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Con una sentenza che si può definire storica, la Corte di appello di Roma ha condannato all’ergastolo Vincenzo Paduano per omicidio e stalking dell’ex fidanzata Sara Di Pietrantonio. Il 29 maggio 2016 a Roma Paduano prima le tolse la vita e poi le diede fuoco, dopo averla perseguitata per mesi. Per questo motivo era stato condannato in primo grado all’ergastolo. Ma, il 10 maggio 2018, la Corte di appello ridusse la pena a trent’anni “assorbendo” il reato di stalking nell’omicidio. Lo scorso aprile la Cassazione aveva reputato errata questa decisione stabilendo che si tenesse un nuovo procedimento di secondo grado e l’11 settembre 2019 la Corte d’appello bis si è pronunciata, in sostanza confermando la condanna del primo grado. Vi riproponiamo due articoli sul caso pubblicati su Left il 12 agosto 2017: il primo della psichiatra consulente della difesa Barbara Pelletti e il secondo di  Stefania Iasonna, avvocato di parte civile della mamma di Sara. [A.G.]

 

Il potere distruttivo della anaffettività

«La demolizione totale di Sara», «la cancellazione anche della memoria del suo bel volto, la rovina inferta ai suoi occhi, espressione della gioia di vivere, la devastazione della femminilità di Sara..». Questa breve citazione, dalle prime pagine che raccolgono le motivazioni della condanna all’ergastolo di Vincenzo Paduano per l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, racchiude bene il senso e il valore, in termini culturali, ancor prima che sociali, di questa sentenza. Non è tanto importante che la pena sia esemplare, e funzioni così da deterrente, perché non è vero che si uccide per «emulazione», come purtroppo ha dichiarato anche Francesca Puglisi, presidente della Commissione d’inchiesta sul femminicidio, in una recente intervista. È importante che si faccia luce sulla realtà mentale di chi arriva a uccidere, sull’intenzionalità che sostiene la violenza e che collega, secondo il giudice Sturzo, tutti i reati commessi da Paduano: l’agghiacciante omicidio, preceduto dallo stalking e seguito dalla distruzione del corpo senza vita di Sara. Paduano ha voluto con «assoluta lucidità» eliminare Sara, fino a farla sparire anche fisicamente, «per non avere riconosciuto il suo preteso potere padronale» sulla sua vita. La premeditazione si struttura nel tempo, secondo la ricostruzione del magistrato, mentre Sara si sottrae, fino a lasciare Paduano, alla persecuzione che le nega «qualsiasi spazio di libertà fisica, intellettiva, amicale ed affettiva», con «una condotta ben diversa dallo schema della gelosia». La premeditazione è confermata dall’inquietante e tristemente noto messaggio postato da Paduano su Facebook due ore prima del delitto, sul quale il giudice torna continuamente: «Quando il marcio è radicato nel profondo ci vuole una rivoluzione, tabula rasa. Diluvio universale». È chiaro che Paduano non aveva soltanto una «fortissima determinazione omicidiaria»: l’eliminazione totale era il suo obiettivo. Questa sentenza, storica per molti aspetti, risponde con chiarezza a tante delle domande che sempre suscitano vicende così tragiche e ne pone, sia pure solo implicitamente, altre alle quali possiamo rispondere grazie alle fondamentali scoperte di Massimo Fagioli. Quello che disumanizza un uomo al punto da commettere azioni impensabili per tutti noi è l’anaffettività, che si genera dalla pulsione d’annullamento. Sara intuiva la violenza latente. Ha avuto a lungo paura di lasciare Paduano, ha temuto la sua reazione, presentendola, quando ha trovato il coraggio di farlo. Forse, se avesse potuto dare un nome alle sue sensazioni, avrebbe potuto difendersi.
Barbara Pelletti, psichiatra e psicoterapeuta

 

