Condividi

Nel 1973, per la prima volta nella storia della Bolivia, una modifica all’interno del Codice Penale determinò l’instaurazione di precise e severe limitazioni in materia d’aborto. Allora il Paese viveva sotto la dittatura di Hugo Banzer Suárez, ma ancora oggi – dopo 46 anni – tale pratica continua ad essere criminalizzata e permessa solamente in precise circostanze.

Il pericolo di vita per le madri, le malformazioni fetali, il concepimento dovuto a una violenza o a un incesto sono le uniche causali che consentono a una donna boliviana il ricorso all’interruzione legale della gravidanza. Interruzione che, fino al marzo 2013, per essere effettuata legalmente in ospedale necessitava di un’autorizzazione firmata da un giudice in seguito alla conclusione di un’indagine giudiziaria.

Dopo questa data, grazie all’intervento di Patricia Mancilla, ex deputata del Movimiento al Socialismo (Mas) – partito del presidente Evo Morales – si arrivò a produrre quella che oggi è conosciuta come Sentencia Constitucional 0206/2014. Tale sentenza permette alle donne boliviane che rientrano nelle causali previste dal Codice Penale di poter abortire, senza dover aspettare una sentenza ma in seguito ad una semplice deposizione in un qualsiasi commissariato del paese.

Tutt’oggi, la pena prevista per il medico operante all’infuori di queste causali è da 1 a 6 anni di reclusione, da 1 a 3 per la donna consenziente.

«La Sentenza Costituzionale è stata l’unico passo avanti avvenuto nella legislazione boliviana» afferma Maria Galindo, fondatrice e leader del Collettivo Mujeres Creando – punto di riferimento a livello nazionale per quanto riguarda la tutela dei diritti delle donne – che racconta come in Bolivia una battuta frequente in questi casi era affermare che il tempo del processo durava quanto quello di una gravidanza, e le donne si ritrovavano con l’autorizzazione a procedere all’aborto soltanto dopo aver partorito.

Gli ostacoli burocratici non sembrano però esser stati tutti superati da questa sentenza. Varie realtà della società civile, tra cui la Piattaforma 28 Settembre, sono unanimi nell’affermare che «molto spesso queste leggi non vengono rispettate e che se da un lato non esiste nessuna informazione rispetto a questi diritti e poche donne ne sono a conoscenza, dall’altro lato molti medici si rifiutano di compiere aborti anche di fronte a bambine vittime di violenza senza che incorrano in ripercussione alcuna».

È il caso di una bambina di Puerto Acosta – provincia di La Paz – che lo scorso ottobre, ad appena 9 anni, è stata costretta a portare avanti la sua gravidanza, frutto d’incesto. La giovane è morta una volta giunta all’ottavo mese, in quanto il suo fisico le ha impedito di portare a termine la gestazione. Questa storia, purtroppo, non è un caso isolato.

Secondo uno studio fornito dalla Cidem (Centro de Infromation y Desarrollo de la Mujer), ogni giorno in Bolivia muoiono 2 donne per complicazioni legate alla gravidanza e si producono 185 aborti. Di questi, secondo l’Ipas (Ong internazionale attiva sul tema dell’aborto), negli ultimi 4 anni soltanto 332 sono quelli effettuati avvalendosi del precedente creato dalla Sentenza Costituzionale 206/2014, vale a dire neanche lo 0,01%.

«Queste statistiche vengono effettuate sulla base dei dati forniti dagli ospedali, in cui arrivano donne con emorragie o complicazioni. Non possiamo quindi parlare di autodeterminazione e di aborti voluti. Chi abortisce con la pillola non rientra in questi calcoli, come la maggior parte delle donne da noi assistite lo scorso anno» afferma Julieta Ojeda, militante di Mujeres Creando e da vent’anni responsabile del servizio di consultorio offerto dalle attiviste nella città di La Paz.

Numeri alla mano, la denuncia della società civile rivendica come la realtà mostri che nessuna penalizzazione ha mai ottenuto che si eviti di ricorrere a tale pratica. «L’unico effetto generato da tale politica repressiva è mettere in gioco la vita delle donne più povere che non riescono ad affrontare gli elevati costi necessari per mettersi nelle mani di medici padroni di un ormai affermato business clandestino» continua Ojeda.

Il costo di ogni singolo intervento, infatti, varia a seconda delle strutture a cui ci si rivolge: un aborto sicuro in una clinica può costare da 3500 a 16000 bolivianos (dai 450 ai 2000 euro). Motivo per cui le donne preferiscono provocarsi gli aborti con la pillola. Ed anche intorno a questo farmaco avvengono speculazioni notevoli ai danni delle richiedenti. Il prezzo di listino del misoprostol sotto presentazione della ricetta sarebbe di 15 bolivianos (poco meno di 2 euro), ma viene venduto sottobanco ad un prezzo che può arrivare fino a 50 bolivianos, ossia a più di tre volte il prezzo reale.

