerge dai dati Inps, dagli enti locali, 2.023 da paramedici, amministrativi e tecnici. La Cgil, preoccupata dalle incognite del turn over fa sapere che otto su dieci usciranno dalla pubblica amministrazione. Il 55,1% da Regioni, Comuni e Province, il 22,7% dal comparto sanità. Ma Quota 100, come aveva previsto la Cgil, coinvolgerà una platea molto più ristretta rispetto alle previsioni, con un ingente risparmio di risorse per il prossimo triennio, 325mila persone anziché 970mila, con un risparmio di 7miliardi e 200milioni con cui, secondo Corso Italia, si potrebbero mettere in atto «altre misure che permettano di superare la legge Fornero».

Con buona pace delle sparate propagandistiche di Salvini nella sua campagna elettorale perpetua: «Il ricambio generazionale arriverà almeno al 50% se non la cancelleranno». Invece la misura-bandiera sembra essere uno dei punti negoziabili nelle trattative tra M5s e Pd. «Uno dei possibili settori di intervento della nuova maggioranza, se ci sarà, potrebbe proprio essere quello relativo al sistema pensionistico». Discorrendone con Left, David Natali invita a «procedere con i piedi di piombo, nessuno sa ancora quali saranno gli accordi tra le forze politiche». Natali, che insegna Politica europea e Politica comparata alla Scuola di studi superiori Sant’Anna di Pisa, spiega che «in base agli ultimi dati si prevede un numero sensibilmente inferiore, all’incirca 200mila invece che 290mila, di domande entro la fine dell’anno, 7-8 miliardi di spesa aggiuntiva secondo previsioni confermate dagli organi tecnici del Parlamento, 22 miliardi nel triennio».

Più che ad un’abolizione, al tavolo tematico del Nazareno si starebbe pensando al taglio di un anno della sperimentazione triennale della misura anche per evitare disparità tra lavoratori e disastri sociali come gli esodati di Fornero. Anche nel sindacato si ritiene che sarebbe un errore interromperla prima del tempo. «Anche perché nelle fabbriche è stata percepita come un’inversione di tendenza positiva dopo tanti anni», avverte Augustin Breda, delegato Fiom all’Electrolux di Susegana (Treviso), spiegando che nel Nordest Quota 100 è stata uno «degli elementi di maggior consenso per il governo Lega-M5s, insieme al blocco delle clausole della Fornero che innalzano l’età pensionabile. Molti di noi sono entrati precocemente in fabbrica e sono arrivati alla soglia di 42 anni di contributi prima dei 62 anni previsti da Quota 100, ecco perché nell’industria c’è stata meno richiesta».
Natali, riprendendo un parere largamente condiviso tra gli esperti, ricorda che «l’aumento di spesa per un numero così ridotto di aventi diritto è comunque un salasso per la spesa pubblica. Ed è il punto di attacco della Cgil. Da qui il dibattito degli ultimi mesi e le proposte alternative che potrebbero essere la base per una forma di concertazione eventuale con il nuovo governo».

Corso Italia chiede una flessibilità in uscita per tutti dopo i 62 anni e interventi a favore delle donne, dei lavoratori discontinui e precoci, dei lavoratori gravosi o usuranti e l’introduzione di una pensione contributiva di garanzia per i giovani. Anche Landini ha appena rammentato che Quota 100 «è un provvedimento che introduce discriminazioni per le donne. Ci vuole una riforma strutturale. Quando si parla di pensioni non ci possono essere regole uguali per tutti. Chi fa lavori pesanti ed ha un’aspettativa di vita inferiore deve andare in pensione prima. Punto. Inoltre, serve flessibilità: chi arriva a 62 anni deve poter andare in pensione a prescindere da quanti contributi ha, ricevendo in base a quanto ha versato». «In generale la Cgil punta a un sistema con soglie alte ma anche con assegni cospicui, non meno di mille euro dell’assegno previdenziale», riprende Natali.

Quando Quota 100 è stata adottata, «i decisori e gli esperti avevano in mente due profili», spiega il docente che nel 2018 ha curato The New Pension Mix, nell’ambito di un progetto della federazione sindacale europea. «I lavoratori dell’industria del Nord, quella che a volte si definisce come aristocrazia operaia – continua – e che ora è parte della base elettorale della Lega, che hanno avuto contratti tipici con tutte le tutele, carriere continue senza periodi di disoccupazione. L’altra categoria è quella del pubblico impiego, lavoratori che sono stati in grado di entrare nel mercato del lavoro e non uscirne mai».

