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Povero Modì, lui che era elegante anche nella miseria più nera, che non pensava ai soldi se non per quel che servivano alla sopravvivenza, preferendo dedicare tutta la propria energia all’arte, alla ricerca, al rapporto con la donna, è diventato dopo la sua morte oggetto di speculazione milionaria, di traffici e di truffe, che non conoscono sosta, oggi più che mai. A scommettere sulla sua immagine e sulla sua storia di giovane artista di talento, colto, affascinante, déraciné furono per primi alcuni mercanti che alimentarono la leggenda dell’artista maudit, spingendolo verso l’abisso. L’alcol e le droghe accelerarono la sua fine precoce, a soli 36 anni, per tubercolosi. Malattia del secolo allora, che pesava anche come stigma, di cui Modigliani cercava di coprire i sintomi ricorrendo a sostanze. All’indomani della sua scomparsa, il suicidio della sua compagna – la giovane pittrice Jeanne Hébuterne, incinta di 9 mesi – accese il cinismo predatorio di commercianti, falsari e sedicenti esperti.

Già a partire dalla prima metà del Novecento all’opera di Modì si era dedicato il falsario Elmyr de Hory e in tanti poi fiutarono l’affare. La storia è lunghissima e dolorosa, come ricostruiscono Dania Mondini e Claudio Loiodice, (giornalista di Rai Uno ed ex poliziotto, entrambi della Fondazione Caponnetto) nel L’affare Modigliani edito da Chiarelettere, libro inchiesta ricchissimo di documenti che mette alla sbarra gli avvoltoi di ieri e di oggi. Quasi impossibile ripercorrere in breve questo volume che scorre come un giallo per 300 pagine. Ci limitiamo a citare quegli episodi che ci aiutano a capire anche ciò che sta avvenendo oggi, con le quotazioni delle opere di Modì schizzate a livelli vertiginosi (Nu couché è stato venduto per 170milioni di dollari nel 2015 e Nu couché (sur le coté gauche) per 157 nel 2018), mentre fioccano esposizioni blockbuster che promettono esperienze immersive nell’opera di questo straordinario artista ridotto a fumetto in 3d (in queste settimane accade a Otranto) ma, fatto ben più grave, spuntano mostre di Modigliani che spacciano per originali delle copie o addirittura dei falsi. Nel 2010 al Castello Ursino di Catania furono esposti disegni annunciati come autografi, con critici come Claudio Strinati che ne lodavano la «qualità estrema, introversa e introspettiva», quando si trattava in realtà di fotocopie in alta definizione di disegni, a loro volta falsi. Qualcosa di simile è accaduto a Palestrina, ma l’episodio più clamoroso è occorso nel 2017 con la mostra di Modigliani in Palazzo Ducale a Genova: 21 delle 40 opere esposte sono state additate come falsi dal collezionista Carlo Pepi e dal critico Marc Restellini, ex direttore della Pinacoteca di Parigi, curatore della mostra appena aperta a Livorno e autore del catalogo ragionato delle opere di Modì annunciato per il 2020.

Il problema è proprio questo: non esiste un catalogo critico dell’opera di Modigliani, la sua vita nomade, i continui traslochi, l’impeto che lo portava a distruggere disegni, quadri e sculture ne hanno reso incerti i confini. Al momento sono 337 i quadri registrati nell’ancora oggi accreditato catalogo di Ambrogio Ceroni ma circolano 1.200 opere attribuite all’artista. Che pare aver prodotto più da morto che da vivo, chiosano con amara ironia i due autori. Figura chiave in questa lievitazione del catalogo è lo storico dell’arte Christian Parisot, «condannato nel 2008 in Francia per falso e truffa, arrestato nel 2012 in Italia per falso e ricettazione e poi assolto nel 2019», come riportano Mondini e Loiodice. Conobbe la figlia di Modigliani, Jeanne, a Parigi negli anni 70 quando lei insegnava italiano alla Sorbona, diventandone l’uomo di fiducia, al punto da arrivare a gestire gli Archivi legali Modigliani, utilizzati poi nei riconoscimenti. Grottesca, per usare un eufemismo, è anche la vicenda dell’Istituto Archivi legali Amedeo Modigliani Parigi-Roma, fondato da Christian Parisot e Luciano Renzi. L’obiettivo, oltre la produzione di mostre, era la creazione di una casa Modigliani nella Capitale. «Parisot e Renzi impiegarono circa due anni per avviare il progetto. Nel frattempo tessono la loro fitta rete di relazioni, incontrano l’allora sindaco Veltroni e suscitano un’entusiastica quanto improvvida disponibilità anche nell’allora ministro dei Beni culturali Rutelli. Peccato che a Parigi la polizia avesse indagato l’archivista per falso e truffa». I materiali dell’Archivio dovevano, come da accordi, essere trasferiti all’Archivio di Stato, ma non ve n’è traccia, come hanno verificato i due autori, con il direttore Buonora. Approdarono a Palazzo Taverna ma anni dopo furono ritrovati, venduti a privati, Oltreoceano. «Il processo per i fatti di Palazzo Taverna, le cui indagini erano partire nel 2010, si è concluso il 28 febbraio 2019 con una inesorabile prescrizione», riporta L’affare Modigliani.

Faremmo torto a questo libro, però, se ci soffermassimo solo sul lavoro d’inchiesta, che pure riserva molte sorprese, in particolare nel capitolo dedicato alle teste di Modì rinvenute a Livorno in occasione del centenario della nascita, nel 1984. Non entriamo qui nei dettagli per non togliere il gusto della lettura di pagine abitate da un’intera folla di personaggi e trame che si diramano dalla mitica Casina rossa livornese, ritrovo di intellettuali, militanti e perditempo. Diciamo solo che il quadro che ne esce non è affatto quello di una burla, ma di una molteplice truffa orchestrata su più piani, di cui i ragazzotti dell’Ardenza furono, forse, inconsapevoli comprimari. Mentre autorevoli storici dell’arte (da Brandi, ad Argan) cadevano nella trappola di quelle teste abbozzate con il trapano, la voce di Jeanne Modigliani si levò con chiarezza per dire che non erano originali. Di lì a poco sarebbe morta in circostanze ancora non del tutto chiare, per quanto i suoi ultimi anni fossero stati instabili e molto difficili. Insofferente verso il cliché romantico che aveva inchiodato Modì al trito e falso binomio genio e pazzia, Jeanne aveva messo minuziosamente insieme l’Archivio per documentare l’arte e la vita di questo artista poliglotta, che recitava a memoria Dante, che amava Nietzche, Dostoevkij e Lautremont, che giudicava Picasso troppo razionale e cercava ispirazione nei primitivi. Il fratello di Modì, l’avvocato e senatore socialista, Giuseppe Emanuele, era riuscito ad assicurare i diritti dell’opera garantendo l’erede. «Si era battuto affinché a Jeanne nata illegittima fosse attribuita la paternità di Amedeo e la sua eredità morale». Cosa che poi fu allargata al fratellastro, il sacerdote Gerald Thiroux Villette, che Modì non aveva mai voluto riconoscere. Parigina (anche se cresciuta a Livorno dalla nonna Eugenia) docente universitaria, donna indipendente, Jeanne non voleva solo ricostruire filologicamente l’opera di Modì ma voleva restituire alla storia la complessità della sua personalità. Ci provò anche con un libro Amedeo Modigliani, mio padre (Abscondita) cercando di nascondere, dietro un approccio che provava ad essere distaccato, le proprie ferite.

Se Dedo 

torna a Livorno

L’originalità di Modigliani sempre in bilico fra classico e avanguardia. La sua straordinaria ricerca è raccontata in una mostra nella città labronica, che ospita opere delle collezioni Netter e Alexandre, nel centenario della scomparsa dell’artista

di Simona Maggiorelli

Dal  1917 è uno degli artisti più in vista. Il lavoro sulle cariatidi, le sculture, il rifiuto del cubismo, la diffidenza verso le premesse di un’avanguardia che giudica superficiale e che qualche anno più tardi sfocerà nel surrealismo (anche se il suo libro preferito è Les Chants de Maldoror), i suoi scandali a ripetizione, il più celebre dei quali fu quello dei nudi che la polizia portò via dalla galleria di Berthe Weill, avevano rafforzato l’idea che ha di sé stesso», così scrive lo storico dell’arte e curatore Marc Restellini nell’introduzione al catalogo (edito da Sillabe) della mostra Modigliani e l’avventura di Montparnasse che, nel centenario della morte dell’artista lo riporta a Livorno.

All’epoca «i suoi amici sono Apollinaire, Chaïm Soutine, Paul Guillaume, Blaise Cendrars, le sue amanti, Anna Achmatova e Béatrice Hastings, entrambe poetesse. Poi – aggiunge l’ex direttore della Pinacoteca di Parigi – dal 1917, il suo unico amore è una giovane artista, fragile e talentuosa, Jeanne Hébuterne, da cui ha già avuto una figlia e che al momento della sua morte era di nuovo incinta». La notizia della morte di Modì il 24 gennaio 1920 «fu uno shock incredibile – sottolinea Restellini -. Aveva affascinato tutti a Parigi. Era conosciuto per il talento brillante e l’intransigenza verso tutto ciò che riguardava l’arte».

