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Giampiero Rossi sul Corriere della Sera racconta la storia di una donna che da quindici anni lavora per un’azienda, praticamente da sempre, e che si ritrova a essere relegata in un angolo, vessata e spinta alle dimissioni perché si è permessa di volere un secondo figlio.

«Dovevi dirmelo già quando tu e il tuo compagno avete deciso di avere un altro bambino», le dice il suo capo, con tutta quella buona dose di presunzione e anaffettività che qui da noi sono un vanto di certa classe dirigente imprenditoriale. Dal suo rientro al posto di lavoro Chiara ha iniziato a subire comportamenti che non aveva mai visto prima, dalle contestazioni per le cose più inutili fino al demansionamento che la porta a tritare carta, rispondere al citofono e poco altro. Anche quando cambiano i telecomandi per il cancello d’entrata in azienda lei non viene presa in considerazione.

Da responsabile di reparto alla fotocopiatrice, con il chiaro invito a accettare una buonuscita per dimettersi altrimenti, le dicono, «ti faranno morire».

Un mondo del lavoro che considera la gravidanza una colpa è la fotografia perfetta del calo della natalità in Italia, dove si spendono molte parole sulle famiglie (e spesso si sproloquia, anche) e ci si dimentica che l’uguaglianza invece ha bisogno di riforme vere e di tutele.

Chiara ha la colpa di avere voluto un figlio. Dicono che dovesse accontentarsi di averne già uno. È il lavoro che diventa padrone degli orari non lavorativi, degli affetti personali, delle scelte sulla maternità. Vivere per lavorare piuttosto che lavorare per vivere. Qualcosa di simile a una prigione.

Per non parlare delle migliaia di dimissioni estorte che gravano sui lavoratori e che non emergono dalle statistiche ufficiali. Non è solo un problema di produttività: è un problema di etica.

Buon mercoledì.

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