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Quando annunciò la sua candidatura, Bernie Sanders era dato per favorito. Oggi, a distanza di otto mesi, il percorso verso la nomination per la corsa alla Casa Bianca sembra essere più accidentato del previsto. E non solo per l’entrata in scena di Joe Biden, l’ex vicepresidente di Obama di cui gli elettori Democratici più moderati chiedevano a gran voce la discesa in campo. Nel giro di pochi sondaggi, Biden è diventato il frontrunner, la punta di diamante del partito, quello che aveva la candidatura già in tasca, per cui le primarie erano solo una formalità.
Sembrava un ritorno al passato: dopo il 2016, quando Sanders aveva visto scapparsi di un soffio la nomination come candidato Democratico alle elezioni presidenziali grazie al sorpasso di Hillary Clinton, anche questo 2020 sembrava affievolirsi nell’affollatissima platea dei candidati alle primarie Dem (oltre venti aspiranti commander-in-chief).

Dopo di che, quando finalmente le cose sembravano aver preso una piega “positiva” per Bernie, con il coinvolgimento della famiglia Biden nelle indagini per l’impeachment al presidente Donald Trump (il figlio Hunter, che fino ad aprile è stato nel consiglio di amministrazione di una società energetica in Ucraina, sarebbe stato l’obiettivo designato da Trump per scoprire del marcio sul suo avversario numero uno) e la possibilità che Biden decidesse di ritirarsi, è arrivato l’attacco di cuore. Il 4 ottobre, quando Sanders era ormai fuori pericolo, gli addetti alla sua campagna elettorale hanno comunicato che il senatore settantottenne aveva subito un’operazione per un’occlusione arteriosa, con l’applicazione di due stent. Per questo, tutti i comizi programmati di lì a breve sarebbero stati sospesi. Per un aspirante capo di Stato, non è un inciampo da poco un ricovero ospedaliero e un’operazione al cuore durante la campagna elettorale: era successo già a Hillary Clinton, che nel 2016 venne tacciata di non essere all’altezza del compito perché aveva avuto un malore in pubblico.

Ma Sanders è stato subito chiaro: non è previsto nessun ritiro di candidatura. Mentre Biden perde terreno, almeno apparentemente, e Elizabeth Warren si consolida sempre di più come “la terza via” democratica, quella che soddisfa gli elettori più di sinistra ma senza scontentare i moderati, a Sanders serve un piano per non rimanere schiacciato dagli eventi. La soluzione sembra essere arrivata lo scorso martedì, quando si è presentato più agguerrito che mai al dibattito televisivo contro i suoi undici avversari. Menzionando il comizio di sabato prossimo, che si terrà nel Queens, a New York, Bernie ha annunciato quasi con noncuranza che accanto a lui ci sarà «un’ospite speciale». Non ci è voluto molto perché sui social si scatenasse la caccia al tesoro, che ha portato alla promessa politica del 2018, Alexandria Ocasio-Cortez. La deputata trentenne, che è stata eletta proprio in quel distretto, ha deciso di dare il suo appoggio pubblico a Sanders, per cui aveva lavorato come volontaria già nel 2016. Dopo quattro anni i ruoli si sono decisamente invertiti, con il politico di lungo corso che si rivolge a lei per risollevare le sorti della sua campagna elettorale.

AOC, come la chiama la stampa statunitense, era corteggiata da mesi anche da Warren, che cercava probabilmente in lei la garanzia di assicurarsi i voti dei millenials “di sinistra”. Alla fine non ha tradito Sanders, che a sua volta l’aveva appoggiata durante le elezioni di midterm inserendola nel suo prestigioso sito internet, Our Revolution, dove vengono annoverati tutte quelle figure politiche che Bernie reputa socialisti come lui. Il socialismo resta la chiave vincente per lui, il carattere distintivo che non appartiene a nessun altro dei candidati alle primarie Democratiche, per quanto temi più tradizionalmente di sinistra stiano prendendo piede (come la tassazione dei più ricchi proposta da Warren).

Accanto a Ocasio, altre due deputate del gruppo conosciuto come The Squad hanno annunciato il loro endorsement a Bernie Sanders. Ilhan Omar, la deputata di origine somala che è passata alla storia come prima rifugiata ad essere eletta al Congresso, ha dichiarato martedì che appoggerà Sanders nella corsa alla Casa Bianca. Anche Rashida Tlaib ha fatto lo stesso; del quartetto, solo Ayanna Pressley ha deciso di rimanere neutrale, anche a causa del fatto che rappresenta al Congresso un distretto dello Stato di Elizabeth Warren. Le giovani Rappresentanti erano state attaccate da Donald Trump a causa delle loro origini “straniere”, spingendole a formare un fronte compatto che è sopravvissuto nei mesi.

Che l’appoggio di Alexandria Ocasio-Cortez e delle sue giovani colleghe significhi automaticamente l’elezione di Bernie Sanders a frontrunner della campagna Democratica e poi alla Casa Bianca è un azzardo troppo grande. Di certo, catalizzare intorno a sé il sostegno delle donne che nell’ultimo anno e mezzo sono diventate il simbolo della nuova sinistra Dem potrebbe essere un colpo vincente almeno in questa fase della campagna, quando ancora tutto può cambiare. Quello che il partito sta cercando veramente di capire è quanto a sinistra spingersi per battere Donald Trump: sarà sufficiente rimanere al centro con Joe Biden, o magari accontentarsi di un lieve spostamento, come nel caso di Warren, oppure serve una virata più decisa, fino all’indipendente socialista Bernie Sanders? La politica dei sondaggi non ha pagato nel 2016, quando (quasi) tutti si aspettavano l’ingresso della prima donna alla Casa Bianca. Per questo 2020 segnato da guerre, tweet e un possibile impeachment, serve qualcosa di più.

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