E ancora oggi Modì continua a incantare con quei suoi ritratti di donne dal collo lungo, dalle orbite vuote come le maschere africane e dallo sguardo sognante perso nella lontananza e nella malinconia. Continua a sedurre con un’arte originalissima, insieme moderna e arcaica: forme essenziali, primarie, sintesi poetica in bilico fra figurazione e astrazione, segno potente. Ricreando in tinte calde, la forma colore di Cézanne, nella rappresentazione viva e vibrante della presenza femminile.

L’esposizione aperta fino al 16 febbraio nel Museo della città di Livorno lo racconta attraverso un percorso di 120 opere, fra le quali tele e disegni di Dedo (così lo chiamavano in famiglia) provenienti dalle collezioni Netter e Alexandre confrontate con quelle di artisti coevi e amici, con i paesaggi vibranti di Utrillo, con le Grandes baigneuses di Derain omaggio a Cézanne con i nudi possenti di Suzanne Valadon e i paesaggi sghembi, quasi terremotati, di Soutine, con i ritratti di Moïse Kisling che riuscì a ritrarre lo schivo Netter. Il percorso promette di ripercorrere tutta la vicenda di Modì fin dal suo arrivo a Parigi, dopo aver esordito nell’attardato solco dei macchiaioli ed aver studiato senza entusiasmo all’Accademia di Venezia. Nella bohème di Montmartre si tuffò cercando stimoli nuovi, forte di una solida cultura classica nutrita dalla passione per Simone Martini, l’Orcagna, Carpaccio, Filippo Lippi, Botticelli e di altri maestri della linea. Una passione che a Parigi trasse nuova linfa dall’arte egizia, dalla scoperta dell’arte negra, da suggestioni ricavate dalla cabala ebraica (era nato in una famiglia di cultura ebraica, ma era ateo), dalla scultura khmer ma anche e soprattutto dalla grande retrospettiva dedicata a Cézanne che era da poco scomparso, mentre Picasso si accingeva a rivoluzionare la scena dell’arte con le Demoiselles d’Avignon (1907). Di lì a poco Modigliani iniziò a schizzare cariatidi modellate su quelle egizie, greche, medievali. All’epoca sognava ancora di diventare scultore. L’incontro con Brancusi lo aveva spinto sulla strada dell’arte «a levare», ma l’impresa era difficile, anche sul piano fisico. Intanto disegnava. La mostra di Livorno (che in altra forma ha già fatto tappa a Milano e a Roma) presenta 12 disegni provenienti dalla collezione Alexandre in aggiunta alle 14 provenienti dalla collezione Netter (che arrivò a possedere 40 opere di Modì). Ci sono i celebri ritratti di Jeanne e di Zborowsky, l’ultimo mercante. A quadri più noti sono affiancati i disegni che Modì regalò o vendette al collezionista e amico Paul Alexandre,  un medico suo coetaneo che fra i primi  ne vide il talento offrendogli di vivere al 7 di Rue Delta dove soggiornavano altri artisti (Modì vi portò solo colori e tele, preferendo dormire in una stanza d’albergo). Dal 1906 al 1914 i due si videro quasi tutti i giorni per parlare di arte, filosofia e letteratura. Fu Alexandre a iscriverlo al Salon des Indépendents ma poi la guerra li separò. La mostra livornese racconta anche la seconda parte della storia di Modigliani: dal 1915 fu il primo pittore a legarsi a Zborowski che intercettava giovani esordienti per il collezionista Netter, il quale pagava loro stipendi in cambio di opere. Modì gli affidò la propria produzione per 15 franchi al giorno, più la fornitura dei materiali (colori, tele e modelle) e il rimborso spese dell’albergo. Fu Zborowski, con il sostegno finanziario di Netter, a organizzare la personale allestita nella galleria di Berthe Weill con i nudi di Modigliani che si vedevano dalla finestra. La polizia minacciò di sequestrare le opere se non fossero state immediatamente ritirate. Ma Zborowski non si scoraggiò e nel 1919 espose alla Hill Gallery di Londra dieci tele di Modigliani, riuscendo a riscuotere un certo successo. Netter non ascoltò le critiche e le voci avverse che gli arrivarono dal proprio ambiente. Un discorso a parte meriterebbe Berthe Weill, la prima gallerista donna, in quegli anni, che amava l’arte ben più dei soldi al punto da finire quasi in miseria. A lei solo di recente è stata dedicata una monografia. Onore alla storica dell’arte Marianne Le Morvan che ne ha ricostruito la storia nel volume Berthe Weil 1865-1951. La petite galeriste des grands artistes (L’Ecarlate, 2011), rendendole giustizia e sottraendola all’oblio. 

L’articolo di Simona Maggiorelli prosegue su Left in edicola da venerdì 8 novembre 2019

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