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Sul tavolo dove scrivo, accanto a una pila di vecchi libri che non ristampa nessuno da una vita (La nave morta, Il tesoro della Sierra Madre, I ribelli e Il ponte nella giungla, I racconti della giungla messicana…), c’è una serie di foto in bianco in nero. È il mio mazzo di carte truccate, un rompicapo. Cinque fototessere con le didascalie ingarbugliate. Il primo volto, l’unico di profilo, è quello di un ragazzo sui vent’anni. Indossa una giacca pesante, il farfallino, il colletto rigido dei giorni di festa o dei funerali. Hermann Otto Albert Maximilian Feige (oppure Faige) viene ritratto a Schwiebus, Magdeburgo, in una foto d’inizio secolo nell’allora Germania (oggi Polonia).

Nella seconda immagine gli stessi occhi (ma tiro a indovinare, è un’illazione) guardano in macchina con una certa arroganza, intensamente, agli angoli della bocca una piega ironica e beffarda. La cravatta stavolta ha un grosso nodo allentato da bohémien; la giacca gli casca sulle spalle senza più marchingegni, imbottiture. Saranno passati una decina d’anni. La foto dice Ret Marut: è un nome d’arte, s’intende, uno pseudonimo; l’attore Ret Marut, Marut l’agitatore anarchico, il ribelle. Le altre tre foto sono di un individuo sulla cinquantina.

Traven Torsvan ha le stesse labbra sottili di Marut ma il ghigno s’è fatto amaro e spiove in giù. Veste ancora in modo formale, senza pose. Dove sia stato scattato questo ritratto non è chiaro. E poi due tremolanti e sfocate figure di sogno. Hal Croves si porta una sigaretta alle labbra, lentamente, con gli occhi che scrutano di sbieco, inafferrabili. L’ultima immagine – l’unica virata in seppia, con la cornice bianca e i contorni slabbrati, un angolo mangiucchiato dalle tarme – è quella di un esploratore o di un turista. Torsvan adesso indossa un pesante casco coloniale e sembra quasi smarrito, fuori posto.

In nessuna fotografia compare l’uomo che ha firmato quei libri dimenticati. La Seconda guerra mondiale è terminata solo da qualche mese – John Huston inizia a lavorare a Il tesoro della Sierra Madre nel ’46 – quando B. Traven diventa una cause célèbre. L’autore però la definisce una truffa. La notorietà improvvisa ma sfuggente del gringo misterioso (nessuno sa veramente chi sia, dove si trovi) la sfrutta per scrivere il suo ultimo articolo politico, un’invettiva feroce e allucinata. «La terza guerra mondiale» (l’articolo esce su Estudios Sociales, una piccola rivista messicana) è un catacombale congedo e una profezia. Hollywood lo corteggia e lui risponde facendo la faccia feroce, spaventando.

L’orrore che non finisce di finire, il futuro come incubo, disgrazia. Un devastato paesaggio di sopraffazione, odio, sfruttamento. Mentre il «caso Traven» diventa un gioco di società o un passatempo, lo scrittore fantasma si inoltra nel ventre della balena e svanisce ancora una volta, all’improvviso. La sua identità resta una vaga ipotesi barocca; il suo indirizzo è una casella postale di Acapulco. «Traven» è soltanto una sigla, la fioca astrazione di un nome oppure un marchio che la celebrità aveva finito per trasformare in enigma.

Però del principe degli «scrittori proletari» non si conosceva neanche il colore dei capelli. Col mondo – editori e registi, ammiratori, critici, studiosi – trattava attraverso emissari reticenti e lettere allusive, mai sincere. Attorno a lui un’evanescente e inflessibile coppia di guardiani: la sua traduttrice, Esperanza, e quel suo agente cautissimo e un po’ equivoco, Hal Croves, «un uomo piccolo e magro, con un grande naso… tutto in lui faceva pensare a uno nato e cresciuto in campagna, non avvezzo ai modi di città…», come avrebbe ricordato John Huston.

Era una ragnatela impenetrabile, la barriera di una fortezza senza mura. Lo cercavano davvero tutti, ma era inutile, non si presentava mai agli appuntamenti, e non appena stava per comparire si dileguava, alla resa dei conti si dava immancabilmente malato, oppure in viaggio. Il film l’aveva trasformato in un mito inafferrabile e a nulla sembrava portare l’inseguimento affannoso e indiscreto dei mass media. Eppure per Hollywood era una manna, una strategia di marketing geniale, anche se resta da capire chi fosse il burattinaio.

