Il Pd, con l'uscita di Renzi, ha avuto un'occasione unica per chiarire la propria natura di sinistra. Ma non è successo. E il coinvolgimento di Leu nel governo sembra più un'esigenza aritmetica che una scelta strategica

L’immeritato e inaspettato neo protagonismo della sinistra, di LeU in particolare, al termine della lunga estate politica, pone in maniera urgente una rinnovata necessità di riflessione su cos’è e cosa dovrebbe e potrebbe essere la sinistra in Italia, anche alla luce degli elementi di chiarificazione del quadro politico generale emersi nella stagione della nascita del nuovo governo, con le sue modalità, con la fuoriuscita di Renzi dal Pd e la nascita di Italia Viva.

A tale proposto, al di là delle infinite considerazioni che si possono fare sul cinismo di Renzi, sulla tempistica, sui calcoli di convenienza, che qui non si vogliono analizzare, la nascita Italia Viva chiarisce una volta per tutte, la natura della visione di Renzi e delle sue intenzioni (vedi l’intervista a La Repubblica): creare una forza dichiaratamente di centro, un nuovo partito personale, basato sul leader, all’americana. Con ciò facendo piazza pulita di molte ambiguità ed equivoci.

Al Pd, con la nascita di Italia Viva, viene meno quindi l’alibi renziano, e si presenta a Zingaretti un’occasione finora inedita: chiarire a sua volta la natura del suo partito, cosa vuole essere, chi vuole rappresentare, potendo partire persino dall’immagine che si era dato alle vittoriose primarie, e cioè del candidato segretario di sinistra: avrebbe cioè la possibilità di proporre (riproporre?) il Pd finalmente quale principale partito della sinistra, non dovendo più fare i conti con la “risorsa” Renzi.

L’occasione è stata spazzata via velocemente, viaggiando in direzione esattamente opposta, il segretario di “sinistra” del Pd sposa e certifica la scelta centrista e moderata.

Dapprima tessera l’ex-ministra Lorenzin (fatto solo in apparenza marginale) convocando una conferenza stampa in cui si premura di sottolineare che quella tessera è “esattamente” il segno di quello che vuole essere il Pd; poi, con un tempismo casuale ma non innocente, votando con i suoi parlamentari europei, insieme alla destra di Orban e alla Lega salviniana, la scandalosa risoluzione in cui, con una buona dose di faciloneria e ignoranza, ma evidentemente secondo un preciso modello, si equipara il nazismo al comunismo; infine alla prima direzione nazionale si precisa che il Pd si identifica ancora e testardamente con la “vocazione maggioritaria”.

Il Pd quindi, pur al netto di Renzi, non rivendica la sua natura di sinistra, ma riafferma la sua scelta moderata e liberista.
Cosa altro è necessario perché il Pd sia definitivamente, e persino legittimamente, individuato come una compiuta forza di centro, magari con al suo interno qualche sensibilità di sinistra, quasi suggestione, un rimpianto giovanile, un vezzo, ma che ha ormai definitivamente reciso quelle poche radici che lo legavano alla sua storia?

Sarà anche per questo che ora nessuno pare interessato a riaccogliere i fuoriusciti di Art1 (poco segretamente tentati), scelta che con Renzi dentro poteva avere l’utilità di contrappeso, ma senza il quale appannerebbe l’immagine di partito di centro?
In questo quadro anche la proposta bersaniana, che ipotizza la costruzione di un nuovo soggetto largo di sinistra che tenga assieme il Pd e i vari cespugli della sinistra, appare irrealistica, perché parla di un Pd che non esiste.

Da questo punto di vista dobbiamo allora esser grati a questa pazza estate, per aver finalmente chiarito che il centrismo ed il moderatismo non erano appannaggio renziano, ma intrinsechi al progetto Pd fin dal suo nascere, appunto nell’idea veltroniana di partito a vocazione maggioritaria e quindi anche coerentemente legato al sistema maggioritario.

Non è chiarimento da poco: risulta conclamato quindi che nel Paese esistono, riconoscibili: una grande destra (Lega e FdI), un grande centro sempre più affollato e in concorrenza (Forza Italia che guarda a destra, Pd che occhieggia a sinistra, Italia Viva che guarda se stessa, persino Siamo Europei di Calenda, che guarda e basta), un M5S in caduta libera almeno finché non scioglierà i suoi nodi interni (“destra e sinistra sono concetti superati”) e infine una sinistra, ora spacciata come coincidente con Leu parlamentare, e che però rimane ancora ridotta e frammentata.

Un panorama più chiaro, quindi, se pure sconcertante, un’infinita corsa al centro, ombelico del mondo, la cui conquista pare esaurire gli orizzonti.

Ma bisogna riflettere sull’altra accennata novità dell’estate, questo apparente nuovo protagonismo di LeU, perché pur partecipando alla formazione del Governo “giallo-rosso”, ciò non giustifica la definizione, strumentale, di governo più rosso di sempre.

