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Sánchez afferma che una buona negoziazione non deve avere né vincitori, né vinti. Iglesias critica il Psoe di immobilismo. Mentre la Spagna scivola dritta verso nuove elezioni, in autunno, dopo l’insuccesso a luglio della nomina del presidente del consiglio e senza alcun accordo raggiunto, fino ad oggi, tra Psoe e Unidas Podemos.

Che il ripetere le elezioni non danneggi i socialisti è qualcosa di cui quasi nessuno dubita: sebbene un ritorno alle urne possa essere un’arma a doppio taglio, per ora, tutti i sondaggi danno al Psoe un aumento dei voti e un grande vantaggio rispetto al resto dei partiti. Ora la pressione è tutta focalizzata su Sánchez e Iglesias, l’alleanza ovvia che il risultato delle politiche lo scorso aprile lanciò. Si accusano a vicenda, da settimane, del fallimento nel tentativo di formare un governo progressista, ma formalmente resiste la volontà comune di rivedersi e provarci ancora, anche se è manifesto il clima di diffidenza e sfiducia reciproca in cui si muovono.

Una trattativa ha le sue regole, se vuole andare in porto, ma basarla sul prendere o lasciare non può andare mai a buon fine. Sánchez ha deliberatamente scelto di non far partire un vero confronto, passando questi quattro mesi a screditare Unidas Podemos. Ora i socialisti provano a dividere le forze che si siedono al tavolo per negoziare – Podemos, Izquierda Unida e il Partito Comunista di Spagna, En Comú Podem e Galicia en Común, i verdi di Equo – con lo scopo di determinare l’equilibrio di voti necessari all’investitura senza una coalizione governativa. Si moltiplicano le pressioni sui deputati contrari alle elezioni e disponibili ad accettare l’incastro programmatico chiesto dal Psoe, con responsabilità istituzionali, ma ben lontane dal consiglio dei ministri che Sánchez vuole assolutamente monocolore socialista.

Intanto l’estate vola via e l’ultimo trimestre dell’anno inizia tra incertezza politica e tensioni sociali. E il conto alla rovescia continua inesorabile verso il 23 settembre, ultima data utile per evitare le urne a novembre. La Spagna dovrà affrontare, incatenata al bilancio, approvato dall’ultimo governo Rajoy, il peggioramento della situazione economica tra gli annunci di una sempre più probabile recessione che coinvolgerà l’intera Europa. L’uscita senza accordo dalla Ue dell’Inghilterra renderà, per la Spagna, la crisi ancora più acuta, tanto che Sánchez si è già riunito con le comunità autonome, aggravate da un deficit finanziario di milioni di euro, per stabilire prime misure di emergenza. Si rischia di portare il Paese al voto in piena urgenza abitativa, di questi giorni la notizia che a Madrid e Barcellona i prezzi per affittare una casa hanno raggiunto un nuovo massimo e con essi gli sfratti per morosità.

Secondo un sondaggio della SigmaDos per El Mundo, più della metà delle persone intervistate, il 54,9%, vorrebbe che Psoe e Unidas Podemos raggiungessero un accordo governativo. Più favorevoli sono proprio gli elettori di questi due partiti – il 71,7% di quelli di Pedro Sánchez e fino al 95% di quelli di Pablo Iglesias – ma anche quelli di Pp (23%) e di Ciudadanos (30%). Pertanto, solo il 36,9% sembrerebbe propenso a nuove elezioni. Ed è inutile ricordare che una ripetizione elettorale favorirebbe gli accordi tra le destre, provocherebbe sfiducia nell’elettorato di sinistra favorendo l’astensione o riprodurrebbe una situazione di stallo con le stesse condizioni di ora, con la possibilità di formare un governo solo attraverso un accordo fra Psoe e Unidas Podemos.

Il disegno dei socialisti sembra da sempre essere stato quello di tornare alle urne e regolare definitivamente i conti con la rivolta degli indignati del 2011, da cui viene Podemos, riducendo quella rivolta a sola forza di testimonianza. Chiudere con questa anomalia spagnola, consolidando una normalizzazione centrista, è proprio la richiesta dei poteri forti, delle banche, dei grandi patrimoni, delle compagnie elettriche. Al grido della base socialista, subito dopo le elezioni,”con Ciudadanos no” hanno contrapposto un sussurrato “con Podemos meglio di no”.
Un governo di coalizione tra le due sinistre significherebbe alzare le imposte sui benefici delle banche dal 6% al 15%, derogare la legge sul lavoro di Rajoy, bloccare gli sfratti e calmierare gli affitti e realizzare tutte quelle misure che il Psoe sa declinare benissimo in campagna elettorale, ma poi è altrettanto bravo a disattendere. Basta ricordare che l’85% del patto sul bilancio per il 2019, concordato con Unidas Podemos, poi affossato dagli indipendentisti catalani, è rimasto sulla carta, disatteso.

Le prossime settimane diranno se, alla fine, Unidas Podemos deciderà di dare i propri voti “gratis” per avviare la legislatura, appoggiandola esternamente. Non è una decisione semplice, ma ha il pregio di evitare elezioni pericolose e soprattutto di svelare il gioco socialista, questo suo continuo mettere la freccia a sinistra per poi girare a destra. Un accordo su pochi punti, deroga alla legge sul lavoro, nuova politica sull’immigrazione, blocco dei prezzi affitti e regole e tasse alle compagnie che gestiscono gli affitti per turisti, tassa sui patrimoni e alle rendite bancarie, transizione ecologica a cui far seguire una intransigente pressione per la loro realizzazione. Forse anche questa scelta porterebbe ad elezioni, ma risulterebbe chiaro chi ne sarebbe il responsabile e il perché prende questa decisione.

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