Per James Agee Il tesoro «è una delle cose migliori realizzate dall’avvento del sonoro», e molto dipende dai suggerimenti – «intelligenti, acuti, puntuali» del «misterioso Traven, uno scrittore molto quotato in Europa ma di cui nulla si sa, tranne che vive da qualche parte in Messico, invisibile». Nell’agosto del ’47 Time lancia il film con un articolo dal titolo ammiccante e démodé – “Il segreto del Gringo”, ma aggiunge solo nebbia alla nebbia, altre domande. A lungo circolò la voce di una taglia spiccata da Life per stanarlo (3000 o 5000 dollari, anche le nude cifre sono ambigue). Solo anni dopo il suo editore messicano rivelò che era una diceria messa in giro da lui stesso per fare più soldi.

In Italia, Traven cominciano a tradurlo proprio a quei tempi, ma già a metà degli anni Cinquanta si parla di questa sua morte misteriosa in un alberghetto per marinai svedesi al Pier 21 del porto di New York (Longanesi infila la notizia sulla quarta di uno dei suoi romanzi, senza altri dettagli o spiegazioni). Per oltre vent’anni viene pubblicato quasi soltanto in America e in Germania (mistero nel mistero, neppure si sapeva se scrivesse in tedesco o in inglese), ma con il tempo i suoi libri li stampano un po’ ovunque, e vanno a ruba. 32 lingue, 25 milioni di copie: una slavina.

Nei titoli dei suoi romanzi solo indizi cifrati, false piste: Il ponte nella giungla, La nave morta, Speroni nella polvere, La rosa bianca, I raccoglitori di cotone, La ribellione degli impiccati (e Il tesoro della Sierra Madre, naturalmente). Nei titoli dei racconti – Il grande industriale, Storia di una bomba, Diplomatici, Una visita notturna nella giungla, e il profetico, spiazzante La mia visita allo scrittore Pguwlkschrj Rnfajbzxlquy – altri messaggi in codice, e ambigui specchi. Poteva esser stato tutto o proprio niente, non ci sono fermi appigli, confessioni.

Sono storie di mare, reportage e racconti sugli indiani del Chiapas, violente invettive contro il capitalismo e i petrolieri, storie on the road di hoboes senza arte né parte, di sbandati. E le voci generano voci e ancora voci: striduli, starnazzanti cori greci. Fantasiose ipotesi, arrischiate illazioni, amenità: c’è chi dice che Traven non sia altri che Jack London redivivo, oppure il fantasma di Ambrose Bierce – che da qualche parte è sparito, chissà dove – o ancora Arthur Cravan, il pugile – scrittore nonché sedicente nipote di Oscar Wilde. Sino ai primi anni Cinquanta non smentirà neppure una parola e già questo silenzio è disinformazione, sabotaggio.

Traven è stato il maestro segreto di tutta una generazione di reclusi. Scrittori latitanti, avventurieri da scrivania, improvvisati prestigiatori smarriti dentro un gioco di specchi tutto loro. Il mito novecentesco dell’autore fantasma è quasi una sua creazione involontaria. Al confronto, gli altri improvvisano o posano, scimmiottano.

La scomparsa di Salinger, la ritrosia di Pynchon, Jane Somers e la Lessing, Pessoa con tutti i suoi pseudonimi leziosi, Paulhan nascosto dietro le minigonne di Pauline Réage, lo sfuggente Marek van der Jagt o il recluso di Hackney, Roland Camberton, lo stesso von Arcimboldi di Bolaño, la Ferrante, incespicano a fatica correndo dietro alla coda della cometa. Imitatissimo e in fondo inimitabile, Traven più che un esempio è un monito beffardo.

L’enigma dell’identità – questo rovello infinito, interminabile – è altra cosa dal culto borghese, molto mediocre e prudente, della privacy. Nel ’68, in occasione della sua prima e ultima intervista, lo scrittore che si faceva chiamare B. Traven aveva stilato una personalissima «Dichiarazione di indipendenza dalla pubblicità personale» che è anche un manifesto politico e un proclama al ribasso, di maniera: «La mia vita appartiene soltanto a me, l’opera al pubblico».

