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Un documentario promosso dal Centro di documentazione dei Movimenti Lorusso-Giuliani di Bologna. Teresa Rossano racconta il rapporto con la politica, la ribellione degli “angeli del ciclostile”, la battaglia per l’aborto

Quanto timore, ancora oggi, a pronunciare la parola: “femminista”. Quanta paura ad ascoltarla. Questo termine, così diretto e, al tempo stesso così armonioso, suona come un qualcosa di cui sarebbe meglio vergognarsi. Qualcosa che, dopo tutto, stona con l’immagine della donna vera, quella che per secoli ci è stata presentata come la madre accogliente e prona. Non sono solo gli uomini a disprezzarlo, anche le donne stesse. Non tutte, fortunatamente.

Teresa Rossano, coadiuvata dal Centro di documentazione dei Movimenti Lorusso-Giuliani, ha voluto omaggiare la lotta femminista condotta da alcune donne della Bologna degli anni Settanta. È nato così il documentario: Io sono femminista!, in cui le voci delle ragazze di allora offrono numerosi spunti di riflessione alle ragazze di oggi, perché dietro a questo termine è necessario che resti sempre viva la fiamma di un’unica e intensa lotta contro una società maschilista e patriarcale.

Com’è nata l’idea di questo documentario?
Il documentario, interamente autoprodotto, nasce all’interno di un percorso di riflessione del Centro di documentazione dei Movimenti Lorusso-Giuliani sugli anni Settanta. I materiali che conserviamo e cataloghiamo vengono messi a disposizione di chi li vuole consultare come, ad esempio, le/gli studenti universitari per le loro tesi di laurea. L’attività del centrodoc però non si limita a questo: rendiamo disponibile ciò che raccogliamo e lo utilizziamo anche sotto forma di iniziative militanti, di serate, pubblicazioni, occasioni di discussione pubblica.

Questo aspetto della nostra attività è fondamentale. Il nostro non è un lavoro puramente archivistico ma soprattutto una scelta militante: si tratta di promuovere una riflessione collettiva, una memoria attiva, di creare uno spazio di condivisione di saperi, in relazione alle lotte di oggi. Non a caso, il centrodoc è parte integrante di Vag61, un centro sociale attivo sul territorio a Bologna. Sono luoghi di pratica antagonista, attraversati da modalità di lotta e di relazione anche femminista.

È stato volgendo uno sguardo di genere ai materiali raccolti finora che è emersa l’esigenza di dare voce al femminismo, realizzando le interviste che sono state poi montate nel video. L’idea del documentario era presente fin dall’inizio, ma è chiaro che l’obiettivo del lavoro era proprio la raccolta delle interviste integrali e di tutto il materiale, come foto, volantini, documenti che erano rimasti chiusi nei cassetti per decenni e che si è messa in moto durante la realizzazione del documentario.

Già dal titolo, netto e deciso, si capisce che il tema trattato sarà un tema forte. Cosa significava allora la parola femminista e cosa significa oggi?
È una domanda che non può essere esaurita con una risposta univoca, intanto perchè ci si riferisce ad una pluralità di femminismi, poi perchè essere femminista comporta scelte diverse a seconda del contesto in cui le lotte si esercitano. Le stesse compagne intervistate danno risposte diverse. Comuni denominatori, in ogni caso, sono l’affermazione di autodeterminazione, l’autonomia delle condizioni materiali e di pensiero, la capacità di costituirsi in un soggetto politico collettivo capace di incidere sull’esistente. Questi aspetti sono comuni anche ai femminismi di oggi che si sono coordinati in un grande movimento politico globale che ha messo in campo una capacità di mobilitazione davvero unica. Il titolo esprime un legame fra le storie di ieri e quelle di oggi, perché dal femminismo non si torna indietro. Eravamo e siamo sempre femministe e lo affermiamo ancora con orgoglio, nelle piazze, nelle strade e nella nostra vita di ogni giorno.

Perché parlare nel 2019 delle lotte degli anni Settanta?
Come dicevo, conoscere la storia dei movimenti, le nostre storie, è fondamentale per costruire le lotte di oggi. Ridiscutere le pratiche per inventarne di nuove, rendersi conto della capacità di analisi e di elaborazione che avevamo per articolare nuove strategie di lotta. Emerge dalle narrazioni grande capacità di metterci in gioco, di creare antagonismo, una stagione creativa che costituisce una fonte di ricchezza per tutte. Esiste una continuità evidente fra le lotte di ieri e di oggi. Anche in senso deteriore, visto che ci troviamo in piazza ad affrontare le sconfitte, a lottare ancora per le stesse cose. La legge 194 che è stata di fatto esautorata dall’obiezione di coscienza utilizzata come un grimaldello, i femminicidi e la violenza contro le donne, il diritto ad autodeterminarsi che crolla sulla diffusa precarizzazione alla quale si aggiunge il terribile sfruttamento delle e dei migranti. Per far fronte a tutto questo c’è bisogno di fare tesoro di tutte le nostre risorse e capacità elaborate in anni di lotte durissime.

