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Avrà sbagliato Salvini a ingaggiare il braccio di forza con il M5s che ha portato a staccare la spina al governo gialloverde o è stato un preciso calcolo in vista di una finanziaria che si annunciava necessariamente lacrime e sangue per la impossibilità strutturale di un approccio diverso nelle condizioni date?
La risposta non è semplice, ovviamente, ma qualunque risposta al quesito contiene una parte di verità.
Qualora Salvini avesse vinto la sfida ingaggiata con il M5s, costringendo al rinnovo del “contratto” magari con un rimpasto, avrebbe ulteriormente ridimensionato l’alleato pur avendo la metà delle forze parlamentari, e avrebbe consolidato il suo ruolo di fatto di “padrone” dell’esecutivo.

Avesse perso il confronto, come apparentemente successo con la nascita della nuova maggioranza, Salvini avrebbe comunque potuto presentarsi, nella prevedibile opposizione sociale e mediatica, come l’uomo forte nel governo che finché ha potuto ha fatto il possibile per gli italiani, ma anche come l’uomo forte dell’opposizione, che il Pd e le forze di sinistra non hanno in questi mesi realmente mai saputo fare, che non partorisce una finanziaria da lui comunque presentata, qualunque essa sia, come dettata dall’Europa, mettendo in conto, in questo disegno, anche un calo dei consensi che gli concedevano i sondaggi (scommettendo quindi sulla capacità di limitare l’eventuale erosione), tuttavia consolidandone la gran parte in vista di elezioni più o meno prossime.
Insomma, al governo o all’opposizione, Salvini, in tale ottica, potrà sempre proporsi come l’uomo forte, al governo come all’opposizione: un calcolo sempre conveniente sia in caso di permanenza che di uscita dall’esecutivo.

È del tutto evidente che ogni strumento la nostra democrazia e la nostra Costituzione ci offrono per impedire il prevalere della destra in tutte le sue forme era da afferrare, e basterebbe già solo questo per giustificare e consentire la nascita del Governo M5s/Pd/Mdp, pur di stampo marcatamente centrista e rassicurante verso i mercati e le istituzioni europee.

La giustezza e la necessità di far nascere un nuovo governo, non deve tuttavia farci dimenticare, a questo proposito, che siamo comunque di fronte non ad un governo giallo-rosso, come viene semplicisticamente descritto, ma ad un governo moderato e di centro, formato da M5sS e Pd (cioè tra una forza che si autodefinisce a-ideologica, ed una sostanzialmente di centro) cui si affianca come ministro un esponente di Mdp, Speranza, esponente del partito che si è presentato con lo stesso Pd alle europee e che marcia decisamente verso una nuova confluenza o affiancamento e non ci si è orientati invece verso altri e più rappresentativi esponenti (nel senso dell’unità a sinistra) della variegata composizione del gruppo (circolava il nome della Muroni, o della stessa De Petris, ecc).

Tale scelta indica la sostanziale marginalizzazione delle componenti di sinistra, perché Speranza in realtà non rappresenta l’elemento unitario della sinistra, semmai uno dei protagonisti del tradimento della promessa unitaria che fu propria del progetto, e Leu è solo il nome residuo del gruppo parlamentare in cui sono presenti diverse e distanti forze della cosiddetta sinistra radicale.
Se le cose stanno così, andrei assolutamente cauto, nelle manifestazioni, comprensibili, di soddisfazione che si sono succedute al termine della soluzione della crisi di governo.

Molto dipenderà da quello che il nuovo governo riuscirà a realizzare, per smontare il disegno leghista, e a quanto saprà contribuire con la sua azione alla guarigione dall’infezione sociale e civile che caratterizza il Paese, distinguendosi per discontinuità, e offrendo soluzioni, se pur minime e con i limiti suddetti, ad alcuni dei temi ormai stancamente ripetuti: lavoro, lotta alla precarietà, all’evasione fiscale, sostegno alle famiglie, migranti, ecc.

Verrà un tempo in cui ci si dovrà però sedere a ragionare, apertamente e senza pregiudizi, sugli errori di questi anni, da parte del M5s, del Pd e delle forze di sinistra, ciascuno riconoscendo la propria parte di responsabilità.
Dall’aver impedito la formazione di un governo tra il Pd bersaniano e non renziano, con la conseguenza di aver concorso all’avvento di Renzi e delle sue politiche (dal patto del Nazareno, alle alleanze con Alfano, alle politiche migratorie distintesi per gli accordi con la Libia, ecc), fino all’aver consentito o addirittura auspicato la nascita del governo gialloverde (i cui effetti sono tragica cronaca) scegliendo la politica dei pop corn, scommettere cioè sui danni altrui nella speranza di potersi riproporre come salvatori della patria, ma dimostrando con ciò di non avere la minima preoccupazione sugli effetti sociali, civili ed economici nel Paese che tale scelta determinavano.

Ma bisognerà ragionare soprattutto, e penso in particolare alla sinistra tutta oltre che ovviamente al Pd, sulla grave colpa (derivante da un’evidente incapacità culturale e politica delle inadeguate classi dirigenti) di porsi con un prevalente atteggiamento di sufficienza e supposta superiorità nei confronti di un movimento, i pentastellati, che non nasce “partito”, ma che esprimeva alle origini (non più chiaramente oggi per le notevoli ed evidenti mutazioni subite) istanze ed esigenze reali e che, direi naturalmente, avrebbero dovuto trovare a sinistra il primo interlocutore.

Bisognerà riflettere su cosa è adesso, non nelle narrazioni più o meno interessate e nella vulgata mediatica, il Pd, che, semplificando, viene raccontato come la sinistra sostanziale nel Paese e che al contrario bisognerà prima o poi definitivamente battezzare come partito compiutamente, persino legittimamente, di centro, al cui interno convivono, esattamente come fu nella Dc, tante e diverse pulsioni e sensibilità (talvolta genericamente più a sinistra, altre meno, tutte comunque più o meno dichiaratamente liberiste), tante correnti e soprattutto tanti leader, talvolta senza truppe.

E ancora bisognerà riflettere su cosa è e cosa vuole essere la sinistra oggi in Italia, che è presente nella sensibilità e nelle esigenze sociali (le decine di manifestazioni pro-Lucano, contro CasaPound, contro le politiche salviniane, in difesa dei migranti e della Comandante, nelle lotte contro gli sgomberi, nel sostegno ai senza casa ecc.) e che tuttavia non si identifica in alcuna formazione e anzi si disperde in prevalenza nell’astensionismo.
Bisognerà riflettere infine sulla necessità reale, politica e sociale, di un soggetto unitario della sinistra che innanzitutto si riconosca nella radicalità di pensiero (cambiare il mondo non amministrarlo) ma che rifiuti l’etichetta di marginalità che le viene imposta quando al termine radicale si associa l’idea di rivoluzionari fuori tempo, estremisti da salotto.

Insomma, la soluzione della crisi di governo non scioglie di per sé i nodi presenti nel Paese, ma rappresenta un’opportunità, che mette alla prova tutti i protagonisti in campo di cui vedremo la reale capacità di rispondere alla sfida.

Lionello Fittante è cofondatore associazione politico-culturale #perimolti e componente Comitato Nazionale èViva

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