E poi, col suo antico sarcasmo, ecco l’invettiva sprezzante, la protesta, un’arrabbiata e ferma presa di distanze: «Proprio non lo capisco cosa diavolo ci sia tanto da stare a interrogarsi su uno scrittore. Io sono un artigiano, come tanti. Che gliene frega alla gente di quando cazzo mi sveglio, di cosa mangio per colazione, se bevo, fumo, mangio la carne, se gioco a poker o se sono sposato o sono single». Non era questo il punto, lo sapeva. Non essere scocciato, non essere disturbato, non farsi assillare da troppe pressioni deficienti.

Traven cercava una libertà più radicale, il disperato diritto a essere uno e molti, o centomila, l’elusiva inafferrabilità di un mito antico. «Forget the man», ripeteva nei suoi rari messaggi nella bottiglia, ma il suo più grande capolavoro è proprio il mistero di questa sua identità multipla, da Proteo, la resistenza di quel riserbo impenetrabile. Se non si lasciava afferrare, se non si era lasciato afferrare, c’era un motivo. Restava qualcosa che era meglio tenere sotto silenzio, da nascondere con ostinazione. E poi non aveva mai cercato il successo e la fama. Solo gloria. La gloria ridicola e perfetta dell’anonimato. Ironico. L’unica cosa certa che sappiamo di lui (se poi era lui davvero, si capisce) è come e perché sia morto e dove e quando.

Una data, un orario, l’azzardo di una diagnosi medica, un banale indirizzo stradale. Ore 18 del 26 marzo del ’69. Polmonite. Rio Mississippi 61, Mexico City. Tutto questo zelo cronachistico è sospetto. Ma adesso era Rosa che teneva i fili, era lei che manovrava i burattini. La compagna di questo uomo dell’ombra è una grande pettegola: inaffidabile, querula, raramente distratta, astutissima. Parlava troppo ma non parlava mai a caso, tanto per fare. Per anni, Rosa Elena Luján, vedova Croves, doserà con parsimonia tattica e pazienza indiscrezioni e notizie, futili aneddoti e rivelazioni clamorose.

Già il giorno dopo aveva la situazione in pugno, e i nervi saldi. Ai giornalisti convocati nel patio della casa di via Mississippi, Rosa rivela per ora che l’uomo che si faceva chiamare Hal Croves era il celebre scrittore B. Traven. Non aggiunge molto altro, per adesso, salvo anticipare che le sue ceneri verranno disperse nei cieli immensi del Chiapas, sulla giungla, lungo il corso sinuoso dell’Usumacinta. Seguiranno, centellinati con calma esasperante, mille altri dettagli e nuovi particolari clamorosi.

È una contraddittoria sequenza di indizi scombinati e divergenti. Traven-Croves, secondo una prima versione semiufficiale, sarebbe stato un americano di Chicago. Ma a Judith Stone (la critica del San Francisco Chronicle che aveva visitato Hal Croves, qualche anno prima), Rosa confida cose molto più impegnative, assai diverse. Nel suo studio Traven teneva sempre un ritratto del Kaiser e a quanto pare lo scrittore aveva raccontato alla moglie – intimandole il silenzio più assoluto, pena l’ennesima fuga, la rottura – di essere il figlio illegittimo dell’erede dell’ultimo imperatore tedesco e di una sua amante attrice finlandese.

Finita qui? No, vent’anni dopo ancora un colpo di scena, il terremoto. Nel presunto centenario della nascita di Traven Rosa concede una famosa intervista al New York Times. Adesso ammette quello che in troppi sostengono da tempo e che lei aveva sempre negato, recisamente. Prima di essere stato Traven, Torsvan, Croves, lo scrittore fantasma era un pubblicista e attore anarchico tedesco, direttore e redattore unico della rivista Der Ziegelbrenner. Di Ret Marut si era parlato spesso a mezza bocca.

L’amico di Landauer e di Erich Mühsam, l’individualista irridente e iconoclasta, l’unico esponente di rilievo della Repubblica bavarese dei consigli scampato alla repressione delle guardie bianche, aveva mutato pelle per trasformarsi nell’oscuro scrittore proletario. (Nell’incastro di scatole cinesi, un dettaglio a confermare o a scombinare questo quadro sfuggente. Parlando con Judith Stone, Hal Croves era stato per una volta molto chiaro: Ret Marut, aveva sentenziato, era stato soltanto un «ciarlatano politico». Lapidario, insomma, ma è curioso che sapesse chi era, che lo avesse anche soltanto sentito nominare.)