Riconosciuta la gravità della violenza invisibile

Alle prime luci dell’alba del 29 maggio 2016 Concetta Raccuia ha trovato sua figlia, Sara Di Pietrantonio, appena ventenne, semicarbonizzata sul ciglio di quella strada che tante volte aveva percorso per tornare a casa: una bambola di pezza, riconosciuta solo grazie ai suoi abiti, lasciata in un angolo, senza vita e sfregiata dal fuoco, da chi diceva, sino a pochi giorni prima, di amarla. Quel corpicino di un metro e cinquanta per quaranta chili di peso ha svelato da subito alla madre l’inaudita ferocia del suo assassino, che ha tentato fino alla fine di manipolare, depistare, calcolare ogni via d’uscita e sviare le indagini, condotte e portate a termine in modo instancabile ed estremamente competente dalla Procura e dalla Squadra mobile di Roma, senza lasciare nulla al caso, con una umanità in cui raramente ci si imbatte al giorno d’oggi. È stato difficile spiegare a questa madre come fosse possibile che per un reato così grave, preceduto e seguito da delitti altrettanto orribili e crudeli, Vincenzo Paduano potesse essere giudicato accedendo a un rito “premiale” a seguito del quale, come nella maggior parte dei casi succede, avrebbe scontato in carcere una pena di fatto non superiore a dieci, dodici anni. E invece il Gup del Tribunale di Roma, Gaspare Sturzo, in 60 pagine di motivazione, ha ricostruito e puntualmente motivato, con una sentenza che lascia veramente pochi spazi di impugnazione, le ragioni per le quali Vincenzo Paduano meritava, per tutti i fatti commessi, di essere condannato a un “fine pena mai”. Il giudice ha ritenuto responsabile Paduano per tutti i reati a lui contestati, riconoscendo anche le aggravanti. Forte evidenza viene data alla grave modalità dei fatti commessi. Il perpetrare gli atti persecutori con una intensità di dolo tale da raggiungere quasi un “livello di tortura psicologica”, l’“indirizzo punitivo” che si concretizza nell’omicidio, in quanto Sara non voleva riconoscere il ruolo di “padrone” del suo persecutore, il tendere un vero e proprio agguato alla giovane vittima, una “battuta di caccia”, l’averle in ogni modo impedito di difendersi ed averne distrutto il cadavere con il fuoco, dopo averla soffocata: questi, e molti altri, i motivi per cui il Gup non ha ritenuto dover concedere alcuna attenuante, nessun beneficio, nessuno sconto di pena. Ma a questa sentenza va dato l’ulteriore merito di aver saputo bene inquadrare il reato di atti persecutori che, non a caso, il giudice ha ritenuto affrontare per primo, entrando appieno nella dinamica del rapporto relazionale della giovane coppia, guardando oltre e riconoscendo la gravità della violenza non visibile, che per questo spesso viene considerata meno grave, tanto da giustificare l’archiviazione delle querele delle donne che la denunciano. Dal 3 agosto scorso, grazie alla cosiddetta Legge Orlando, potrebbe addirittura accadere che si arrivi all’estinzione del reato a fronte del pagamento di una somma ritenuta congrua, quand’anche non accettata dalla persona offesa. Sotto questo profilo, la sentenza si discosta dalle tante presenti nel panorama giurisprudenziale che arrivano a non riconoscere il ruolo di vittima di stalking alle donne che non si ribellano o assecondano il comportamento del loro persecutore. Le migliaia di messaggi whatsapp raccolti dagli inquirenti hanno fatto emergere chiaramente il comportamento tenuto, per due anni, da Vincenzo Paduano. Il magistrato ha ritenuto di evidenziare quel suo continuo “esigere rispetto”, pretendere che la ragazza “continuasse a chiamarlo ed a scambiare con lui messaggi”, privandola “della gioia di vivere”, “provocandole enormi sofferenze” e facendole subire un controllo ossessivo da cui lei tentava, completamente soggiogata, di fuggire. Insomma un vero e proprio inferno, che è assurto a prova regina, per il Tribunale, del “dolore di Sara”.
Stefania Iasonna, avvocato di parte civile della madre di Sara, Concetta Raccuia

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