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«Non ci hanno aiutato durante la Seconda guerra mondiale. Non ci hanno aiutato in Normandia, per esempio». A tanto sono arrivate le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per tentare di giustificare il ritiro delle truppe Usa dalle posizioni nel Nord-Est della Siria, dove collaboravano con l’Sdf, le Forze democratiche siriane a guida curda che controllano l’area del Rojava. L’ultimo attacco, intriso delle ambiguità solite alla politica di Trump, arriva come sempre via Twitter. The Donald ribadisce: «La Turchia voleva già da tempo attaccare i curdi, la colpa non è degli Usa, anzi l’America sta provando a terminare un conflitto senza fine». E aggiunge la minaccia di sanzionare Ankara se «non gioca secondo le regole».

 

 

Dopo il passo indietro statunitense, la Turchia ha avviato l’operazione «Fonte di pace», come è stata chiamata in modo brutalmente irrisorio dal presidente Erdogan, contro le forze curde in Rojava. Si tratta della terza missione turca di questo tipo in Siria dal 2016, dopo “Scudo dell’Eufrate” e “Ramoscello d’ulivo”.

Ankara ha dichiarato di aver colpito 181 postazioni di “terroristi”, intendendo appartenenti al Pkk, il contingente paramilitare del Partito dei lavoratori del Kurdistan di Abdullah Ocalan, acerrimo nemico di Erdoğan. L’artiglieria e l’aviazione turche hanno colpito obiettivi delle forze di difesa curde a Tal Abyad, Ras al Ayn, Ain Issa, Mishrefa e altri centri abitati. Le Forze democratiche siriane hanno denunciato l’uccisione di 8 civili dall’inizio del conflitto, mentre il ministro della Difesa turco ha tentato di minimizzare con una nota, dove si dichiara che l’esercito di Ankara avrebbe preso di mira solo «rifugi, ripari, postazioni, armi, mezzi ed equipaggiamenti che appartengono a terroristi del Pkk/Pyd-Ypg (le forze legate ai partiti curdi, quello turco e quello siriano) e di Daesh (ossia l’Isis)».

 

È già la seconda pugnalata che Donald Trump lancia ai curdi della Siria: lo scorso 21 dicembre aveva annunciato che le truppe statunitensi avrebbero lasciato l’area, causando non pochi danni. Se è vero infatti che il Rojava è un modello riuscito di governo dei sette cantoni che la compongono – cioè Manbij, Afrin, Raqqa, Jazeera, Tabqa, Deir al-Zour e Eufrate, che include la città di Kobane – la regione non è ancora in grado di fronteggiare da sola le continue minacce provenienti sia dai miliziani dell’Isis, sia dalla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdoğan e dalla Siria di Bashar al Assad. È proprio in seguito a una telefonata con Erdoğan che è comparso su Twitter l’annuncio di Donald Trump di abbandonare i suoi alleati curdi.

Il presidente turco in realtà non ha fatto altro che dimostrare la sua debolezza, attaccando le forze curde. Come fa notare The Guardian, la guerra contro il Pkk è l’unica cosa che fa mantenere al presidente l’illusione di avere ancora potere, visto che alle ultime elezioni fu proprio il partito curdo a vincere (elezioni dichiarate poi non valide e ripetute, con un esito prevedibilmente opposto). La guerra tra Ankara e il Pkk turco va avanti da otto anni, quando i curdi hanno iniziato ad avanzare richieste di una maggiore autonomia rispetto al governo centrale. Ma gli attacchi turchi alle basi del Pkk nel nord dell’Iraq risalgono addirittura agli anni 90.

La riuscita di un modello curdo di democrazia come quello del Rojava spaventa Erdoğan perché si contrappone a quella che Giovanni Russo Spena, sulle pagine di Left, ha definito «democratura» riferendosi alle derive più che autoritarie di Ankara. A fare paura è anche la forte presenza femminile: nel popolo curdo le donne occupano un ruolo importantissimo non solo nella gestione dei piccoli conflitti interni, di cui sono le uniche “giudici” nella regione del Rojava, ma anche nella guerra contro Daesh: il Ypj è un contingente del Ypg esclusivamente formato da donne.

Che siano questi modelli di parità di genere e di democrazia confederale a spaventare non solo Erdoğan, ma anche l’America machista di Donald Trump? Le forze curde dell’Ypg e dell’Sdf – lo ricordiamo – avevano compiuto una missione che sembrava impossibile: ricacciare indietro l’Isis e arginare così il rischio enorme che una forza potente come Daesh rappresentava (e rappresenta) per il mondo intero, non solo per il Medioriente. Così, a dicembre, il presidente Usa aveva dichiarato che ormai la lotta all’Isis era terminata. Sono di diverso avviso i curdi, che nonostante riconoscano che Daesh è fortemente indebolita, non concordano nel definirla debellata. Nei campi profughi del Rojava sono presenti numerosi ex combattenti jihadisti con le loro famiglie, detenuti in attesa di giudizio (che ancora non è chiaro da chi dovrà provenire). Destabilizzare militarmente la zona significherebbe mettere a rischio la custodia dei miliziani dell’Isis, per non parlare di tutte le cellule dormienti che l’Ypg e l’Sdf tengono costantemente sotto controllo.

A poco o nulla sono servite le minacce di Trump, sempre via Twitter, di applicare severe sanzioni alla Turchia nel caso in cui dovesse «fare qualcosa che io, nella mia impareggiabile saggezza, considerassi oltre i limiti». Ancora meno convincente è la notizia secondo cui due pericolosi miliziani di origine britannica, soprannominati «The Beatles», sono stati prelevati dalla zona dalle forze Usa e trasferiti in un luogo sicuro.

Come hanno ricordato le forze di difesa curde, la decisione di Trump «sicuramente costerà la vita a militari che hanno combattuto al fianco dei soldati statunitensi per debellare l’Isis».

Nel frattempo, Erdoğan ha tentato di giustificare l’operazione militare affermando che «Fonte di pace» servirebbe ad eliminare minacce terroristiche e a riportare a casa propria i profughi siriani attualmente ospitati nella zona del Rojava. Una promessa impossibile da mantenere, visto che per la maggior parte quei territori sono ormai completamente distrutti. «La nostra missione – ha detto in un tweet – è quella di prevenire la creazione di un corridoio del terrore lungo il confine sud (della Turchia), e portare la pace in quell’area».

Mentre al Congresso statunitense si discute della legittimità della decisione di Donald Trump, provando a trovare misure di contenimento verso Ankara, e l’Unione europea rimane inerte sotto la minaccia di Erdoğan di «aprire i cancelli e spedire» in Europa i 3,6 milioni di rifugiati attualmente “ospitati” entro i confini turchi, i curdi denunciano come la guerra contro la Turchia sia un conflitto asimmetrico: militari indipendenti contro l’esercito di uno Stato alleato della Nato. «È evidente come non ci sia alcuna volontà internazionale da parte delle forze internazionali di porre fine alla crisi siriana. Le minacce turche significano che la situazione in quest’area ritornerà al punto zero, al chaos», ha dichiarato al Guardian il portavoce del Consiglio democratico siriano, Amjed Osman.

«La Resistenza è vita», recita un motto curdo siriano, una frase che non è mai stata così attuale come in questi giorni. Il 21 marzo di quest’anno, l’Isis è stata dichiarata sconfitta. Il Rojava è un modello di democrazia nell’intera area. Sarebbe il momento, per l’Occidente, di riconoscere ai curdi la grandezza del gesto che hanno compiuto, invece di continuare ad abbandonarli nella tana del lupo.

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