Facciamo chiarezza anche qui: LeU è solo la denominazione dello sparuto numericamente Gruppo parlamentare, cui non corrisponde, come avrebbe dovuto, un partito, ma l’insieme, anche se appare incredibile e per molti versi ridicolo, di tanti soggetti, vecchi e recenti (il presidente Grasso, Possibile, MdP-Art1, Sinistra Italiana, èViva, personalità esterne, fino a ieri l’altro la Boldrini, ecc), e inoltre se al Senato la nuova maggioranza avesse avuto la stessa forza numerica di cui dispone alla Camera, LeU non sarebbe neanche stata invitata a prendere un caffè.

Il coinvolgimento di Leu è pertanto un’esigenza aritmetica e non corrisponde ad una scelta “strategica” ma legata a necessità involontarie, non al proprio peso politico e programmatico o all’azione parlamentare o sociale.
Questi elementi sono chiari a tutti, nel ristretto ambito delle segreterie, non nella percezione nel Paese, anche perché talora si gioca sull’ambiguità e l’indeterminatezza, con un’affannosa e, per quanto sterile, rincorsa al posizionamento, a mettere cappello, a presentarsi come depositari primi e originali dell’unità. MdP in particolare, forte del ministero ottenuto, si propone non come parte ma come il tutto (MdP Art1=LeU), nel silenzio (complice? stupido? interessato?) degli altri soggetti.

Infatti tutti i componenti di quella che doveva essere Leu, si affrettano candidamente, a dichiarare la necessità di andare oltre la frammentazione, a superare le divisioni.
Colga allora la sinistra tutta questa inaspettata e non conquistata nuova visibilità, questa immeritata opportunità, per procedere, per l’ennesima volta, ad una riflessione critica sul proprio ruolo e funzione, perché la necessità di superare la frammentazione della sinistra è e resta il nodo irrisolto.

Prendere davvero consapevolezza della necessità di costruire un campo unico e unitario di tutte le forze di sinistra che, al netto di sofismi e interessi di segreterie, possa rappresentare un’altra visione di mondo e proporsi finalmente come riferimento a quel vasto mondo di cittadini che restano senza rappresentanza, è la questione prioritaria da porsi.

Per fare ciò è necessario capire, una volta per tutte, che la necessità di unità è una scelta strategica, di lungo respiro e lunga durata. Non può essere legata all’agenda contingente: unità come progetto e prospettiva, quindi, non quale formula elettorale.

Se si è consapevoli di questo, c’è bisogno che ci si sieda attorno un tavolo, senza pregiudizi, senza pretese egemoniche, senza supponenze, ma con la più ampia e sincera disponibilità politica e culturale.
Fare un partito di sinistra, perlopiù unitario e aperto, è cosa un po’ più difficile che fondare un partito personale, dove basta avere un leader forte cui affidare messianicamente il proprio destino.

Un partito di sinistra ha ben altra genesi, comporta riflessione, confronto, analisi, dibattito, scontro, abituati, anche giustamente, a dividersi persino sull’interpretazioni delle singole parole, però va fatto, e per riuscire bisogna che tutti i soggetti superino le proprie “identità”, per quanto gloriose, consci che i tempi richiedono questo sforzo, ciascuno assumendo la propria buona dose di rinunce.

Ma è del tutto evidente, e non per ripicca ma quale condizione e conseguenza ovvia in politica anche se difficile da ingoiare, che è necessario si riscoprano almeno tre esercizi da tempo non più frequentati dalla sinistra: autocritica – seria, vera, profonda, sincera, non di facciata, collettiva, comune; umiltà – abbandonare ciascuno la presunzione di possedere la verità; infine, la più importante, la credibilità – perché su questo si gioca, in fondo, gran parte del futuro a sinistra.

Ma quale credibilità possono avere gruppi dirigenti che hanno più volte proposto percorsi unitari (LeU, La Sinistra) dichiarando convintamente “mai più divisi”, per poi fare immediatamente marcia indietro?
Quale credibilità possono avere gruppi dirigenti che avranno anche avuto il merito di “resistere” alla barbarie montante, ma anche la colpa di non avviare davvero un percorso unitario credibile, imprigionati in veti reciproci, alchimie di segreterie, distinzioni incomprensibili, persino antipatie personali, piccoli interessi di partito?

Gruppi dirigenti che sono risultati nei fatti, purtroppo, inadeguati a interpretare i cambiamenti in atto, a mantenere o costruire un rapporto vero e continuativo con le tante realtà sociali che pure esistono nel Paese ma che non si riconoscono in nessun soggetto politico?

Allora bisogna ripartire abbandonando pregresse posizioni e identità ormai superate, confrontarsi da pari a prescindere dall’attuale, spesso ipotetico, peso politico nel Paese o in Parlamento, mettersi a disposizione del progetto e non volerne pervicacemente assumere la conduzione, lasciare spazio a nomi nuovi, spendibili, non logorati, non per tutte le stagioni.

Queste solo le condizioni minime necessarie. Ma saprà farlo questa sbandata sinistra? I segnali che arrivano sono contraddittori, perché è sempre più facile restare attaccati al proprio ramoscello, anche quando è evidente si stia rompendo, che scendere e piantare un albero nuovo, con la capacità e voglia di guardare in prospettiva.

Lionello Fittante è Cofondatore associazione politico-culturale #perimolti
Componente Comitato Nazionale èViva
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