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L’immagine dei grillini che per festeggiare il voto che riduce i parlamentari tagliano con la forbice uno striscione con dipinte le “poltrone” scuote e, personalmente, turba. Veramente quel Parlamento che nasce da una lotta di liberazione e da una Costituzione democratica è da ridursi ad un insieme di poltrone e privilegi? Per altro sui “privilegi”, retribuzioni, indennità, appannaggi, non si è intervenuti.

Il Parlamento europeo ad esempio ha uno Statuto che regola tutti coloro che vi operano, dai deputati, ai lavoratori, agli assistenti, che vedono normati diritti, doveri e regole di trasparenza. In Italia si procede a pezzi e secondo i dettami classici del populismo e cioè mettendo nel mirino singoli aspetti che possano solleticare quella tendenza detta “anticasta” o anche “antipolitica”. A consuntivo forse si può cominciare a parlare però di una riscrittura “postdemocratica” del nostro ordinamento costituzionale fondato sulle istituzioni rappresentative.
Si potrà dire, con i Cinquestelle, che si guarda ad una democrazia diretta. Ma certo l’assetto viene scosso nel profondo.

Sarà bene interrogarsi e riflettere su cosa altro ci attende e dove si andrà a finire. Anche perché sono in campo ulteriori “strappi”, come il vincolo di mandato per i parlamentari. E l’accordo sui contrappesi siglato tra le forze di maggioranza non presenta poi davvero elementi di riequilibrio. È esclusa la legge elettorale (si pensi che in Portogallo dopo il fascismo il proporzionale lo hanno messo in Costituzione). Alcune norme di revisione delle strutture e del funzionamento parlamentare sembrano riecheggiare il testo renziano bocciato dal referendum costituzionale del 4 dicembre (2016, ndr) e guardano principalmente alla centralità dell’esecutivo. Una preminenza che risalta anche dalla riduzione di senatori e deputati, che mette in questione peraltro il funzionamento delle Commissioni parlamentari.

Ora ciò su cui viene da interrogarsi in questo momento è se questo fosse il prezzo da pagare per respingere l’assalto di Salvini. «Altrimenti torna Salvini», mi pare un argomento che rischia di indebolire ulteriormente la democrazia. Una sorta di «o mangi la minestra, o salti dalla finestra» che non a caso serviva a dare una immagine rassegnata del popolo e in realtà a farlo sentire tale, cioè rassegnato a non avere alternative. La democrazia è precisamente l’esistenza di alternative. E il Parlamento il luogo della loro rappresentazione.

Perché dunque per respingere l’attacco di Salvini alle prerogative del Parlamento bisogna ora accettare il ridimensionamento del Parlamento stesso? Naturalmente modificare le istituzioni si può. Ma l’immagine della sforbiciata alle poltrone dice che si sta facendo altro. Un Parlamento più ridotto (a questo punto con un rapporto tra elettori ed eletti tra i più alti di Europa) richiede una centralità e una rappresentatività massima del Parlamento stesso. Cioè: proporzionale, autorevolezza dei parlamentari veramente scelti dagli elettori, autorevolezza dei soggetti politici. Purtroppo queste condizioni e questi requisiti non ci sono.

Peraltro l’idea che non ci sono alternative risulta avvalorata da 25 anni e più durante i quali, mentre la conflittualità tra i soggetti politici e le ambizioni “piglia tutto” di alcuni sono cresciute a dismisura, i voti amplissimi e trasversali sulle questioni più importanti, dai trattati liberisti alle controriforme su lavoro e pensioni, sono stati tantissimi. Fino a quello “bulgaro” dell’ 8 ottobre, dove solo in 14 si sono opposti a Montecitorio alla diminuzione del numero dei parlamentari.

Che fossero molti di più coloro che avrebbero voluto frenare sulla riforma, però, lo dicono i discorsi fatti in aula, le dichiarazioni, i “voto ma chiedo il referendum”. Ora, io penso che un referendum sul tema ci debba essere assolutamente (in questi casi il referendum confermativo può essere richiesto da un quinto dei membri di una delle camere, da 500mila elettori oppure da cinque consigli regionali, ndr). Ma, da parlamentare, avrei votato contro proprio per la responsabilità datami dall’esercizio costituzionale del mandato, propria di una democrazia parlamentare. Quella che bisogna difendere, rilanciandola.

Speculare a dire «altrimenti torna Salvini» è il dire «avete voluto fare questo pasticcio di governo ed era inevitabile che finisse così». Ora è vero che il taglio era il provvedimento bandiera dei Cinquestelle. Ma i Cinquestelle non stanno precisamente all’apice dei consensi. E i provvedimenti si possono discutere per costruire una coalizione di governo seria. Naturalmente se si ha una visione politica alta e autonoma. Ma, se non si capisce che se i parlamentari sono meno devono essere più forti e rappresentativi e quindi serve il proporzionale e la centralità del Parlamento, la “trattativa” la si fa molto male. Anzi, non è una trattativa ma la somma di più danni.

D’altronde se si passa dal considerare i Cinquestelle un avversario pericoloso alle proposte di patti generalizzati si dà l’idea di una politica estemporanea, opportunista. E l’opportunismo è l’esatto opposto della possibilità, e del dovere, di scegliere. Già altre volte il popolo italiano ha dimostrato di essere attaccato alla lettera ed allo spirito della Costituzione. Magari succederà ancora.

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