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Il 5 ottobre, invitato a celebrare la ricorrenza della strage di Marzabotto, David Sassoli ha affermato: «Vengo qui per dire che l’equiparazione votata in una risoluzione del Parlamento europeo fra nazismo e comunismo è politicamente scorretta e intellettualmente confusa». Peccato che Sassoli sia il presidente di quel Parlamento, e che lui e il suo partito (Pd) quella risoluzione l’abbiano sostenuta integralmente.

Poche ore prima Calenda, in un sorprendente intervento, riconosceva di aver raccontato per trent’anni “cacchiate” sul neoliberismo: «Abbiamo sostenuto che andava difeso il lavoro, non il posto di lavoro», ha affermato, «ma all’operaio di 50 anni che perde il posto di lavoro non posso raccontare che forse lo recupererà nell’economia delle app». Dunque, candidamente, Sassoli e Calenda affermano di aver detto o fatto scemenze raccogliendo applausi, o al massimo qualche ironico commento.

Il punto è che, purtroppo, questa superficialità, o forse dissociazione tra parole e fatti, sembra ormai caratterizzare l’intera classe politica: Salvini, Conte, Di Maio, Renzi, il Pd, possono ormai dire una cosa e agire in modo del tutto contrario, quasi questo sia un modo normale di fare “politica”. Salvini ha fatto cadere il governo perché riteneva impossibile andare avanti col Movimento 5 stelle, salvo poi offrire a Di Maio la presidenza del Consiglio nella stessa alleanza. Conte ha governato col governo giallonero ed è in carica anche col governo giallobianco (di rosso in questo governo c’è ben poco). Di Maio, dopo avere definito il Pd «il partito di Bibbiano» con cui non avrebbe mai governato, ora è ministro degli Esteri di un governo con democratici e 5 stelle. Renzi, dopo aver sabotato un anno e mezzo fa l’accordo Pd-M5S, avendo forse terminato i pop corn rivendica ora la realizzazione di quello stesso accordo. Il Pd, dopo aver votato per tre volte contro la riduzione del numero dei parlamentari, ora è intenzionato ad approvarla.

Gli esempi potrebbero continuare: nel 2013 il Pd di Bersani chiese il voto per difendere il lavoro e contrastare le politiche di austerità, ma il Pd di Renzi utilizzò quel voto per il Jobs act, l’abolizione dell’Articolo 18, la Buona scuola e per proporre una riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016, temi questi assenti o in contrasto con quanto proposto agli elettori in campagna elettorale.

In questo gioco di specchi, dove si parla a vanvera e personaggi senza spessore e senza cultura politica si prendono gioco dell’opinione pubblica, alcune scelte di fondo sono portate avanti con poche variazioni, indipendentemente degli esiti elettorali e dallo schieramento che governa: mi riferisco al Tap, al Tav, all’acquisto degli F-35, all’austerità, alla svalutazione del lavoro, all’attacco alla Costituzione, come anche all’autonomia differenziata.

Dobbiamo avere il coraggio di porci la seguente domanda: chi governa veramente il nostro Paese? Mettendo in fila i fatti sopra ricordati (e altri se ne potrebbero rammentare) si può dedurre che oligarchie dominanti dai contorni non facilmente individuabili riescano ormai ad imporsi tramite canali che sfuggono al controllo democratico. Il Parlamento e l’opinione pubblica sono in sostanza chiamati ad approvare scelte decise altrove, e ove sorgano ostacoli si trova comunque il modo di procedere, con minime correzioni. Certo, il governo giallobianco è meglio del governo giallonero: se non altro Salvini è stato fatto scendere dal palcoscenico su cui recitava il suo orribile copione. Ma occorre avere la consapevolezza della gravità delle condizioni in cui versa la nostra democrazia.

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