Quali sono le lotte di oggi?
Oggi assistiamo ai colpi di coda di un patriarcato che è stato dichiarato più volte morto ma che, invece, è più aggressivo che mai. La ristrutturazione neoliberista ha portato ad un peggioramento delle condizioni di vita che hanno visto una diffusa “femminilizzazione” del lavoro, nel senso di una progressiva precarizzazione e ricattabilità, soprattutto per le donne e per i soggetti non conformi. Il patriarcato ha chiamato a serrare le fila tutte le componenti di integralismo religioso di diversa provenienza che hanno creato una solida alleanza con i populismi di destra che si stanno affermando in molti paesi fra i quali anche il nostro. L’ordine patriarcale è indispensabile alla ristrutturazione neoliberista: le donne hanno sempre svolto una funzione economica indispensabile, separando gli ambiti del lavoro di produzione e di riproduzione e relegando quest’ultimo nel privato, si pongono le basi del sistema di sfruttamento capitalistico che oggi si sta facendo ancora più intenso e pervasivo.

È chiaro che un’operazione del genere non lascia alcuno spazio a rivendicazioni di autonomia da parte delle donne o di altri soggetti non conformi. Questo è il quadro nel quale si muovono le lotte di oggi, che articolano nei contesti specifici un movimento che ha caratteristiche transnazionali. I movimenti femministi attuali hanno chiara la loro natura anticapitalista, antifascista, intersezionale, internazionalista. La riflessione in questo senso è partita dagli anni Settanta ma sta giustamente anche percorrendo strade di autonomia.

Qual è il contributo che le lotte di allora hanno dato alle lotte di oggi?
Il femminismo ha rappresentato una forza dirompente nella politica e nella società. Ha posto all’attenzione pubblica temi fondamentali come quello dei diritti, del lavoro, delle discriminazioni. Non solo. È stato dirompente anche nel senso che ha determinato un modo diverso di fare politica. L’orizzontalità dei movimenti antagonisti di oggi, non solo femministi, il rifiuto di organizzazioni gerarchiche e verticistiche, la consapevolezza che si parla a partire da sé, sono tutte profonde eredità delle pratiche femministe. Come dicevamo allora, e diciamo ancora oggi, il personale è politico.

Ciò ha contribuito a fare chiarezza, a sgombrare il campo da falsi problemi, a creare delle discriminanti. Probabilmente non sempre questi percorsi sono consapevoli in chi li pratica, i movimenti trovano poi le loro modalità espressive e di lotta in modo autonomo a partire dalle condizioni materiali, ma è evidente che alcuni semi gettati allora stanno dando frutti ancora oggi. Il movimento transfemminista Non una di meno (Nudm), ha intrapreso anche strade diverse rispetto ad allora. Una per tutte, la questione del separatismo che è stato un punto irrinunciabile per il femminismo degli anni Settanta (e per molte lo è ancora) ma che oggi viene considerato, invece, superato. C’è sicuramente una profonda riflessione su questo e un confronto anche serrato. Ma nella diversità di posizioni e di pratiche, non c’è dubbio che il discorso affondi le sue radici su un terreno comune e che parta da lontano, dal bisogno di ri-conoscersi e autodeterminarsi come soggetti politici.

Il documentario è strutturato sulla base di interviste a donne che all’epoca si battevano in prima persona per i propri diritti. Tra tutte qual è la storia che l’ha colpita di più?
Con alcune di queste compagne ho condiviso pratiche e lotte, la loro storia è anche la mia. Il documentario è dedicato a Sandra Schiassi, compagna di molte lotte, con la quale non ho fatto in tempo a realizzare l’intervista per il documentario perché è morta all’improvviso. Ho utilizzato quindi materiale girato in precedenza come risulta evidente dalle immagini. La presenza di Sandra, la sua intelligenza, la sua ironia, sono irrinunciabili. Detto questo però, considero ogni intervento prezioso per tessere una trama che vuole dare conto delle diversità e della specificità dei percorsi che il femminismo ha intrapreso.

Le protagoniste di questo lavoro sono tutte donne che frequentavano ambienti e gruppi che basavano il loro essere su principi di libertà. Come mai questa parola anche al loro interno sembrava non dover essere un qualcosa che riguardasse la parte femminile?
La lotta per liberazione delle donne veniva sussunta nella lotta di classe, senza fare i conti però con le specifiche condizioni di oppressione. Ciò avveniva sia a partire dagli strumenti di analisi, sia nella pratica politica. Non riconoscendo la necessità di attribuire una specificità alla lotta di liberazione delle donne, si è finito per nascondere le contraddizioni che sono poi emerse in modo dirompente. È stato fondamentale l’apporto del femminismo all’analisi del capitalismo, il rilievo dato alla funzione del lavoro di riproduzione, ma è stato fondamentale anche porre la questione delle pratiche e dei comportamenti che riproducevano i modelli patriarcali introiettati e che non trovavano spazio per essere messi in discussione.

