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Un «universo monumentale». Con queste parole l’antropologo Claude Lévi-Strauss definì l’Amazzonia dopo il suo viaggio in Brasile, nel quale tratteggiò il ritratto di tribù mai venute in contatto con la civiltà. Oggi, quell’universo e quelle tribù, sono sotto attacco. Legittimati dalle sciagurate politiche ambientali di Bolsonaro – che ad aprile si autonominava «capitan motosega» – gli agricoltori brasiliani, e in particolare i grandi latifondisti, hanno preso ad innescare incendi per abbattere la foresta pluviale e ottenere così terre da coltivare e pascoli. Ma anche per mettere in fuga le popolazioni indigene che la abitano, considerate un ostacolo per i loro affari, oppure ancora per cancellare le prove delle proprie attività di disboscamento illegale. I dati comunicati dall’Istituto nazionale di ricerche spaziali brasiliano, l’Inpe, indicano nel 2019 un aumento dell’80 per cento degli incendi nella grande foresta pluviale rispetto al 2018 (e pure un +103% in Bolivia e un +143 in Guyana). I roghi censiti dall’Istituto in tutto il Brasile dall’inizio dell’anno (fino a fine agosto) sono stati 82.285, il 51,9% dei quali si è sviluppato nel bioma amazzonico. E secondo le informazioni della Nasa, raccolte dal progetto Global fire atlas, i fuochi divampati da gennaio negli Stati di Amazonas (12.577) e Rondônia (12.955), nella zona nord-ovest del Paese, sono superiori al totale dei tre anni precedenti. «Ma – osserva Yurij Castelfranchi, professore associato di Sociologia dell’Università federale di Minas Gerais – sono gravissimi anche il restante 30% degli incendi in Brasile, quelli innescati nel bioma Cerrado, la savana tropicale, perché colpiscono un’area ad altissima biodiversità, di straordinaria importanza ecologica. E un altro indicatore da tenere in considerazione, sono le emissioni di Co2, anche quelle in spaventoso aumento».

Nei nove Stati brasiliani del bacino amazzonico il volume di anidride carbonica sprigionata in atmosfera nei primo otto mesi del 2019 è il più alto dal 2010 (considerando le intere annate), stando ai grafici del programma Ue di monitoraggio ambientale Copernicus. Ma come nascono questi incendi, professore?

Bisogna fare una premessa: pressoché ogni incendio che si sviluppa in Amazzonia è provocato direttamente dall’essere umano. Perché per dare fuoco alla foresta, in una zona con un tasso di umidità così alto, è necessario prima abbatterla, poi lasciare che il sole secchi le foglie e i tronchi disposti a terra, un processo che può durare settimane o mesi.

Se dunque l’emergenza è diventata solo ora visibile, gran parte della devastazione è stata compiuta nei mesi precedenti. Sempre secondo l’Inpe, la deforestazione è cresciuta del 278% a luglio e di oltre l’80% a maggio e giugno: cifre che superano ampiamente quelle rilevate nello stesso periodo del 2016, 2017 e 2018. E Bolsonaro solo nelle ultime settimane ha annunciato degli interventi.

Spesso gli agricoltori hanno dato fuoco alla foresta confidando in amnistie a posteriori, che poi in effetti sono arrivate, anche con i governi precedenti. Il motivo principale alla base di questi roghi è la spinta espansiva dell’agrobusiness, dell’industria dell’allevamento e della soia, usata per sfamare il bestiame.

Latifondisti e grande industria agricola che possono vantare numerose sponde politiche. «Già i governi Rousseff e Temer avevano portato avanti politiche ambientali disastrose, ma con Bolsonaro le cose sono peggiorate. Il Parlamento brasiliano è dominato da tre lobby, quella delle armi, quella dei fondamentalisti religiosi e quella, appunto, dell’agrobusiness. Mentre Lula era riuscito ad arginare queste pressioni, Bolsonaro si è mostrato totalmente asservito a questi gruppi. In questo modo ha indebolito gli organi di prevenzione e controllo in campo ambientale, rimuovendo dirigenti, modificando le competenze.

Ad esempio?

Ad esempio, proponendo di spostare parte delle competenze del Funai, l’organizzazione governativa che si occupa della protezione dei popoli indigeni, sotto l’egida del ministero dell’Agricoltura, che è il “dicastero del latifondo”. Mentre a capo del ministero dell’Ambiente siede un negazionista climatico. Senza considerare tutte le calunnie verso gli scienziati, i professori e le università che diffondono i dati reali sull’emergenza ambientale.

Un clima che di certo non frena gli appetiti di chi lucra sulle grandi piantagioni di soia e sugli allevamenti intensivi di bestiame.

Per loro è facile provare una sensazione di impunità. In generale, le tecnologie agricole avanzate hanno peggiorato le condizioni dell’Amazzonia, perché hanno permesso a piante che non avrebbero avuto alcuna chance di essere coltivate in maniera competitiva in quel tipo di suolo di crescere, penso ad esempio ad alcune varietà di canna da zucchero, e di incentivare così i latifondisti a deforestare e ampliare i loro terreni.

Con il benestare di Bolsonaro. Che ha sempre guardato con favore anche all’operato e agli interessi dei produttori di legname pregiato e dei garimpeiros, i cercatori d’oro. Una cinquantina di loro, a fine luglio, ha invaso armi in pugno la terra indigena Waiãpi, nello Stato settentrionale dell’Amapá, al confine con la Guyana Francese, e ha ucciso il leader della comunità Emyra Waiãpi.

Non c’è più legge, è un nuovo Far West. La situazione degli indigeni è molto grave, siamo al limite della catastrofe umanitaria. Sono diversi i casi di uccisioni. Gli ultimi gruppi di indios isolati – in tutto sono un milione quelli che vivono in Amazzonia – sono fortemente minacciati, senza considerare il crescente pericolo di epidemie. E spesso i crimini nei loro confronti restano impuniti. Non sono molti i giudici e le forze di polizia che hanno il coraggio di difenderli davvero.

Dagli stessi indigeni è partita l’opposizione alle politiche di Bolsonaro.

Si sono dimostrati ancora una volta una colonna portante della democrazia brasiliana. Sono in lotta e a metà agosto si è tenuta la prima marcia delle donne indigene, e in loro difesa e a tutela dell’ambiente contro Bolsonaro ci sono mobilitazioni in tutte le grandi città del Paese.

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