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Contenuti rimossi, decine di pagine e profili Facebook chiusi in una manciata di ore. La guerra in Rojava, settimana scorsa, ha attraversato anche il social network più famoso del mondo e la polemica è esplosa immediatamente, soprattutto in Italia. L’accusa nei confronti di Zuckerberg è di aver operato una vera e propria censura, che ha travolto associazioni come Milano in movimento, centri sociali come il Cantiere di Milano, testate online come DinamoPress e numerose altre realtà che sulle loro pagine avevano pubblicato articoli sul Rojava o messaggi di sostegno alla causa curda. Ma è davvero così semplice? Tutta la vicenda, in realtà, richiede diverse letture che intrecciano temi come la libertà di espressione e una percezione (distorta) del ruolo dei social network. Nel complesso, una situazione che rischia di essere ben più importante dei singoli casi di censura. Negli Stati Uniti, Mark Zuckerberg e la sua creatura social sono al centro di un vero fuoco incrociato. Con l’approssimarsi delle primarie per la presidenza Usa e con gli arcinoti precedenti legati allo scandalo Cambridge analytica, per la verità, c’era da aspettarselo. La novità, però, è che Facebook sta subendo attacchi pesantissimi da dove non se lo aspettava, cioè dall’area liberal del Partito democratico Usa. E c’è anche chi sostiene che il fondatore del social network si stia addirittura ricollocando a livello politico, avvicinandosi all’area repubblicana. A testimoniarlo sarebbero una serie di cene in cui Zuckerberg avrebbe incontrato esponenti del partito conservatore e alcuni opinionisti di Fox news, organo di stampa tradizionalmente schierato a destra.

A dare fuoco alle polveri è stata Elizabeth Warren, candidata alle primarie Dem che molti danno per favorita. La senatrice, infatti, ha dichiarato pubblicamente di voler intervenire nei confronti delle maggiori aziende tecnologiche (come Google, Amazon e la stessa Facebook) per mettere fine a una situazione di monopolio che secondo la Warren rappresenta un pericolo per la libertà di espressione negli Usa. La soluzione, in pratica, sarebbe quella di “scorporare” i giganti del Web per ridurne il potere. Un’uscita che non è piaciuta per niente a Mark Zuckerberg, ma che si è rapidamente trasformata in una sorta di “guerriglia mediatica” tra i due. L’escalation è stata provocata da un clamoroso “leak” di cui è stato vittima lo stesso amministratore delegato di Facebook e che negli Usa è stato battezzato come FacebookGate. Protagonista un dipendente del social network, che ha registrato l’audio di una sessione interna di domande e risposte tra Zuckerberg e i suoi impiegati, consegnandola alla testata online The Verge. In quella “chiacchierata” Mark Zuckerberg si dice pronto a una battaglia (anche legale) contro la Warren nel caso in cui venisse eletta e confermasse le sue intenzioni di smantellare l’impero di Facebook.

Lo scontro con la candidata del Partito democratico è poi proseguito a colpi di dichiarazioni, post e tweet incendiari che hanno preso di mira soprattutto le politiche di Facebook nella selezione delle notizie ritenute “pubblicabili”. Insomma: il tema del controllo dei contenuti, per Zuckerberg, è un argomento terribilmente caldo. E sì che il Ceo di Facebook, sul tema, ha cercato negli anni scorsi di mettere in piedi un sistema che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto metterlo al riparo da qualsiasi polemica. La logica è quella di avere un approccio tecnocratico nella valutazione dei contenuti, che in teoria dovrebbe ridurre al minimo la discrezionalità nelle scelte, affidandosi a strumenti tecnici come gli algoritmi di intelligenza artificiale e ai famigerati “standard della comunità”, una sorta di raccolta di comandamenti che spiegano in maniera estremamente schematica che cosa è ammesso e cosa non lo è. Per quanto riguarda gli standard, vale la pena prima di tutto sgombrare il campo dal paragone che molti hanno fatto tra la censura della causa curda e la chiusura delle pagine di gruppi neofascisti che ha interessato i vari CasaPound, Forza nuova e Vox Italia. Nel caso dei neonazisti, infatti, la violazione contestata rientra sotto il capitolo 3 del regolamento di Facebook, che si riferisce ai «contenuti deplorevoli» e, in particolare…

L’articolo di Marco Schiaffino prosegue su Left in edicola dal 25 ottobre

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