Si torna finalmente a parlare di legge di cittadinanza per i figli degli immigrati. Dopo essere stata a affossata alla fine del 2017 da un improvviso dietrofront del Pd, è ripartito il dibattito parlamentare con diverse proposte sia da destra che da centrosinistra

«Non serve una discussione eterna, bastano un centinaio di giorni». Matteo Orfini, deputato ed ex presidente Pd, vede il traguardo vicino. Dopo anni di attesa e numerose giravolte del centrosinistra, torna a concretizzarsi la possibilità di riformare la legge sull’acquisizione della cittadinanza. I pentademocratici potrebbero aver trovato un punto di convergenza attorno all’idea di legare il passaporto alla frequentazione di un ciclo scolastico in Italia, rinunciando allo ius soli (che garantirebbe la cittadinanza alla nascita) a favore del cosiddetto ius culturae. Il dibattito su una possibile modifica alla legge attuale (la 91/1992) si è riaperto il 3 ottobre, quando alla commissione Affari costituzionali a Montecitorio è ripresa la discussione della proposta sottoscritta da Laura Boldrini (quando era esponente di Leu, ora Pd) sullo ius soli. Ma non si tratta dell’unico testo da esaminare sul tema. Depositati in Parlamento ci sono anche quello di Renata Polverini (Forza Italia) sullo ius culturae “puro” (che prevede, tra le altre cose, un esame delle conoscenze linguistiche e delle norme di base dell’ordinamento italiano) e quello a firma dello stesso Orfini. Un’ipotesi di mediazione, quest’ultima, che già ricevette il via libera alla Camera ad ottobre 2015, per poi arenarsi al Senato, a causa della timorosa inerzia del governo Gentiloni.

«Lo ius culturae si può approvare in tempi rapidissimi», spiega Orfini a Left. «Siamo arrivati al punto di decidere se vogliamo davvero cambiare la legge del 1992 o meno». Una norma antiquata, che lascia appeso ad un filo il futuro di circa un milione di bambini e ragazzi. Nati in Italia o arrivati qui da piccoli, nel nostro Paese hanno studiato, stretto legami, maturato affetti, ma per l’anagrafe restano stranieri. Parlano l’italiano meglio di molti leghisti e spesso non saprebbero nemmeno salutare nella lingua natia dei loro genitori. Ma questo, per la burocrazia, è solo un dettaglio. Così, per questi giovani anche fare una gita all’estero è un’odissea, mentre la perdita del lavoro del padre o della madre può voler dire la fine della loro esperienza di vita nella Penisola.

«Parliamo di italiani che hanno diritto ad essere riconosciuti come tali» prosegue Orfini, e a chi sostiene che la pancia del Paese non digerirebbe una riforma del genere, il deputato risponde citando un recente sondaggio Ixè: «Secondo le ultime rilevazioni, il 62% degli italiani è favorevole allo ius culturae. Non è vero che sarebbe una norma impopolare, perché interesserebbe persone che le famiglie conoscono, ossia i bambini che vanno a scuola con i nostri figli, che giocano con loro».

Ciò nonostante, Fratell…

L’articolo di Leonardo Filippi e Alessia Gasparini prosegue su Left in edicola dall’11 ottobre 2019

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