Poi, però, alcune di loro hanno rifiutato di essere gli “angeli del ciclostile”…
Infatti, si fa spazio il disagio e ci si organizza, si conquista la presa di parola, ma questa consapevolezza e questa capacità conflittuale hanno avuto bisogno di maturare in un percorso collettivo. Per questo, anche all’interno delle organizzazioni, è cresciuta l’insofferenza per certi meccanismi e comportamenti che ha portato a a fare emergere le contraddizioni anche in modo violento. Ciò ha significato, in molti casi, intraprendere percorsi separatisti o rivendicare spazi autonomi di elaborazione e di lotta. L’angelo del ciclostile si ribella, spesso di fronte a compagni inconsapevoli che non riescono a capire le motivazioni del malessere sempre più diffuso e reagiscono negando il problema o addirittura dando sfogo al disagio in modo aggressivo.

Ed è nata la rivista Siamo isteriche
Si tratta di un numero unico che è uscito nel ’76 ad opera di alcune compagne che volevano porre delle questioni alla discussione con le altre. È diviso in tre colonne, sulla sinistra c’è il “serpentone” una serie di osservazioni libere, che rimanda alla spontaneità e alla necessità della discussione, da dove la scrittura prende origine. Ci sono temi che vengono posti con urgenza, la necessità di autonomia, le modalità di non-organizzazione, la violenza. Molto interessante ciò che si dice sul self-help dal quale prende origine la pratica autogestita dell’aborto. Se ne parla anche nel documentario, le compagne imparano da altre compagne francesi il metodo Karman (che allora non era conosciuto e usato dai medici) e iniziano a praticarlo perché poco invasivo per le donne.

Le modalità non sono però quelle di un servizio reso necessario dal proibizionismo dello Stato. La pratica dell’aborto rientra anch’essa in una pratica di relazione, self-help ha significato costruire conoscenza sulla condivisione e riappropriazione di saperi. E nel self help deve necessariamente rientrare l’aborto che viene inteso però come un momento di crescita e di consapevolezza e che viene sottratto ad una analisi di tipo moralistico. Una presa di coscienza che significa legare la pratica politica ai bisogni del corpo. Una analisi molto lucida, così come molto chiara appare la conclusione del documento: la forza delle donne dipende non solo dalla solidarietà ma dalla capacità di organizzarsi per incidere sull’esterno. Per questo, dicevano le compagne, c’è bisogno di una casa comune, grande e bella. La casa che l’8 marzo dell’anno successivo sarebbe costata tutta la violenza che si è scatenata contro le femministe che cercavano di conquistare uno spazio delle donne.

Qual è il senso di portare in giro questo documentario? Qual è lo scopo che voleva raggiungere? Ha mai incontrato difficoltà nel proporre il suo lavoro?
Portare in giro il documentario significa ogni volta suscitare domande, emozioni e un dibattito molto acceso. Ogni volta è diverso. I temi toccati sono tanti, le domande, le riflessioni vertono su diversi aspetti. Da parte delle generazioni più giovani è forte la necessità di confronto sulle pratiche, sui percorsi che ci hanno portato a fare delle scelte, ad esempio quella del separatismo, di cui si parla molto. A volte emerge quasi una forma di stupore ma sempre, ai titoli di coda, ci ringraziano. Qualcuna ci ha detto che sono proprio le storie che avrebbe voluto sentirsi raccontare. Le persone che hanno vissuto quegli anni spesso si riconoscono e colgono l’occasione per riparlarne. Capita però che alcune non siano a conoscenza di tutto ciò di cui si parla, anche fra le donne intervistate questo è accaduto, per le protagoniste delle lotte di quegli anni vedere il documentario è stata una occasione di conoscere ciò che l’una dell’altra magari non sapevano.

Molto interessanti sono comunque le reazioni del “genere maschile”. I ragazzi sono sempre desiderosi di chiedere, capire, discutono e portano le loro idee sia pure con un certo timore all’inizio. Vedo che c’è una capacità di mettersi in discussione che mi sorprende in modo assolutamente positivo, se si riuscisse a tradurre in pratiche di lotta e di vita quotidiana sarebbe una conquista molto importante! Da parte dei maschi che hanno vissuto quegli anni, invece, generalmente c’è un interesse silenzioso. Non c’è ancora la capacità di prendere parola pubblica su certe questioni, io credo perché non c’è stata e non c’è la costruzione di un percorso collettivo di elaborazione del quale invece ci sarebbe proprio bisogno.

Finora non ho incontrato alcuna difficoltà, ma sempre occasioni molto stimolanti, in luoghi e con persone diverse. Sono situazioni in cui si rinforza il senso del lavoro fatto, si costruiscono le condizioni di una presa di parola. Raccontare ha senso perché non si dimentichi ad esempio cosa significava vivere quando l’aborto era un reato e quale grande capacità di auto organizzazione e di autonomia abbiamo avuto, a livello politico e decisionale. Bisogna fare in modo che questi racconti diventino patrimonio comune e diano forza alle lotte di oggi, nelle quali siamo sempre in prima fila.

Esisterà mai un mondo dove veramente uomini e donne saranno considerati esseri viventi aventi gli stessi diritti e gli stessi doveri?
È già esistito, anche se è stato spinto nell’oblio dalla cultura dominante, sappiamo che un altro mondo è stato possibile. E noi lottiamo perché sia possibile ancora.

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