Pagando il massimo della tariffa, le cartelle cliniche vengono falsificate e le donne risultano ricoverate per altre ragioni, garantendo la massima riservatezza dell’intervento.
Chi non dispone di queste somme è costretto a rivolgersi a dei semplici consultori, dove le tariffe sono sensibilmente inferiori e oscillano tra i 300 e i 1000 bolivianos, ma le condizioni igieniche e di sicurezza sono altrettanto precarie. Può succederti qualsiasi cosa.

Il ricorso agli aborti illegali è dovuto in larga parte ad una diffusa mancanza d’informazione riguardo alle possibili alternative a cui le donne possono ricorrere: «Nonostante sia un obbligo del governo diffondere l’informazione, non viene fatto, o quantomeno non in maniera sufficiente» denuncia Mujeres Creando. Molte autorità municipali e centri di salute non sono formati ed aggiornati riguardo alla Sentenza 206 del Tribunale Costituzionale e alla sua applicazione, e questo sia per mancanza di informazione che per paura di esporsi in favore di questa pratica.

«C’è di fatti una diffusa opposizione alla pratica dell’aborto legale da parte dei medici, soprattutto nei centri di salute legati alla chiesa cattolica, dove gli obiettori di coscienza preferiscono orientare le donne che vi si presentano verso altri centri ospedalieri» continua la portavoce del collettivo.

Se dal fronte delle istituzioni i movimenti in favore della depenalizzazione dell’aborto non hanno finora trovato l’appoggio sperato, la situazione non sembra che possa migliorare nel prossimo futuro. In vista delle elezioni presidenziali del 20 ottobre, dei 9 partiti che superate le primarie si contenderanno i seggi in parlamento, nessuno prevede nella propria agenda la difesa del diritto all’aborto ed all’autodeterminazione delle donne boliviane.

In tale contesto, in cui le istituzioni e lo stato si rivelano assai distanti dalle quotidiane urgenze dei propri cittadini, è la società civile a sostituire il potere costituito, orientando, accompagnando e fornendo assistenza diretta a quelle donne che semplicemente vorrebbero veder realizzato un loro diritto.

INTERVISTA A MARIA GALINDA

«Confida nel suono della tua voce»; «I nostri sogni sono i vostri incubi»;  «Perdono il tuo violentatore con una semplice confessione…e ti condanno ad abortire anche se sei una bambina».

Sono alcune delle frasi che si rincorrono sui muri di La Paz, Santa Cruz e molte altre città della Bolivia. Portano la firma di Mujers Creando, un collettivo anarchico femminista nato nel 1992 a La Paz. Riempiendo i muri grigi delle città andine con murales di stampo politico, queste donne sono riuscite a costruire negli anni un forte legame con la popolazione, fino a diventare un punto di riferimento a livello nazionale per tutte coloro che si ritrovano in cerca di giustizia, e non solo.

Maria Galindo, leader e portavoce del movimento anarco-femminista, ci spiega come Mujeres Creando «si pone da sempre la necessità di accompagnare la lotta politica attraverso una forma di lotta che noi definiamo Politica Concreta, ossia non solo portare avanti battaglie per ottenere ciò che desideriamo dalla società, ma anche fare concretamente ciò che desideriamo. La nostra lotta si pone come obiettivo il riconoscimento della sovranità della donna sulle decisioni che riguardano il suo corpo».

Ci troviamo all’interno del bar de Los Deseos de la Virgen, la centralissima sede Paceña di Mujeres Creando, in cui più di 20 donne lavorano all’interno di cinque cooperative sociali che col tempo si sono costituite nell’aerea urbana di La Paz ed El Alto, e che portano avanti differenti tipologie di servizi. All’interno del Centro si possono infatti trovare: un ristorante popolare, che ogni giorno dispensa pranzi ad ogni genere di avventori – dai professionisti in pausa agli studenti di passaggio – un bar, una radio, una libreria, un centro di accompagnamento per donne vittime di violenza, un consultorio e perfino un ostello.

Sono le nove di mattina e di fronte ad una tazza di caffè, Julieta Ojeda – che da 20 anni lavora come volontaria nel consultorio da cui ha appena terminato il suo turno di ricevimento mattutino – ci concede un’intervista per spiegarci in cosa consiste il lavoro che Mujeres Creando (MC) porta avanti in favore della depenalizzazione dell’aborto.

Quali sono i servizi che MC offre alle donne che desiderano abortire?

MC è un movimento che da 22 lavora sul tema dell’aborto, offrendo un servizio personalizzato e individuale di assistenza e consulenza grazie al lavoro delle 3 psicologhe che formano l’équipe. Per prima cosa forniamo alle donne informazioni rispetto alla pratica abortiva. Una volta illustrate le varie opzioni, chiediamo loro di effettuare un test di gravidanza in quanto è necessario innanzitutto constatare se la persona sia incinta o meno e di quanti mesi.

