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La leggenda del Puer Apuliae, il ragazzo discendente della dinastia sveva degli Hohenstaufen e, in quanto figlio di Costanza della stirpe normanna degli Altavilla, anche re di Sicilia, da quando Dante lo condannò nel canto X dell’Inferno tra gli eretici «che l’anima col corpo morta fanno» percorre sottotraccia, come un fiume carsico, la storiografia minoritaria dell’Europa laica.

Riemerge nel Novecento, quando il classico studio di Ernst Kantorowicz, sfidando lo zolfo della fama di Anticristo, nel 1927 raccontò di Federico II bambino che circolava libero per le strade della Palermo multietnica e trilingue dove, come già Apuleio aveva scritto nell’antichità, con il greco e il latino risuonava il “punico”. Dal IX secolo, con l’occupazione islamica durata oltre duecentocinquanta anni, l’idioma degli empori fenici dell’isola divenne l’arabo, lingua di una cultura raffinatissima rispetto a quella dell’Europa medievale, da lui appresa assieme al latte della balia.

Precocemente orfano di padre, dalla madre che si vociferava strappata alla vocazione monacale Federico fu affidato a Innocenzo III, pontefice preoccupato soprattutto della morsa in cui si sarebbe trovato, stretto tra nord e sud. Presto insofferente della custodia, il giovane si ribellò, ristabilendo militarmente il suo potere in Germania, per giungere all’avventurosa incoronazione a imperatore e poi a quella di re di Sicilia. Ingaggiando con il papato uno scontro epocale, provocò una sequenza di scomuniche, fino alla deposizione nel 1245. Un’enciclica dell’energico Gregorio IX giunse perfino ad accusarlo di proclamare che i profeti delle religioni monoteiste, Mosè, Cristo e Maometto, erano tre impostori. Affermazione che divenne nei secoli il manifesto dell’ateismo.
Sovrano eclettico e poliglotta, scelse…

L’articolo di Noemi Ghetti prosegue su Left in edicola dal 13 settembre 2019

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