Ma restava un mistero nel mistero, l’impiccio di un enigma irriducibile. Anche Marut, va da sé, era soltanto un semplice pseudonimo e chi mai diavolo fosse stato prima non è chiaro. Chi fosse suo padre – dirà Rosa ancora in un’altra occasione, forse l’ultima – non lo sapeva davvero neanche lui: «Adorava spiattellare bugie, inventare storie, ma la realtà è che neppure lui conosceva dove e quando fosse nato di preciso. Non ha mai posseduto un certificato di nascita».

Questa ignoranza totale, la più estrema, era anche il suo arduo privilegio. «Sono più libero di chiunque altro», avrebbe detto una volta alla moglie, «posso scegliere i genitori che preferisco, il paese di nascita che voglio, l’età che ho». «Io non sono un contemporaneo» aveva scritto una volta Marut il bavarese, la «mia epoca» è un’altra: più selvaggia e più autentica, più vera. Il presente, lo diceva già nei primi anni 20, è un paesaggio di ottusa violenza, asfissiante conformismo, ipocrisia. Un’idiota stagione di stanca che prelude al terrore, domani. Senza parenti e senza età, senza un passaporto, documenti; senza «tempo», in ultima analisi, senza una Storia sua, e anche di tutti.

«Non ho niente in comune con quest’epoca immemore e abbietta. Io non sono un contemporaneo.» Così si era nascosto nell’imbroglio di quei paraventi, dietro nomi posticci, dietro altri volti. Marut, Traven, Torsvan, Hal Croves è anche un elenco di anagrammi, un caleidoscopio di significati divergenti. Nella mitologia indù, Marut è l’imprevedibile dio dei venti, il custode delle correnti. Ma se scambi le lettere, se inverti le sillabe e pasticci un po’, Marut diventa Traum – sogno – o Arnut, ovvero povertà, inedia, privazione. Traum suggerisce trauen: osare, avventurarsi, inoltrarsi ma dentro l’ignoto, e anche Traven suona come un indizio criptato, un vago segnale. Betreuen come autorizzare, affidare, forse confidare. Torsvan, poi, può diventare Torswahn: una pia «illusione da sciocco», fantasia.

Croves infine, come cover: copertura, fantoccio di paglia, personaggio di pura facciata. Ma non è un gioco di enigmistica, o una cabala astrusa, un indovinello. Inventarsi e crearsi da zero: non sapendo chi sei è anche normale. Questa assoluta ma triste libertà, questo sterminato campo di occasioni che non hanno un percorso già segnato. Non poteva del resto fare altrimenti: quello era il suo destino, era il suo karma. Poi, d’accordo, era tutto un imbroglio, un trucco da baraccone come tanti. Sei questo e sei quello e altro ancora, e sei sempre una cosa diversa.

Forse aveva ragione Rosa Luján. Neanche lui sapeva chi era, cosa diavolo fosse realmente. «La parola “Io” era assente dal suo vocabolario», ricorda Rosa. È un’indiscrezione – un ricordo domestico – che può diventare un referto clinico. Una personalità scissa, sdoppiata, un’immagine rifratta in un prisma. Un Io moltiplicato e scomposto: (blanda) forma di schizofrenia. Ma davvero, non è questo che conta. Nel suo gioco di scacchi con la Storia, B. ha avuto un genio speciale. Il virtuosismo di una presenza in contumacia, un esserci che esclude il mondo mentre lo racconta o lo aggredisce. «Non sono un contemporaneo»: era il suo programma di vita, un credo disperato e un manifesto di arte e politica. In qualche modo aveva detto tutto. Senza tradirsi, senza confessare proprio un accidente.

Il libro “Coriandoli il giorno dei morti” (Racconti edizioni) curato e illustrato da Vittorio Giacopini viene presentato il 7 novembre (ore 19) alla Libreria Tomo, a Roma. Vittorio Giacopini e Luca Ricci dialogano sulla figura dello scrittore B. Traven.

L’articolo di Vittorio Giacopini è stato pubblicato su Left del 18 ottobre 2019

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