In primo luogo per la sua salute, ma anche perché con l’instaurarsi di numerosi gruppi “pro vita” che minacciano il nostro lavoro dobbiamo fare attenzione alle persone che vengono a recuperare informazioni nel nostro centro. Se il test conferma e se le donne in questione prendono la decisione di abortire, viene fornita  loro una serie di indirizzi di cliniche in cui possono effettuare l’aborto in totale sicurezza, o di farmacie che vendono le pillole che inducono l’aborto, come nel caso del misoprostol, a prezzi di mercato senza speculare sul bisogno delle pazienti.

Alle donne che intraprendono questo percorso viene poi fornita assistenza fin quando l’ultima ecografia non mostra l’espulsione del feto in caso di aborto via pillola, e fino alle successive mestruazioni in caso di aborto chirurgico.

Il servizio che gratuitamente fornite alle donne che si rivolgono a MC comporta per voi operatrici anche dei rischi?

Per il nostro servizio di orientamento e accompagnamento rischiamo dai 3 ai 6 anni di carcere. Per questo motivo adottiamo alcune semplici precauzioni, soprattutto nelle comunicazioni con le persone che seguiamo fuori dal dipartimento di La Paz e che quindi avvengono per forza di cose per via telefonica, in maniera che le informazioni fornite siano totalmente riservate. Sappiamo che corriamo dei rischi, ma li accettiamo senza vivere nella paranoia poiché convinte del nostro operato.

Quante donne seguite ogni anno?

Nel 2018 abbiamo accompagnato all’aborto 150 donne soltanto a La Paz.

Vi avvalete della collaborazione di medici e avvocati militanti?

Mujeres en busaqueda de justicia, la cooperativa che si occupa di assistenza legale, conta di una équipe di 3 avvocatesse membre di MC. Per quanto riguarda il consultorio, collaborano con noi studentesse di medicina o dottoresse che stanno ancora svolgendo la loro specializzazione (internato). Si tratta di compagne che sposano la causa di MC.

Avete quindi dei canali preferenziali costruiti nel tempo con strutture o medici che permettono l’aborto?

Non abbiamo collaboratori diretti all’interno delle strutture. Quello che facciamo è cercare dei posti che per lo meno abbiano i requisiti minimi igienico sanitari e di sicurezza in cui le donne possano abortire. I medici che operano nelle cliniche da noi identificate speculano sulla codizione delle donne che si rivolgono loro, ma per lo meno sono professionisti del settore che operano in vere sale operatorie, sono assistiti da anestesisti ed infermieri e forniscono un certo grado di sicurezza per le pazienti, cosa che non accade nella maggior parte dei centri clandestini, veri e propri ambulatori improvvisati che si prestano più ad interventi veterinari che altro.

Anche in Bolivia, come nel resto dell’America Latina, assistiamo ad un crescendo di manifestazioni di stampo conservatore, come risponde MC? 

È un periodo di oscurantismo quello che stiamo vivendo e in quanto femministe la nostra strategia è contrastare questo tipo di religioni fondamentaliste.

Un tipo di contestazione a questa ondata conservatrice è stata pubblicare un manuale di educazione alla sessualità per le donne, intitolato Soy lo Proibido. Uscito l’8 marzo, utilizzando un linguaggio semplice e diretto, il manuale si rivolge a tutte le donne del Paese. Crediamo che questa sia l’unica maniera di combattere la nostra battaglia: far sì che le giovani, categoria prediletta dalle prediche delle sette religiose, possano acquisire le conoscenze necessarie per difendersi dai tentativi di evangelizzazione, soprattutto in un Paese in cui l’educazione sessuale è percepita come un tabù e non viene insegnata nelle scuole.

In Argentina il 28 maggio è stata depositata per l’ottava volta una proposta di legge in Parlamento per la depenalizzazione dell’aborto. In Bolivia questo tentativo è stato mai pensato o portato avanti?

La Plataforma 28 de Septiembre, gruppo di Ong boliviane, lavora sul tema e dispone di molti mezzi, ma a livello legale non ha mai avuto la possibilità di presentare una proposta, in quanto non c’è un parlamentare disposto ad appoggiare un progetto di legge  di questo tipo.

Credo che questa sia la riprova che le priorità del Paese sono altre e il parlamento boliviano non è disposto a dibattere su un argomento come l’aborto, cosa che invece ho seguito con molto interesse in Argentina. Il fatto che poi le discussioni siano trasmesse pubblicamente, cosa che in Bolivia non avviene, permette alla popolazione di partecipare al dibattito e di interessarsi ai temi affrontati.

L’urgenza di una legge mi sembra fondamentale e come MC potremmo lavorarci, anche se nella nostra lotta abbiamo trovato altri meccanismi per sollevare nuove questioni e stimolare il dibattito a livello sociale, ed è questo il motivo del nostro successo. 25 anni fa, quando abbiamo cominciato questo percorso, la gente non aveva il coraggio di pronunciare la parola aborto a voce alta. Oggi, grazie al quotidiano lavoro portato avanti dalla lotta femminista, ragazze di 14-15 anni e molte altre donne manifestano per le strade in favore di una depenalizzazione. E vi ricorrono, seppur ancora in maniera illegale.

 

Commenti

commenti

Condividi