Profili entrambi minoritari e in via di estinzione come spiega anche il 13mo Rapporto sullo Stato sociale 2019 – welfare pubblico e welfare occupazionale, redatto dal Dipartimento di Economia e diritto della Sapienza Università di Roma, mentre gli scenari da qui al 2050, quando l’Ocse prevede che il rapporto occupati-pensionati sarà di uno a uno, prevedono l’inasprirsi degli effetti delle controriforme del lavoro e di quelle previdenziali. L’inadeguatezza dei salari si tramuterà per quote crescenti di lavoratrici e lavoratori nell’inadeguatezza ancora più drammatica dell’assegno pensionistico.

Il “toccasana” della pensione complementare, dei fondi pensione, è una cura rischiosa e costosa (2.630 euro l’anno di media) – che possono permettersi in pochi (solo il 30% degli occupati). Inaccessibile per coloro che soffriranno maggiormente di pensioni più basse, i più giovani o le donne che hanno avuto accesso e carriere più difficili o periodi di disoccupazione involontaria per via della maternità. «Categorie a cui si rivolgeva l’Ape sociale introdotta da un accordo tra le parti all’epoca del governo Gentiloni», sottolinea Natali. E proprio a un anticipo pensionistico di quel tipo starebbe pensando il Pd per l’eventuale Conte-bis, forte anche delle riflessioni di Espanet, associazione di analisti europei di politica sociale (di cui Natali presiede la sezione italiana) sulla necessità di ricalibrare e diversificare i diritti previdenziali a seconda del tipo di contratto, di carriera, e di chi è a maggiore rischio di povertà nella terza età.

Nel Libro bianco sulle pensioni, (White Paper – An Agenda for Adequate, Safe and Sustainable Pensions) presentato a Bruxelles prima delle elezioni europee, la Commissione di Bruxelles ha raccomandato ai Paesi membri di «sviluppare sistemi pensionistici privati complementari», «potenziare la sicurezza dei sistemi pensionistici integrativi», «incoraggiare gli Stati membri a promuovere vite lavorative più lunghe» e «sostenere le riforme pensionistiche negli Stati membri». Tuttavia, specifica la nostra guida, «non esiste una linea di tendenza così evidente in Europa. In realtà oggi c’è molta perplessità rispetto a una privatizzazione più o meno marcata del sistema previdenziale perché la Grande Recessione del 2008 ha dimostrato che i lavoratori iscritti ai fondi pensione hanno pagato un prezzo altissimo all’andamento sfavorevole dei mercati finanziari. Questo ha determinato una riflessione ad ampio raggio sia dei sindacati, sia dei decisori. Oggi mi sembra di poter dire che se si ragiona ancora di mix pensionistico, si riconosce che la previdenza pubblica sarà ancora la parte fondamentale del sistema», dice Natali.

Una cosa è certa, per Natali, il dibattito sulla “riforma” del sistema pensionistico «ci ha accompagnato per 30 anni e ci accompagnerà per molto tempo. Questo perché si allunga la vita, la popolazione invecchia e la spesa pensionistica è una delle voci più significative, in Italia tra il 15 e il 16% del Pil. E, in condizioni di alto deficit e alto debito pubblico, come gran parte dei Paesi europei, sei costretto a fare i conti sulla corsia previdenziale».
Sulle pensioni (molto più magre per i lavoratori della Germania Est), infatti, si sono giocate le regionali di Sassonia e Brandeburgo e sulle pensioni è arrivata la nuova dichiarazione di guerra di Macron all’indomani del G7.

Pressato da Medef, la sua Confindustria, l’Eliseo punta alle pensioni “a punti”, ossia a spingere sul contributivo, e a mantenere stabile l’incidenza del monte pensioni sul Pil mentre cresce la platea di pensionati. Già l’annuncio ha ritoccato all’ingiù la popolarità del presidente: scettici e preoccupati. Quattro intervistati su dieci (41%) dall’istituto di sondaggi Cisop ritengono che non sia necessario riformare il sistema, solo il 36% è favorevole a un prolungamento del periodo contributivo per i lavoratori (67% dei quali sono pensionati), mentre solo il 16% vuole un aumento dei contributi. La riduzione delle pensioni per i futuri pensionati è respinta quasi all’unanimità (93%). Mentre in Italia sindacati e sinistra confidano nella discontinuità del prossimo governo, al di là delle Alpi sarà il conflitto sociale a scandire i tempi dell’autunno.

L’articolo di Checchino Antonini è tratto da Left in edicola fino al 12 settembre 2019

su_button url=”https://left.it/left-n-36-6-settembre-2019/” background=”#a39f9f” size=”7″]SOMMARIO[/su_button] ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi