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Peace spring, così si chiama l’operazione dei turchi contro il Rojava. La “primavera della pace”, il suo sgorgare sorgivo, aurorale. Ecco, ancora una volta, un fulgido esempio di neolingua, un’oscena ipocrita antifrasi, un’espressione luminosa per nascondere un orrendo cuore di tenebra. Viene alla mente quella spring rain dei versi iniziali della Waste land di T.S.Eliot, dove appunto, in realtà, protagonista è una terra resa arida: «Quali i rami che crescono da queste macerie di pietra?».

In momenti come questi pare che solo la poesia possa dare conforto, e portare salvezza in mezzo alle macerie. I curdi, da questo punto di vista, ne hanno tanti di poeti che cantano il riscatto che, prima o poi, verrà. L’immensa fiducia che li tiene uniti non cessa di far luce anche in momenti disperati come questo, quando tutto appare perduto.

Che cosa orrenda essere costretti a dover scegliere tra il genocidio desiderato dai turchi e la rinuncia alla rivoluzione che da sette anni ha fatto il Kurdistan siriano il luogo al mondo che ha conosciuto la democrazia più integrale e avanzata su questo pianeta. Orrendo essere ridotti a sperare che sia un gioco delle parti concordato da mesi, al summit di Astana dove Putin e Erdoğan si erano incontrati, insieme all’iraniano Rohani: voi aggredite la Siria, avrà probabilmente detto Putin a Erdoğan, ché tra tiranni ci si intende, avete mano libera per mettere al loro posto i curdi che vi ossessionano, e poi le truppe del nostro amico Assad intervengono e si riprendono il controllo del nord della Siria, altro che Rojava.

In fondo l’esperimento di democrazia diretta, socialista, ecologista e femminista nemmeno Putin deve vederlo di buon occhio – per non dire di Rohani, che ai suoi curdi iraniani continua a negare qualsiasi riconoscimento, e continua a imprigionarne i militanti. Non restava che attendere l’assenso del buffonesco presidente americano, che puntualmente è arrivato, nonostante i dissensi interni. (A proposito del tweet con cui Trump si lavava le mani dei curdi dicendo che non li avevano aiutati in Normandia: i curdi, nella Seconda guerra mondiale, il loro contributo lo diedero, visto che presero le armi sia in Siria contro il governo filo-tedesco che controllava Damasco da quando la Germania aveva invaso la Francia, sia in Iraq per sconfiggere il tentato colpo di Stato da parte delle forze filo-tedesche. Questo, giusto per amor di precisione, dal momento che invocare un precedente storico del genere è puro fumus retorico, roba da cialtroni mentecatti).

Di fronte al massacro in corso (mentre scrivo, i turchi avanzano verso Kobane, ciò per cui Erdoğan dice di avere l’appoggio di Putin), l’Europa fa schifo.
Non trovano una posizione comune per bloccare la vendita delle armi all’alleato turco. L’Italia ferma la vendita delle armi, ma solo quelle a venire, i contratti passati si dovranno rispettare. E del resto, sarebbe comunque troppo tardi: è grazie agli aerei e agli elicotteri europei e italiani che i turchi fanno strage, da anni, dei curdi.

In singolare coincidenza, arriva proprio in questi giorni in aula del tribunale il processo contro dei militanti torinesi che sono stati a combattere in Rojava, e invece di essere ringraziati per aver combattuto il Daesh/Isis sono stati accusati e per loro si è chiesto la sorveglianza speciale, misura fascistissima contro il dissenso politico.
Di fronte a questa ignominia internazionale, i curdi resistono con le armi che hanno – non avendo contraerea, come possono sperare di resistere? Resisterebbero eccome, solo sul terreno, se la Nato bloccasse lo spazio aereo.

Ma la Nato di Stoltenberg, servo sciocco di Trump, difende le ragioni di Erdoğan, nonostante questo ormai sia più amico di Putin che fedele all’Alleanza atlantica. I curdi possono essere legittimamente sacrificati, figuriamoci che gliene può fregare al servo sciocco di Trump – del resto stiamo parlando della Nato, chi può stupirsi.
A resistere è solo l’immensa fede di chi si è speso anima e corpo, in una lotta che riguarda tutti noi, che riguarda la libertà di tutti, la giustizia per tutti, la bellezza per tutti.

Le piazze piene nelle grandi città, ma anche i presidi affollati nei piccoli centri, sono la testimonianza che la lotta dei curdi è sentita da molti come la propria battaglia.
Certo, per i più disinformati non si tratta che di un piccolo popolo che vuole la sua indipendenza nazionale; ma sempre di più si capisce ormai che la lotta dei curdi è una lotta internazionalista, che afferma valori universali e che propone un modello politico radicalmente democratico, come noi non siamo più capaci nemmeno di pensare.

Così termina una poesia del grande poeta curdo Sherko Bekas, una di quelle poesie che mantiene viva la luce in questo cuore di tenebra:
Ora siamo ancora una foresta
Siamo milioni
Siamo semi
Piante
e alberi annosi
Il vecchio elmo è caduto!
E ora, siete voi il nuovo elmo
Perché con la punta delle lance
mirate alle nostre gole?
Volete la nostra fine?

Eppure io so
e voi sapete:
fino a che resterà un seme
per la pioggia e per il vento
questa foresta non finirà.

L’articolo di Marco Rovelli è stato pubblicato su Left del 18 ottobre 2019

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