Condividi

«La popolazione civile è stanchissima. Lo si legge nei loro occhi, stanchezza dopo otto anni di guerra e ora questo duro colpo. Si sentono usati, ma non sono sorpresi. Hanno un morale costantemente altissimo, volto alla possibilità di vittoria». Cecilia è una giovane volontaria italiana, nel Rojava per coordinare le attività di ricostruzione del sistema sanitario. Una ricostruzione non solo bloccata dall’operazione militare turca “Fonte di pace” lanciata il 9 ottobre contro il nord della Siria, ma anche annullata dai raid che colpiscono ospedali, cliniche, ambulanze. Colpiscono i civili, le carovane di sfollati, le comunità, le città che dal 2011 hanno fatto due cose: sconfitto lo Stato Islamico, macchina da guerra e di propaganda fascistoide, e costruito un nuovo modello di società e di sistema politico, il confederalismo democratico.

Non è un caso che tra le vittime ci sia Hevrin Khalaf, segretaria del partito Future Syria e attivista dei diritti delle donne, giustiziata alla periferia di Tal Abyad da un gruppo di uomini armati.

Uno sforzo di lotta armata e politica che non ha pari nel mondo contemporaneo. Ora è in pericolo: dal cielo i caccia turchi prendono di mira indiscriminatamente il Rojava, da terra avanzano – coperti dai raid e dall’artiglieria pesante – migliaia di miliziani islamisti, membri delle opposizioni al governo Assad da anni reclutati dalla Turchia per fare qualcosa di ben diverso dalla costruzione di una democrazia.

«Questa mobilitazione delle persone, con i civili che proteggono case e comunità, non differenziandosi dai militari (le unità di difesa curde maschili e femminili, Ypg e Ypj, ndr), è anche il motivo per cui ci sarà un massacro, se…

L’inchiesta di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 18 ottobre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi