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Il nesso esistente fra fotografia e ricerca scientifica sul finire del XIX secolo è il tema portante della mostra I mille volti di Lombroso in corso al Museo Nazionale del Cinema di Torino. L’esposizione presenta per la prima volta una selezione di 305 fotografie (ma anche disegni, manoscritti, strumenti scientifici sculture, calchi in cera) tratte dall’Archivio del Museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso”, e abbraccia tutti i temi che furono oggetto dell’indagine lombrosiana dagli studi sui malati psichiatrici e sul genio, sull’atavismo, sul brigantaggio e il delitto politico, sul rapporto fra criminologia e razzismo con particolare attenzione per la donna delinquente.

Lo scienziato piemontese, giovanissimo, aveva individuato ancor prima della diffusione delle teorie darwiniane in Italia un comune substrato dello sviluppo umano, riprendendo concezioni che erano state di Gianbattista Vico e di Vincenzo Cuoco: la civilizzazione si sarebbe sovrapposta, senza estinguerli, ai primitivi caratteri dell’umanità suscettibili di riaffiorare sia nella società che nel singolo individuo.

Questa idea della persistenza dell’antico nella realtà attuale diventerà poi la teoria dell’atavismo utilizzata per spiegare le caratteristiche antropologiche dell’uomo delinquente. La riproduzione nel delinquente di caratteri ancestrali avrebbe consentito di individuare l’esistenza di analogie fra delinquenti, selvaggi, pazzi e razze preistoriche (ominidi e specie umane estinte). I soggetti che presentavano il persistere di forme somatiche ancestrali avrebbero subito un arresto di sviluppo a stadi evolutivi passati: l’idea che la dissoluzione della delicata compagine psichica formatasi nel corso dello sviluppo riconducesse a condizioni psico antropologiche arcaiche sembrava la logica conseguenza dell’evoluzione e dei suoi principi. Questi ultimi sarebbero stati riassumibili nella celeberrima legge…

L’articolo di Domenico Fargnoli prosegue su Left in edicola dal 25 ottobre 

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